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“L’incantato” di Ginevra Bompiani

L'incantatoGinevra Bompiani e la letteratura hanno lo stesso patrimonio genetico. Un’armonia cromosomica lampante già a partire dal nome, lo stesso della storica casa editrice fondata da suo padre nel 1929. Ma non solo.

La doppia elica si avvita ulteriormente nel 2002 quando, con Roberta Einaudi (nipote dell’editore Giulio), Ginevra Bompiani dà vita alla nottetempo, casa editrice indipendente con un catalogo fra i più interessanti del panorama italiano. Ha tradotto opere di Colette e Yourcenar e saggi di Deleuze e Céline. È stata per molti anni professoressa universitaria, a Siena, di letteratura comparata. Ma non solo.

Ginevra Bompiani è anche una scrittrice sottile e penetrante, le cui pagine hanno tutto il calore di chi ha allenato il pensiero critico sui nodi dell’esistenza. Si è cimentata sia con saggi filosofici e letterari, sia con la narrativa; alcune di queste opere sono attualmente riproposte da et.al edizioni. Tra queste, ad aprile scorso è uscita una raccolta di racconti del 1987 (precedentemente edita da Garzanti), L’incantato.

Ve ne parlerò cominciando dalla fine, dalla postfazione in cui la Bompiani dichiara di aver “rivisitato” i quattro racconti per la nuova edizione: «I piccoli cambiamenti che ho fatto, non molti, andavano nella direzione di una maggiore semplicità e sveltezza, che mi paiono più consone al nostro tempo distratto e impaziente». L’autrice avrà “asciugato” uno stile un po’ barocco in cui forse, a distanza di oltre venticinque anni, non si riconosce più, ma i temi affrontati sono eterni, almeno quanto lo è l’essere umano di fronte a domande esistenziali senza risposta.

Bompiani definisce i quattro racconti “educativi”, rispettivamente, alla cura (L’incantato), alla solitudine (L’angelo), alla morte (La ricerca della forma e la spazzatura) e ai sentimenti (Amor sacro e amor profano).

Se il primo racconto dà il titolo al libro, a mio avviso è l’ultimo che lega la raccolta, Amor sacro e amor profano. Non a caso l’omonima tela di Tiziano Vecellio è stata scelta per la copertina. Il racconto riprende ed elabora alcuni macrotemi emersi dai dialoghi serrati dei primi tre: la “spazzatura”, il fantasma dell’interpretazione e l’(in)giustizia. Il protagonista dell’ultimo racconto, Tristano, cammina per la sua città, tra palazzi, cantieri, traffico, senza tetto sulle panchine e il caos della piazza del mercato, che attraversa  «schizzando acqua all’odore di pesce, pestando frutta sfatta avvolta di vespe», attirato soprattutto dai rifiuti, «il centro oscuro di incessante attività». 
Proprio dalla spazzatura prendono vita riflessioni che attraversano il libro. Già nel secondo racconto, La ricerca della forma e la spazzatura, emerge come essa sia da considerarsi «il vero volto del destino», il depositario di oggetti che hanno perso il loro uso e la loro forma; l’ossario comune di «tutti i gesti perentori con cui l’uomo, attraverso la forma, ha rifiutato di abbandonarsi alla verità». Perché, conclude Bompiani, «la ricerca della forma è la spazzatura». Così anche gli oggetti che ci circondano non sono che «escrementi che la gente è così ansiosa di conservare e di mettere in vetrina», presa da una «vanità di nascondere la pelle rosea del culo e mostrare le feci».

Allo stesso tempo, «la spazzatura sono le nostre parole, la spazzatura contiene la memoria ingiuriata di quelle parole assolute, cristalline che abbiamo perduto». Una questione, quella del linguaggio, che rivela la formazione filosofica di Ginevra Bompiani e illumina l’intera raccolta. Ci costringe a interrogarci sulla funzione delle parole, con la loro approssimativa rendicontazione della realtà e, contemporaneamente, la loro sinistra forza creatrice. «Parlare è un atto violento; di leggera violenza».
Con enfasi post strutturalista l’autrice ci ricorda come il linguaggio attivi l’interpretazione che, a detta di Tristano, «è il diavolo». «L’interpretazione – continua – scava gallerie sotterranee, cunicoli irrespirabili, miasmatici, soggetti a esplosioni […] L’interpretazione è l’inferno: come l’inferno è infinita, imprecisa, inesauribile». È questa forza che mina l’ascolto e la reale condivisione con l’altro, che sottolinea l’incomunicabilità strutturale, particolarmente marcata nel microcosmo famiglia, luogo di «collera e nostalgia». Il non-luogo in cui si svolge il racconto che chiude il libro.

L’impressione che sia l’ultimo racconto a tirare le fila della raccolta non è data da una pura questione logistica ma dalla riflessione conclusiva sulla giustizia e sul concetto di legalità riferito, in alcuni passaggi, all’Italia in particolare. Pur essendo un ritratto vecchio di un quarto di secolo, «l’insolenza verso la bellezza» che emerge già nel secondo racconto risulta attualissima nella mai sopita abitudine di deturpare il bene pubblico. Secondo il protagonista Enrico ― in realtà gli Enrico del racconto sono due, ma sembra si tratti dell’Enrico anziano che dialoga con il giovane che fu ― è che questo accada a causa di un’atavica paura che suscita la bellezza, così tragica e commovente da risultare ingestibile. Gli italiani sono quindi costretti a sdrammatizzare perché «non sopportano la tragicità forestiera della bellezza; urta con la loro propria natura comica».

Anche le domande che si poneva la Bompiani nel 1987 sono quanto mai di moda oggi, urlate nei cucinini ma anche nei palazzi di potere, tra movimenti cittadini e campagne elettorali: perché non cambiamo le cose avendo coscienza dell’ingiustizia che condiziona così tante sfere della nostra vita pubblica? Una risposta amaramente confortante, dal sapore gattopardiano, potrebbe essere nella natura stessa dell’uomo individuata in Amor sacro, amor profano: «L’ingiusto è la nostra patria; la amiamo come si ama la terra natale, come si amano i famigliari, come gli inglesi amano la pioggia e gli spagnoli il vento». È nella natura dell’uomo essere ingiusto perché rende più facile accettare la morte, perché «la morte in un mondo giusto sarebbe l’orrore più grande». 

Una lettura ricca di spunti, in cui ci si lascia spogliare, consenzienti e desiderosi di partecipare all’indagine scomoda e toccante che sembra snocciolarsi nella propria testa, in una specie di dialogo interiore indotto dall’autrice. Quasi come lo spettatore di una pièce teatrale, genere che si addice perfettamente alla struttura di questa raccolta, ci si ritrova nudi davanti a tante questioni esistenziali. Un’opera da leggere e rileggere.

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