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“L’imperfetta meraviglia”, due chiacchiere con Andrea De Carlo

“L’imperfetta meraviglia”, due chiacchiere con Andrea De CarloÈ arrivato il primo ottobre nelle librerie L’imperfetta meraviglia, diciannovesimo romanzo di Andrea De Carlo, che per l’occasione cambia editore, passando da Bompiani a Giunti.

In un paesino della Provenza più appartata, dove ville e villini per turisti sono sorte attorno alle case dei pochi residenti stanziali, vive da qualche anno Milena, una giovane donna italiana che ha aperto una gelateria molto particolare, che ha chiamato “L’imperfetta meraviglia” e in cui prepara gusti personalissimi a base di ingredienti molto selezionati, con i quali crea accostamenti insoliti e inventa sapori spesso irripetibili. A pochi chilometri dal paese sorge l’imponente villa di Nick Cruikshank, leader di una celebre band inglese, i Bebonkers, che sta per sposarsi per la terza volta con la vulcanica Aileen. Per l’occasione, si sta organizzando una fastosa cerimonia, a cui parteciperanno decine di VIP, e che sarà seguita da un concerto benefico della band, da tenersi sul piccolo campo d’aviazione locale.

I gelati fanno incontrare casualmente Milena e Nick, entrambi alla vigilia di un cambiamento radicale della propria esistenza: se per lui è arrivato il momento di sposare Aileen, lei sta per sottoporsi alla fecondazione assistita per cercare di avere un figlio insieme alla compagna Viviane, con cui Milena convive dopo essersi stancata degli uomini. L’atmosfera di sovreccitazione in cui si ritrovano immersi scatena però in entrambi una valanga di dubbi riguardo alle proprie scelte, che li porterà ad affrontare situazioni del tutto impreviste e a rimettersi completamente in gioco.

 

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Romanzo forse più lieve rispetto ad altri di De Carlo, L’imperfetta meraviglia descrive con un pizzico d’ironia quel mondo musicale in cui legioni di fan continuano a seguire le rockstar invecchiate, ma racconta anche le inquietudini di chi, anche in età matura, continua a sentirsi perennemente irrisolto e a disagio nel mondo in cui si ritrova a vivere.

Andrea De Carlo ha incontrato un folto gruppo di blogger e giornalisti delle testate digitali in occasione della prima presentazione del romanzo presso la libreria Mondadori Duomo di Milano.

 

Perché ha scelto questo titolo?

È il nome della gelateria di Milena. Indica lo stupore per qualcosa o qualcuno che ci stupisce per armonia e intensità, ma la meraviglia non dura mai a lungo. Il gelato mi sembra una metafora perfetta, perché l’esperienza di tuffarci nei suoi gusti dura solo pochi minuti.

 

«La vita è troppo breve per sprecarla nei sogni altrui» si legge all’inizio del libro. La citazione di Oscar Wilde è stata scelta da lei?

Milena mette nelle vaschette di gelato che vende dei bigliettini con le frasi che la colpiscono, e questa può essere interpretata in molti modi. Chi realizza i sogni altrui potrebbe essere giudicato un altruista, ma il senso invece è che ci si trova costretti a realizzare quello che altri vorrebbero che noi facessimo.

“L’imperfetta meraviglia”, due chiacchiere con Andrea De Carlo

Nelle prime dieci pagine c’è già una fotografia della società contemporanea: perché quest’inizio?

Perché io credo che le prime pagine di un romanzo siano tutto, forse anche solo la prima. Lì deve stare tutto lo spirito di una storia e dei suoi personaggi, per me è sempre il momento in cui forse investo di più.

 

Si parte con la paura degli immigrati, del diverso, dell’Islam, ma Nick, che è inglese, appare un po’ come un leghista in affanno.

Lui vive la paranoia di chiunque sappia di essere un simbolo dell’Occidente, e per questo oggi esposto a dei rischi. Il boss di una delle band più famose del pianeta vive in uno stato di costante apprensione perché può diventare un bersaglio. Non è un leghista, perché ha una grande apertura mentale.

 

Il protagonista è un musicista e nel romanzo ci sono pagine molto belle dedicate al suo rapporto con la musica: qual è per lei il rapporto tra musica e scrittura?

S’intrecciano a tanti livelli, perché c’è una parte di musica anche nella scrittura. La parola ha dei suoni e ogni frase ha un ritmo: quando costruisco una frase, un dialogo, ho molto il senso del tempo. La musica entra sempre nelle mie storie, perché dal mio punto di vista personale la musica è una dimensione molto più libera rispetto alle parole. Le parole richiedono una costruzione lenta per creare un’atmosfera, con un uso della razionalità. La musica per me è più istinto, l’abbandonarsi a un’onda che non ha bisogno di parole e non deve essere tradotta.

 

Gli accenni al mondo musicale passato, alla giovinezza di gruppi musicali come i Rolling Stones, sembrano esprimere una certa malinconia, o forse la nostalgia di un tempo in cui la musica era davvero ribelle.

Fa parte del concetto di meraviglia imperfetta, che non dura. Per quanto tempo l’uomo può continuare a essere ribelle? Prima di tutto finché sono in vigore le regole contro cui ci si batte. Quando la società si trasforma, essere ribelli diventa solo una recita. Puoi continuare ad avere idee non conformiste, ma non puoi più essere un ribelle quando vendi milioni di dischi e sei miliardario. Quando ho visto gli Stones la prima volta andavo alla scuola media ed ero immerso in un mondo di un grigiore spaventoso, studiavo cose che detestavo, mentre loro erano fantastici, usavano un linguaggio nuovo e si divertivano, erano come messaggeri degli dei. Ma non possono durare per sempre. Periodicamente servono nuovi ribelli, però la vera ribellione, in fondo, è stata quella degli anni Sessanta.

“L’imperfetta meraviglia”, due chiacchiere con Andrea De Carlo

E passando dalla musica alla società oggi non abbiamo più ragioni per ribellarci?

Le ragioni per ribellarsi cambiano. Forse oggi ci si dovrebbe ribellare alle imposizioni delle comunicazioni di massa, alla rete. Anch’io uso cellulare e computer, ma come tutti tendo a dimenticarmi che così sono schiavo di grandi corporazioni, che non pagano nemmeno le tasse nei Paesi dove lavorano: di questo, secondo me, non si parla abbastanza.

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Qual è stato il processo creativo di questa Storia, e cosa vorrebbe che il lettore si portasse a casa dalla lettura del suo romanzo?

Sono partito da fili lunghissimi che mi riportano indietro, fin quando avevo forse tredici anni e ho visto i Rolling Stones per la prima volta in televisione e in bianco e nero, anche se per me quell’apparizione era piena di colore. Allora ho comperato la mia prima chitarra, iniziando il mio percorso con la musica. Anche Milena è il risultato di un mio interesse per le donne, fatto di infinite conversazioni, discussioni, liti, domande: non credo che uno possa decidere di scrivere dal punto di vista di una donna se non ha un certo vissuto alle spalle.

Vorrei forse che il lettore si ponesse le stesse domande che si fanno i due personaggi sulle loro scelte, e sulla possibilità di avvicinarsi a ciò che avrebbero voluto essere sentendosi meno vittime delle circostanze e di ciò che gli altri vorrebbero da noi. Nel libro non ci sono risposte, ma ci sono tante domande.

 

Prendere in mano la propria vita era già il tema di Due di due, dove c’erano un protagonista che lo faceva e uno che restava sempre vittima delle circostanze. Perché tornarci?

Credo che ogni scrittore abbia dei temi che sono sue idee fisse. Evidentemente questo è uno dei miei temi: la corrispondenza o discrepanza tra quello che si vorrebbe o potrebbe essere e quello che si è. Molte persone hanno in sé un potenziale che non riescono a esprimere.

 

Cosa la ispira di più per scrivere un romanzo: le persone? Gli incontri? L’attualità?

Di solito inizia a girarmi in testa un’idea, ma le idee non sono mai lineari, tendono a ripresentarsi, scomparire e poi tornare. Quando alcune idee ritornano e si ripresentano, possono essere legate a un luogo, a un tema, a una professione. Stavolta continuavo a pensare a una gelateria, in principio pensavo a un gelataio maschio, che poi è diventato una donna e la sua storia si è fusa con quella di un musicista rock a cui avevo pensato in altri momenti. Tutto questo implica mesi e mesi di riflessioni, poi inizi a captare segnali diversi, che arricchiscono quello a cui stai pensando. È un processo di accumulo e di continua ibridazione.

 

Come mai negli ultimi anni nella narrativa è entrato con tanta prepotenza il cibo? Abbiamo avuto molti romanzi in cui si parla del tè, del caffè, degli alimenti, di proprietari di ristoranti e caffetterie, e qui c’è una gelataia. Perché il cibo sembra attrarre così tanto gli scrittori?

Non sono d’accordo sul fatto che questa sia una tendenza recente: a me vengono in mente pagine di Omero, romanzi come Tom Jones o I tre moschettieri. il cibo è uno degli elementi della vita ed è sempre stato raccontato. Però è vero che negli ultimi anni si è sviluppata una corrente editoriale in cui il rapporto col cibo è diventato anche un gioco letterario, e poi abbiamo chef che diventano filosofi… Forse nei momenti di crisi e di disagio culturale la gente si consola mangiando. Per me il gelato è sicuramente un momento di conforto e di gioia, mentre lo mangio non penso al resto. Milena è piena di, problemi ma mentre fa i suoi gelati è felice.

“L’imperfetta meraviglia”, due chiacchiere con Andrea De Carlo

Qual è per lei il rapporto tra ispirazione e mestiere?

Io non credo alle scuole di scrittura, credo alle scuole per conoscere la grammatica: agli editori arrivano troppi manoscritti di persone che non la conoscono. La scrittura creativa può insegnare gli schemi, ma una lettura interessante sta proprio nella rottura di questi schemi. Lo stile nasce dalla personalità di ciascuno, e nessuno può insegnarci il carattere. L’ispirazione da sola non basta: la parte artigianale di lavoro sugli strumenti ti accompagna per tutta la vita. Non arriverò mai al punto di dire “scrivo da Dio e non ho niente da imparare”. Ogni volta che rileggo una frase scopro che posso togliere una parola, che invece di tre aggettivi ne basta uno, ma devo trovare quello giusto, che ci si può liberare anche dei vezzi narrativi: per tre quarti dei miei romanzi tutti i dialoghi erano scanditi da “ho detto, ha detto, disse”, ma a un certo punto questa cosa mi è sembrata un tic e l’ho tolta. Penso che chiunque si debba rinnovare in quello che fa, che ci sia sempre qualcosa da imparare e non ci si debba accontentare di quello che si fa pensando di farlo già bene. Detto questo, se uno non avesse l’ispirazione sarebbe meglio che lasciasse perdere la scrittura. Io non ho mai avvertito il problema della pagina bianca, uno dei maggiori cliché letterari: quello capita quando ti forzi a scrivere non avendo niente da dire.

 

Dopo aver scritto diciannove romanzi cosa la spingerà a scrivere il ventesimo, se è già in cantiere?

No, non è nemmeno un’ombra, perché ho finito di lavorare a L’imperfetta meraviglia solo pochissimo tempo fa, e ho bisogno di disintossicarmi per un certo periodo. Avrò molti incontri, e poi avrò bisogno di tempo per leggere, per fare altre cose. Il mio approccio alla scrittura è sempre quello di dimenticarmi tutto quello che ho fatto prima: partire da una tabula rasa è l’approccio migliore, e dovrebbe servire anche non scrivere sempre le stesse cose, cosa che per me è la condanna peggiore per uno scrittore.


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Commenti

Ottimo quadro sul libro di De Carlo. Come sempre lo scrittore mi piace. Mi piace come scrive, i dialoghi che mette nella scrittura, i personaggi che crea. L'intervista è fatta bene e mi ha dato qualche suggerimento in più. Troverò Andrea De Carlo il 23 ottobre a Bassano e sicuramente gli chiederò qualcosa. Mi piacerebbe molto sapere cosa suona visto che i molti dei suoi libri ne fa cenno. Una performance con lui ci starebbe. Grazie

Mi fa piacere che l'articolo ti sia piaciuto. De Carlo nel corso dell'incontro ha parlato del suo rapporto con la musica e ha accennato a quando ha iniziato a suonare la chitarra da ragazzino, ma non ci ha specificato quali altri strumenti suoni. So che negli anni scorsi ha anche registrato dei Cd, magari facendo una ricerca in proposito puoi trovare altre informazioni.

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