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L’imperdonabile vita di Antonia Pozzi

L’imperdonabile vita di Antonia PozziCome le vene vivono del sangue. Vita imperdonabile di Antonia Pozzi di Gaia de Pascale, uscito per Ponte alle Grazie, è una biografia romanzata dedicata alla poetessa Antonia Pozzi che sin dalla prima pagina ha il sapore dell’autobiografia perché a raccontare è Antonia in prima persona. Secondo un abile gioco di specchi, l’autrice si cala nei panni della donna e della poetessa che intende raccontare e basandosi su testimonianze reali, ne realizza un ritratto personale in cui chi narra e chi è narrato finiscono per coincidere.

L’autrice muove il suo racconto-cronaca dal suicidio di Antonia e con una successione di salti nel passato, da una stanza del Policlinico di Milano, realizza un percorso a ritroso che attraversa le tappe fondamentali della vita della poetessa. Antonia è bloccata, incastrata tra la vita e la morte, e distesa nel letto s’immagina che ripercorra la sua vita, rivedendola come fosse dietro a un vetro opaco e lattiginoso che ostruisce la visione nitida pur permettendo di scorgere ciò che maggiormente conta.

Antonia Pozzi, chiamata affettuosamente dagli amici «Tognin», nasce nel 1912, in una ricca e aristocratica famiglia lombarda, figlia dell’avvocato Roberto Pozzi e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, o più semplicemente «Donna Lina». Si diploma al Manzoni di Milano e in quegli anni stringe due delle sue amicizie più importanti, con Elvira Gandini e Lucia Bozzi, la sua «Cia». Nel 1930 inizia a studiare alla Statale di Milano, dove entra in contatto con alcune delle personalità intellettuali più influenti dell’Italia di allora (e non solo) tra cui ci sono Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio. Antonia si laurea cinque anni dopo con una tesi sulla formazione letteraria di Flaubert e intanto il suo amore per la poesia è già sbocciato.

Nella carrellata dei ricordi messa a punto in Come le vene vivono del sangue. Vita imperdonabile di Antonia Pozzi ci sono gli scontri-non scontri con il padre, i momenti e gli scambi di affetto con la «Nena», figura affettiva di primissimo rilievo per Antonia, gli amori in asincronia con l’esistenza o mai ricambiati o semplicemente negati, i viaggi in giro per l’Europa, l’amore per la montagna, per lo studio e la poesia e, più in generale, per il potere della parola.

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L’imperdonabile vita di Antonia PozziTutto è puntellato dagli affetti di Antonia: con il professore di greco al liceo, Antonio Maria Cervi, con Remo Cantoni e con Dino Formaggio. E poi ci sono gli incontri che hanno determinato il suo cammino come poetessa. Fra i tanti c’è, per esempio, quello con Antonio Banfi, il quale dopo aver letto la sua raccolta di poesie Vita Sognata la invita alla calma, con Vittorio Sereni –  uno che invece fu tra i primi a comprendere il talento di Antonia – e infine con Piero e Paolo Treves quando, nell’Italia fascista del 1937, dopo un viaggio a Berlino, Antonia si rende conto di una cosa: «A Berlino si fece strada una consapevolezza più ampia. Sentii come una fitta improvvisa che non esisteva solo il mio dolore, esisteva anche il dolore. Non solo il mio male, anche il male. E provai un profondo senso di pietà per il mondo, e di amore per chi, in quel mondo, in questo nostro mondo, si ostina ad abitare, nonostante tutto».

La bellezza di Antonia Pozzi e della sua poesia meritano tutta la grande riscoperta che si è di recente avviata. Figura quasi sempre assente nei manuali scolastici e nei programmi ministeriali, su di lei è uscito da qualche mese anche un film, Antonia, diretto dal regista Ferdinando Cito Filomarino in cui si raccontano proprio gli ultimi dieci anni della poetessa lombarda.

Sopravvissuta alla nascita, come racconta Gaia de Pascale, Antonia Pozzi vive un’esistenza all’insegna della provvisorietà, che non perde mai la voglia di sconfinare e di lambire il bilico, sempre in ascesa verso una vetta agognata. Antonia si sentiva «scollata dalla vita, inadatta a reggerne il peso». Viveva un perenne senso di inadeguatezza, si percepiva come fuori posto, di là da venire, e anche i suoi amori non erano mai veramente suoi ma solo pensieri ipotetici privi di un presente. Antonia era come un «albatro che sulla Terra non poteva camminare, per le sue ali di gigante».

Gaia de Pascale è al suo esordio nel genere romanzo e, con una grande abilità che si esprime sulla carta con uno spiccato gusto per le sinestesie e gli ossimori, ha scritto una biografia che si muove in un limbo senza volto, tanto caro alla stessa Antonia Pozzi. Studiosa di letteratura e antropologia, oltre che come scrittrice e saggista lavora come redattrice, consulente editoriale e ghost writer e si può dire che proprio quest’ultima sua specialità spicca in questo libro, in cui ha perfettamente centrato l’obiettivo che si era preposta. Nella nota conclusiva lei svela, infatti, la volontà di raccontare la sua Antonia. Muovendosi tra fiction e reale, l’autrice si è calata nella vita della poetessa, l’ha ripercorsa e rivissuta, a suo modo e con i suoi occhi, proponendo ciò che de Pascale definisce «il verosimile». E così facendo ha reso, se possibile, ancor più cara una delle anime più interessanti e sfaccettate della poesia italiana del primo Novecento. 

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