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L’ingegnere dell’animo. “Hotel Silence” di Auður Ava Ólafsdóttir

L’ingegnere dell’animo. “Hotel Silence” di Auður Ava Ólafsdóttir«Io sono un acquerello,

che si lava via così»

 

Per qualche strano motivo, il fatto che il treno fosse in ritardo traduceva perfettamente il significato di Hotel silence.

Auður Ava Ólafsdóttir – scrittrice che, tra gli altri, con Einaudi ha pubblicato anche La donna è un’isola e Rosa Candida –  con il suo ultimo lavoro ci conforta con un romanzo in ritardo in cui il binomio amore e morte tesse le fila narrative – allo stesso modo in cui le raccontava Leopardi, «Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte»(Canti XXVII, Amore e Morte, v. 1). Invero, Hotel Silence, che descrive il nome misterioso del luogo di villeggiatura in cui Jonas si reca, oltreché essere stato eletto dai librari islandesi libro dell’anno 2016 e aver vinto l’Icelandic Literature Prize, ha fatto anche parte della schiera dei finalisti del prestigiosissimo Premio Strega Europeo 2018.Èuna freccia – com’è il titolo originale islandese (Ör).

Fra le pagine ho intuito la brezza gelida del profondo Nord. In cui la luce non trasforma il giorno e la notte assume quel ruolo di madre e matrigna che tutto distrugge e tutto salva. La storia di Jonas è alimentata così dalla voce silenziosissima della natura. Che più volte si scopre – quasi inconsapevolmente – essere il vero motore della ricerca che è Hotel Silence. Dove come non mai si spera che la frase di Melville sia veridica «I luoghi veri non esistono mai» (da Moby Dick) – ma le ferite della guerra civile sono empaticamente minuziose e folgorano la vista della parola: il vero segreto del silenzio in questo libro, «[…] capisco che d’ora in avanti non dovrò usare più parole di quelle che mi interessano, e che potrei rimanere in silenzio per sempre, fino alla fine del mondo» (Hotel Silence, pag. 77).

 

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Jonas, come suggerito finora, parte. O scappa. Con l’intento di non tornare mai più e dimenticare ciò che non ha più – una moglie – e ciò a cui pensava di appartenere: proprio l’ex moglie gli ha appena rivelato che sua figlia, in realtà, è di un altro; l’esatta sintesi di quanto dice la voce narrante:  «Certi uomini, quando li mettono da parte, non si riprendono più…»(Ibidem, pag. 18).

L’ingegnere dell’animo. “Hotel Silence” di Auður Ava Ólafsdóttir

L’apparente salvezza si riserva nell’abilità pratica e meccanica dello stesso Jonas, un uomo alla ricerca della pace interiore – non dev’essere un caso se il nome Jonas in islandese significa colomba. Così, la freddezza agghiacciante di quanto circonda l’Hotel lo distoglie dal sacrificio che aveva intenzione di compiere. In questo senso, la memoria collettiva del romanzo si traduce nel verso «è importante avere dei ricordi in comune» (Ibidem, pag. 103), perché sono proprio questi a riempire e rimescolare le carte esistenziali di Jonas, mostrandogli un futuro alternativo proprio nelle cose che lui è da sempre bravo ad aggiustare. Ma si sa, gli ingranaggi dell’anima hanno bisogno del lubrificante più sincero. Di qualcosa di preciso, «È più facile mettere in cifre la sofferenza, che il desiderio, ma quando penso alla bellezza penso tuttavia a 4252 grammi e 52 centimetri» (Ibidem, pagg. 37-38).

Da un lato, il romanzo racconta le storie dei corpi – «Io sono il mio corpo» (Ibidem, pag. 168) – dall’altro quella sottile delle anime – «Possono continuare a esistere oppure smettere» (Ibidem, pag. 49).

Ólafsdóttir ci regala una storia lirica e rigeneratrice della vita stessa, che dimostra l’esistenza continuativa di ciò che non possiamo vedere – i riferimenti ad alcuni passi del Vangelo lo testimoniano. Ma anzitutto in Hotel Silence la fede è per il concreto: Jonas si inventa “tutto fare” prima del corpo e delle cose, poi si trasforma nell’ingegnere dell’animo. Trovando nella giusta combinazione delle cose quello di cui ha bisogno – l’Enrico V di Shakespeare ci spiega perché:«Quando le cose sono pronte, l’anima è pronta».

L’ingegnere dell’animo. “Hotel Silence” di Auður Ava Ólafsdóttir

Nel vortice osmotico del dolore si distinguono, quindi, la sofferenza, la rabbia, la malinconia, e una strana forma di nostalgia, avviluppata dall’ombra della perdita. Il significato prettamente etimologico (algos – dolore – e nostos – ritorno) della penultima, scaturisce chiaramente dal testo, evidenziando il dolore per la mancanza di una casa per Jonas, ovvero la mancanza di un nostos, come quello che compie Odisseo facendo ritorno a Itaca. D’altronde «Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento delle chiavi smarrite» (Hotel Silence, pag. 111). Proprio quelle che aprono la camera n. 11 dell’Hotel, dove si consuma l’amore e nasce il bozzolo fecondo della speranza. «Anche se non si sa se ti spareranno oggi oppure domani, non si dovrebbe mai smettere di amare». (Ibidem, 144).

 

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In Hotel Silence, dove la parola si fa canto e l’immagine emozione - non visione -, tutto nasce e ritorna al corpo. Il luogo della battaglia. Il luogo della vita. «Per carne intendo tutto ciò che sta in posizione inferiore rispetto alla testa. Il che è coerente con il fatto che la carne è origine e termine di tutte le cose più importanti della mia vita […]» (Ibidem, pag. 46-47).


Per la prima foto, copyright: Giuseppe Mondì.

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