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L’identità della scelta

Identità nella sceltaArticolo di Claudia Poli pubblicato nella webzine Sul Romanzo n. 1/2014.

Un giorno, durante una passeggiata in montagna, riflettevo sulle abitudini della valle in cui sono cresciuta, e ragionavo sul fatto che, individuate le due o tre attività tipiche del territorio, si finisse, nella grande maggioranza dei casi, a percorrere una vita già tracciata dalle consuetudini, dagli usi della comunità. Spinta dalla pioggia, trovai ospitalità in un’azienda agricola. Quando il proprietario mi raccontò la sua storia, esordì così: «Finita la scuola andai a lavorare in armeria, un po’ come tutti, era una scelta scontata, ma dopo qualche anno cominciai a chiedermi cosa volessi fare della mia vita, e investii tutto per costruire questa attività». Certo, la sua vita è piena di incertezze e di difficoltà, ma quando ha cominciato a raccontarmi dei suoi figli, sapeva esattamente cosa voleva per loro: che andassero incontro al mondo, uscissero a conoscerlo per capire quale fosse il loro cammino.

Come abbiamo scelto le nostre vite? Abbiamo preso una via per convenienza, per paura o perché già battuta? Ci siamo mai scontrati con l’ardente necessità di compiere altro? Accade a chiunque, quasi ogni giorno, di fermarsi, e non procedere. Di rifiutarsi di partecipare. A volte si eludono azioni di poco conto, ma spesso non si agisce quando è più necessario. E avvertiamo l’insofferenza, che manifestiamo nei modi più disparati, ma non sappiamo, o non vogliamo, darle un nome. Tentiamo, miseramente, di portare a termine i nostri compiti, di fare ciò che ci si aspetta da noi, ma anche le cose più banali restano incompiute, non per difficoltà ma per inerzia, e siamo pieni di buone intenzione, ma ciò che ci da veramente soddisfazione non sono altro che le nostre idee, immagini di ciò che ci piacerebbe essere, come vorremmo vivere se solo il mondo, e non noi, ce ne desse le possibilità.

Il primo uomo senza qualità della nostra letteratura è Alfonso Nitti, nato dalla penna di Italo Svevo: «Si propose di fare ordine sul suo tavolo, ma rimase là inerte, seduto a sognare. […] Centro dei suoi sogni era lui stesso, padrone di sé, ricco, felice. Aveva delle ambizioni di cui consapevole a pieno non era che quando sognava». Lo scontro con la brutalità delle scelte imposte dalla vita, si presenta per la prima volta con Alfonso, impiegato, soffocato dalla propria esistenza, che sembra tra l’altro un fallimento, cosparsa di errori e illusioni, a cui egli non trova altro antidoto se non la fuga, in un’altra realtà, nel sogno. In questa sua dimensione alternativa, Alfonso corrisponde finalmente all’idea che ha di sé: mentre in mezzo alla gente si sente inferiore, nell’immaginario trova uno spazio in cui mostrare il suo volto di superiorità. A che scopo costringerci a reagire, a realizzare ciò che ci prefiggiamo, se possiamo immaginarlo, costruirci un sogno delle persone che vorremmo essere, figurarci già arrivati, con carriere di successo, e sentirci immediatamente appagati e soddisfatti, tanto da smettere di lavorare per ottenerlo? «L’uomo potrebbe vivere due vite: una per sé e una per gli altri» è una riflessione del Nitti, che vive in situazione d’inferiorità normalmente, ma di fronte ai Lanucci, ai quali si sente superiore, assume il ruolo di benestante e intellettuale.

Perdendo il contatto con la realtà, ricostruendoci migliori nella mente, perdiamo la nostra umiltà, dimentichiamo la paura di non riuscire e smettiamo di tentare, rallentiamo, e ci fermiamo.

Procrastinare è una parola che sentiamo spesso, riassume in un’immagine le nostre esitazioni, ma sembra che queste, espresse in forma verbale, assumano una parvenza d’azione. Riunite sotto un unico stendardo che le uniforma, che ci identifica tutti in massa, esse cessano di essere causa d’imbarazzo per noi stessi e diventano caratteristica che ci accomuna, su cui scherzare. Poter ironizzare di un tale difetto, eliminando anche quel minimo di vergogna di sé che poteva spingere alla reazione, ci massifica, ci uguaglia a molti altri e in ciò ci giustifica.

«Chiedetemi pure perché mai io alterassi e tormentassi me stesso in quel modo. Risposta: perché mi annoiavo moltissimo a starmene con le mani in mano, e allora mi abbandonavo ai ghirigori della fantasia. È così. Osservatevi meglio, signori, e allora capirete che è proprio così. M’inventavo avventure e mi costruivo una vita per vivere in qualche modo». Ora è la penna di Dostoevskij a scrivere, in Memorie dal sottosuolo. La noia. In queste pagine il tono è cinico, diretto, l’autore fruga nei bassifondi della coscienza e stende il lettore col suo sarcasmo. «L’inerzia mi opprimeva», aggiunge ancora. La totale mancanza di obiettivi e l’assenza di uno scopo fanno di quest’uomo non solo un topo che si rifugia nella sua tana rifiutando e sfuggendo il mondo, ma un astioso, un rabbioso che è cosciente solo di ciò che non è. La consapevolezza, ecco l’elemento che spicca, rispetto a Svevo. Egli, dice, non ha saputo diventare niente, né cattivo né buono, e la sua intelligenza, purtroppo per lui, gli porge uno specchio con tutte le sue contraddizioni. Ma nella desolazione dell’immagine di sé, come in Svevo, una consolazione: il suo intelletto. La sua superiorità, che gli impedisce di diventare qualcosa perché «solo uno stupido diventa qualcosa […] l’uomo intelligente del diciannovesimo secolo dev’essere, ed è moralmente tenuto ad essere un uomo senza carattere», è anche per lui un salvagente, che lo giustifica per natura e che gli dà il diritto di essere arrabbiato con tutti gli uomini d’azione, che rivestono un ruolo in società che ai suoi occhi spetterebbe a lui.

In Memorie dal sottosuolo la razionalità è spinta fino all’estremo: da scintilla che coglie la verità è vittima di sé stessa. Paradossalmente, è proprio la continua ed estenuante ricerca, osservazione e analisi di sé a mettere in discussione l’individuo e a bloccare il suo rapporto con la realtà, e quindi a impedirgli di essere un uomo d’azione.

C’è spesso una scissione in atto nei personaggi di Dostoevskij, come se ci venissero presentati proprio nel momento in cui, all’apice di una crisi, stessero per prendere una decisione, fossero sul punto di capire, ma ancora non vedessero tutto con chiarezza.

Questo momento di rivelazione è meglio individuabile e comprensibile nei racconti di Joyce, Gente di Dublino. In questa raccolta è proprio l’istante d’improvvisa consapevolezza a essere il filo rosso che lega tutte le storie. I personaggi vivono immersi nella società e nelle sue convenzioni, in un clima di paralisi morale, culturale, politica e religiosa e l’autore ci mostra le loro debolezze e l’apatia in cui trascorrono i loro giorni; all’improvviso, tramite circostanze banali come un oggetto o un semplice gesto, il protagonista capisce. Egli diventa consapevole della sua condizione, vive un momento di crisi che si rivela fondamentale per la sua vita: da qui, la scelta se cambiarla oppure no, ma non è importante ciò che avverrà dopo, perchè quello che Joyce vuole mostrarci è il momento di iluminazione che il personaggio ha vissuto e che gli ha dato coscienza di sè, della sua immobilità e della sua vita misera.

Anche qui, ancora una volta la consapevolezza è il punto fondamentale. Evitarla, sfuggirle per allontanarsi dalla realtà e rifugiarsi in una dimensione parallela, l’immaginario, a noi congeniale e nella quale poter corrispondere all’idea che abbiamo di noi stessi. Accoglierla, all’apice di un processo di ricerca e ragionamento, ma esasperarla, manipolarla, nello sforzo estremo di capire, per poi arrivare a trasformarla in altro: farla diventare per noi giustificazione, scusa, paura travestita da razionalità. Viverla, finalmente, sentirne il peso, maturarla con angoscia man mano che ci avviciniamo al limite; smascherare la nostra paralisi e avere il coraggio di chiamare misera la nostra vita.

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E poi ci sono persone, per le quali il discorso va posto in termini diversi. Si può dire che alcuni, in modo naturale, hanno fatto propri i concetti di giusto e sbagliato, e sentono ciò che ha valore, anche senza necessariamente fermarsi ad interrogarsi. Attraverso la dignità e il coraggio sanno conferire vitalità alla propria esistenza, che li mantiene sulla rotta verso un senso, uno scopo.

Ed è attraverso questa conoscenza, quasi innata, che tali persone sono un esempio d’azione. Sono ritratti di come si reagisca, si viva in maniera attiva e partecipe.

Non sto dipingendo degli eroi, lontani da noi, e nemmeno dicendo che queste figure non commettano sbagli, ma che i valori che hanno, quasi innati, e la coerenza con cui li mantengono fanno sì che la loro vita non sia priva di significato. Tolstoj faceva dire al suo Levin in Anna Karenina: «La vita ha un sicuro significato per il bene che ho il potere d’infondervi», perchè, dopo tutti i dubbi e i ragionamenti, sulla società, il lavoro, la politica e su Dio, è attraverso la volontà, quella innata e non solo quella portata dalla ragione, di ricerca del bene che possiamo essere attivi e finalmente artefici della nostra vita.

Ne troviamo un esempio in Le rose di Atacama di Sepúlveda, in cui l’autore ha scritto di persone realmente esistite, assolutamente comuni e sconosciute, che hanno operato nella loro vita dei gesti di coraggio, di coerenza e hanno dato un valore alle loro esistenze attraverso queste scelte. Il filo conduttore di tutti i racconti è la passione vitale con cui queste persone perseverano nella loro vita, attraverso la quale sostengono le idee, i valori che sanno essere giusti. Non appare tanto una consapevolezza frutto di un ragionamento, quanto un sapere acquisito attraverso la vita, unico e forte, terribilmente vero, non evitabile perché parte di loro, inscindibile. Non vediamo inetti in questi racconti, nessuno di loro è immobile. Queste storie sono il ritratto dell’azione.

Come il giovane rifugiato politico che, scappando dal suo paese verso la Patagonia, ricco di idee ma per nulla in grado di arrangiarsi e sopravvivere in quei boschi, viene dapprima aiutato dagli abitanti del luogo, senza alcun motivo se non perché era necessario, perché altrimenti sarebbe morto, e si rende indispensabile poi, quando usa le sue attitudini per salvare le foreste patagoniche, senza altra ragione se non perché andava fatto.

In questo libro, quello che vediamo è l’azione. Non importa se non li ha resi famosi, se è avvenuta solo una volta nella loro vita o, peggio ancora, se non li ha portati a migliorare la loro condizione, anzi spesso li ha condannati. Ciò che vediamo è l’idea, che presente in loro come tale o come valore, esce, va oltre loro stessi e si fa azione. Si compie.

L’esigenza della ricerca nasce nel momento in cui chiediamo a qualcosa di essere vero, di farsi tangibile. Quando riconosciamo un valore nella nostra vita, e ci adoperiamo per realizzarlo; perché non ci basta percepire che esiste, ma diventa necessario per noi che sia reale. In che modo io posso far sì che da verità nella mia mente, esse esistano davvero? Come posso passare all’azione, non essere immobile?

Se ci poniamo delle domande sulla nostra vita, queste non vengono per caso né per noia. Nascono da un’esigenza di avere basi solide, certezze su cui poggiare il nostro cammino. È nel tentativo di rispondere a queste domande che si nasconde la necessità di agire.

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