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L'inferno è una buona memoria. Michela Murgia racconta “Le nebbie di Avalon”

L'inferno è una buona memoria. Michela Murgia racconta “Le nebbie di Avalon”Michela Murgia ha inaugurato lo scorso 30 agosto con L'inferno è una buona memoria. Visioni da “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley la collana Passaparola, nata da un'idea di Chiara Valerio per Marsilio – la casa editrice che ha perso recentemente il suo presidente Cesare De Michelis – dove scrittori italiani «raccontano del mondo e di sé partendo da un libro» e, come un gruppo di lettura, si rivolge «ai lettori, agli appassionati e ai curiosi».

Gli altri volumi sono Pura invenzione. 12 variazioni su “Frankenstein” di Mary Shelley scritto da Lisa Ginzburg e Una serie ininterrotta di gesti riusciti. Esercizi su “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald di Alessandro Giammei, le cui copertine, dai colori vivaci, mostrano un diritto e un rovescio per i due libri di riferimento.

 

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Le nebbie di Avalon è la scelta operata dall'autrice sarda per spiegare quanto, come, e soprattutto perché è tanto importante per lei, al punto da averle tracciato un vero e proprio percorso esistenziale lasciandole un segno indelebile. Un libro fantasy, col target di lettori dall'età media più bassa quando lei il giorno in cui lo comprò in un'edicola del porto di Olbia di anni ne aveva trenta. Era vicepresidente dioceana dell'Azione Cattolica e voleva semplicemente qualcosa che le facesse compagnia durante la lunga traversata fra la Sardegna e Civitavecchia:

«Salii sulla nave con in borsa quel librone da viaggio con avventure cavalleresche un tanto al chilo senza immaginare che si trattava di uno degli atti di militanza più forti che mi sarebbe capitato di vedere nella vita».

 

Non se ne rese conto, forse, ma quel giorno Michela Murgia, già adulta e già strutturata con le sue idee ben precise in testa, va incontro al suo destino di donna, intellettuale e scrittrice:

«Tuttora non sono certa di aver misurato la portata esatta dell'impronta che quel romanzo ha lasciato nella mia vita, sulla mia scrittura e sulla mia visione politica, femminista e di fede».

 

Quel traghetto lo prese per recarsi a una riunione di giocatori di ruolo, tecnicamente una play by chat e anche questo è significativo per il futuro che va delineandosi:

«Era fiction pura e per questo credo sia stata la cosa più vicina a una scuola di scrittura a cui mi sono mai avvicinata nella vita».

 

Scritta dall'americana Marion Zimmer Bradley dopo anni di ricerca negli anni '70, la saga di Avalon (un'isola mitologica, dimora di sacerdotesse e druidi che venerano il culto della Dea) rilegge le vicende di Re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda da una prospettiva tutta al femminile con, sullo sfondo, il conflitto ormai aperto tra paganesimo e cristianesimo.

Le donne di Bradley   ̶ Morgana, Igraine, Morgause, Viviana e Ginevra   ̶  sono anche quelle di Michela Murgia che dedica il suo lavoro "a tutte le Morgane e alle donne senza canoni".

In un flusso di ricordi d'nfanzia, quelle donne senza canoni emergono dal suo passato.

L'inferno è una buona memoria. Michela Murgia racconta “Le nebbie di Avalon”

Così la nonna, al contempo autoritaria e tenera due elementi solo in apparenza incompatibili –viene accostata per similitudine al personaggio di Viviana, la sacerdotessa più potente di Avalon. Una nonna che sfama le galline, le alleva, le dà perfino un nome – Lillabella, Rubia, Niedditta, Mangighessa – per poi ucciderle: «Era perfettamente in grado di distinguere tra ciò che poteva essere amato e ciò che poteva essere utilizzato; il fatto che le due cose talvolta coincidessero non le creava il minimo conflitto morale».

Il filone della memoria non è nuovo per Michela Murgia, che già dal suo esordio con Il mondo deve sapere, passando perAccabadora, vincitrice del Premio Campiello nel 2010, e per arrivare a Chirù, la riporta sempre alla sua terra natìa. Quanto al titolo, forte ed evocativo, L'inferno è una buona memoria, riprende un passocontenuto in uno dei pochi capitoli di fantasiache nel testo vengono differenziati con la scrittura in corsivo, e nel quale le protagoniste arturiane portano avanti le loro intime e personali battaglie:

«Non è un luogo l'inferno, Ginevra: è una buona memoria. E per poterselo permettere bisogna prima avere avuto il paradiso».

 

Negli altri capitoli, invece, la voce narrante è la stessa dell'autrice, intensa e coinvolgente, dal tono intimista, disvelandosi poi come un diario personale.

Romanzo, racconto autobiografico, memoriale, saggio, una combine di generi letterari che dialogano in una scrittura senza fronzoli, schietta e sincera.

La vera intuizione di Bradley spiega – sta nell'aver saputo scrivere una storia femminista, al di là del fatto che alcuni stereotipi si trovano comunque, come in tutte le grandi opere, ma ciò non toglie il piacere di leggerla. La differenza è che le donne di Avalon non solo acquisiscono il potere, ma lo legittimano e lo portano stabilmente avanti.

Da questo ne deriva l'importanza e, possiamo dire anche, la sovversione dell'opera bradleyana: stabilire, ribaltandolo, un ordine sociale, culturale e politico, ovvero quello delle donne moderne che sono state per troppo tempo della loro vita in un angolo a guardare le gesta degli uomini-eroi; in tal modo, invece, acquisiscono un ruolo che spetta loro di diritto, innanzitutto come persone.

L'inferno è una buona memoria. Michela Murgia racconta “Le nebbie di Avalon”

Viene portato, tra altri, l'esempio dellacontrapposizione tra Viviana, alle soglie della menopausa, e Igraine o Morgause in età fertile, per spiegare i piani di livello uomo-donna e i relativi effetti:

«Se la donna fertile è potente perché genera, è infatti altrettanto vero che finché è generante finirà suo malgrado sotto il vincolo del maschio che i figli li dovrà riconoscere. La donna fuori dall’età fertile è potente in modo più liberatorio, perché ha la conoscenza che deriva dall’esperienza, ma non vi è più sottoposta e agisce quindi in regime di libertà sia dalla natura che dai legami di legittimazione imposti dall’uomo. La donna che ha chiuso il ciclo del sangue può aprire quello della parola e della visione, senza più l’obbligo di relazionarsi al maschile».

 

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Offre spunti molto interessanti anche l'accostamento che viene fatto tra personaggi femminili – anzi, personagge nel testo – di Avalon/personagge della Bibbia (anche qui con un chiaro ritorno alle origini): in particolare viene esaminata la figura di Miriam, sorella di Mosè e di Aronne, di cui si sa poco e che è praticamente assente dall'immaginario collettivo.

L'inferno è una buona memoria. Visioni da Le nebbie di Avalon è in grado di offrire con la lucidità e la determinazione di Michela Murgia un contributo importante nel diradarsi di certe nebbie che ancora avvolgono i rapporti di genere, con l'auspicio che si realizzi o quantomeno getti le basi per realizzare un vero cambiamento culturale, anche grazie e attraverso il potere della lettura.

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