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L’incontro tra due mondi diversi. “Francesco e il Sultano” di Ernesto Ferrero

L’incontro tra due mondi diversi. “Francesco e il Sultano” di Ernesto FerreroL’ultimo libro di Ernesto Ferrero – narratore, traduttore e critico di vaglia (lo abbiamo visto cimentarsi brillantemente su Gadda come su Calvino, su Flaubert come su Céline) – pubblicato per i tipi Einaudi, Francesco e il Sultano, trova il suo fulcro narrativo all’interno dell’incontro tra il poverello di Assisi e il ricco e potente sovrano d’Egitto e di Siria al-Malik al-Kamil.

Nello scenario devastato, apocalittico, da girone dantesco di una Damietta «assediata dagli eserciti cristiani» in cui gli «orrori della guerra» imperversano tirannicamente e drammaticamente davanti agli occhi del frate velati dalla malattia, tra i chiarori di «un’alba lattiginosa», giacciono, dopo la battaglia «come tra i detriti di un’alluvione le grosse pietre lanciate dai mangani, le quadrelle delle balestre, aste e frecce spezzate, cotte strappate, scudi ammaccati, elmi forati, le chiazze nere lasciate dalle palle incendiarie del fuoco greco, persino le teste mozze che per sfregio venivano lanciate come proiettili».

 

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A partire da queste brevi righe non si può non notare la particolare attenzione del narratore nelle scelte lessicali: insieme, coabitano la precisione terminologica dei «mangani» (diversi dagli «onagri», differenti dai «trabucchi») e il gusto iperletterario delle «quadrelle» (o “quadrella” come latineggiando scrivevano il Petrarca e Vincenzo Monti), l’efficacia visiva delle «chiazze nere» e quella financo macabra delle «teste mozze».

L’incontro tra due mondi diversi. “Francesco e il Sultano” di Ernesto Ferrero

Magistralmente governata è anche l’architettura retorico-stilistica, poiché, con l’intento di veicolare con la maggiore espressività possibile il patetismo della scena, s’accampano icastiche similitudini («come tra i detriti di un’alluvione»); altrove Ferrero si lascia andare a metafore e analogie ancora più poetiche, quali «il campo giaceva sotto una coltre di sfinimento» o «i solchi profondi dei cariaggi» [dei quali sembra ritornare anche “l’immoto fragor” dell’Ultimo sogno pascoliano] «disegnavano i segni di scritture misteriose»; dominano gli accumuli, resi ancora più ridondanti dai parallelismi, dagli omoteleuti («frecce spezzate, cotte strappate», «scudi ammaccati, elmi forati») dalle costruzioni ternarie («una terra rigata di canali fetidi, paludi e pozzanghere») e dalle anadiplosi («…non si accorsero dei pigri ronzii delle prime frecce che svogliatamente li cercavano. Cercarono di correre muovendo a scatti»).

L’autore, a livello formale, media tra la linea (gaddiana) dell’oscurità e quella (calviniana) della chiarezza: infatti, nonostante da una parte abbondino costrutti e artifici retorici, dall’altra l’inesausto lavorìo di lima continuamente teso alla leggibilità offre al lettore una pagina piana e al contempo avvincente.

Tra le righe del capitolo centrale di Francesco e il Sultano, il protagonista e il suo fidato fratello Illuminato raggiungono le palizzate dell’accampamento nemico, vengono catturati dalle guardie saracene e condotti al cospetto di al-Malik al-Kamil e dei suoi dignitari.

Il piccolo frate, con la barba lunga, vestito di stracci, vessato dalla malattia (dopo un viaggio verso Santiago de Compostela «Brucia […], vomita bile, non riesce a reggersi né a cavallo, né in piedi»), obnubilato dagli allitteranti «fumi della febbre», gli «occhi arrossati» ma il sorriso sulle labbra, è davanti al sultano, «un uomo che aveva passato i trent’anni […] avvolto in un ampio mantello nero dai bordi dorati», «con una barba corta e ben curata, mani adorne d’anelli d’oro, occhi ardenti».

L’incontro tra due mondi diversi. “Francesco e il Sultano” di Ernesto Ferrero

Non possono essere più diversi, come più diversi non possono essere i due mondi dai quali provengono, come efficacemente esemplifica Elia, francescano inviato in Terra Santa per fondare «la provincia Oltremarina», in una delle pagine più memorabili del libro, almeno per quanto riguarda la tessitura retorica, fitta di continui paragoni e raffronti tra i costumi degli occidentali e quelli mediorientali, giustapposti sia mediante il chiasmo («Ordunque, gli uomini fanno lavori di casa e tessono la tela, le femmine praticano la mercatura. Le femmine portano i pesi sulle spalle, gli uomini sulla testa») sia attraverso il parallelismo («Noi amiamo i cani e loro i gatti. Noi i cavalli e loro le cavalle»).

Leggendo le parole di Elia sembra di scoprire in un mondo alla rovescia, apparentemente inconciliabile con le tradizioni, gli usi e i costumi “europei”: in realtà, nel confronto tra Francesco e il Sultano, a dispetto di quanto afferma la vulgata, tramandata anche attraverso il potere dell’immagine nell’immortale dipinto di Giotto (anche in copertina), non c’è nulla della prova del fuoco alla Savonarola che, nella cornice del romanzo, alcuni «eccellentissimi pittori», tra cui Cimabue e il suo allievo, si industriano a rappresentare.

 

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Al posto della nota leggenda raccontata da Bonaventura da Bagnoregio, a differenza di un atto di sfida come l’ordalia del fuoco, si realizza una conciliazione, un incontro, un abbraccio tra due civiltà che nel corso della storia, nonostante i continui scontri, non hanno mai smesso di cercare la chiave per guardarsi negli occhi, ascoltarsi e affratellarsi.

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