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L'horror sociale nella narrativa di genere: una riflessione

Horror

La vita di oggi troppo spesso assomiglia alla trama di un film dell’orrore. Questa definizione, forse un po’ netta e perentoria, può suonare come un’esagerazione (magari un’ovvietà) ma è maledettamente – è il caso di dirlo – vero. Riguardando qualche film di Wes Craven, cineasta e sceneggiatore di indiscusso spessore anche letterario, risulta evidente che gli incubi che popolano le opere di fiction rispecchiano gli orrori nascosti dentro ognuno di noi. La letteratura di genere horror (un autore su tutti, Stephen King) ha l’eccezionale capacità di scovare il fantastico nel quotidiano, considerando ogni strato sociale e attitudine umana ed è in grado di intrecciare, fino a confonderli, i confini tra realtà e visione onirica, funzionando su livelli diversi che analizzano i temi umani e sociali più importanti, come la famiglia, i rapporti sociali, i sentimenti. È così che funzionano i libri del più grande scrittore horror dell’epoca moderna, Stephen King. Strutturati su piani differenti, i suoi libri intrecciano bene e male, sogno e dimensione vera, passato e presente. Le sue opere attorcigliano l’orrore fantastico con quello reale della vita di tutti i giorni. La narrativa dell’orrore, dal romanzo gotico in poi, ipotizza situazioni che destabilizzano gli equilibri della vita introducendo elementi irrazionali e tragici molto violenti ed estremi. Questo tipo di letteratura fa grande uso dell’elemento sensazionalistico e del grottesco, oltre che dell’orrore sublime e sublimato, principio di indiscussa attrattiva tanto caro agli scrittori romantici, enfatizzando i contenuti dei rapporti umani e sociali di qualsiasi tipo e prendendo in analisi proprio quegli aspetti nascosti che si annidano negli strati più intimi della coscienza.

La letteratura horror può anche avere, talvolta, un effetto catartico dovuto al sollievo del ritorno alla condizione normale dopo la sperimentazione di situazioni negative e pericolose al limite della sopportazione: questo avveniva già con le tragedie dell’orrore di tradizione prima greca e poi shakespeariana. Il gusto per la narrativa horror (e ovviamente per la cinematografia) in aumento soprattutto fra i giovani può trovare una spiegazione magari proprio in questa funzione.

I grandi scrittori classici del romanzo horror – Bram Stoker, Mary Shelley, Edgar Allan Poe e Howard Philips Lovecraft, solo per citarne alcuni – hanno gettato le basi di questa narrativa e formato autori come Stephen King, William Peter Blatty (autore dello spaventoso L’Esorcista), Lincoln Child, Anne Rice, Clive Barker e Tabitha Jane Spruce King, moglie del molto più famoso Stephen, non a caso autrice anche lei di romanzi horror e non a caso insignita di moltissimi premi e onorificenze per il suo interesse verso disabili e carcerati. Ecco dunque che ritorna l’orrore quotidiano, la paura delle difformità e la difficoltà enorme di convivere con diversità sconosciute, paura nata dall’ignoranza e che genera i tanti disastri sociali di oggi. Tutto può essere orrore, se ci si pensa bene, anche la difficoltà di accettare un problema, un handicap o la complessità di riuscire ad arrivare a fine mese. Il votare il politico meno disastroso e pericoloso per il proprio Paese, il poter mantenere dei figli, il riuscire a conservare la propria integrità morale. Ma grazie all’apertura mentale che viene leggendo si possono superare le fasi più acute. Vivere bene è un’arte che si impara anche sfidando l’orrore (inteso come momento di paura di non farcela) con grande fatica e dedizione, oltre che con comprensione e pazienza certosina. Bisogna avere una visione delle cose molto chiara senza cullarsi in alcuna illusione, salvo una forte fede nelle proprie convinzioni.

Anche la giallista Agatha Christie ha dato, dalle pagine dei suoi romanzi, spunti e tracce da cui trarre qualche lezione di vita, se pur  spicciola. Di lei Winston Churchill disse che fu la donna vissuta più a lungo a contatto con il crimine dopo Lucrezia Borgia. Davvero un’nteressante definizione. L’orrore delle nostre vite difficili ci fa guardare attorno insoddisfatti in cerca di una letteratura che ci dica qualcosa di più e che quasi diventi punto di riferimento. È sempre più prepotente, oltre che urgente, capire cosa significhi leggere, anche letteratura di genere “basso” (ancora considerata di serie b) e imparare a farlo per poterne trarre vantaggio, fosse anche solo divertimento (evasione, direbbe qualcuno). C’è bisogno di nuova luce, più intensa, e di nuova linfa per poterci muovere meglio nella realtà. Nel romanzo horror post apocalittico dell’americano Richard Matheson Io sono leggenda scritto nel 1954 (pubblicato in Italia da Longanesi nel 1957 e successivamente ristampato per la collana Urania nel 1996), il cui soggetto è stato riproposto nel 2007 nell’omonimo film con Will Smith, l’autore rovescia la situazione orrorifica: non un vampiro in un mondo di umani, ma un umano in un mondo di vampiri. Anche in questo romanzo la commistione di archetipi della realtà quotidiana con elementi di carattere soprannaturale calati in circostanze non razionali destabilizzano la realtà e le certezze che questa comporta. La narrazione horror agisce sulla fallacia delle percezioni sensoriali e sulle differenze soggettive della rappresentazione del reale descrivendo scenari diversi in cui possibili irruzioni di elementi irrazionali nella vita di ogni giorno sovvertono ogni tipo di regole e ordine. Il racconto dell’orrore nutre le paure ancestrali radicate nell’inconscio collettivo umano, come quelle che riguardano la morte, la perdita dei propri cari, l’incognita, il buio, l’isolamento e il dolore, così come fanno le paure quotidiane legate alle diverse situazioni umane e sociali. L’orrore grottesco sublima, deformandole, le paure che tutti noi ci portiamo dentro. È questo il caso de L’Esorcista, romanzo shock scritto da William Peter Blatty nel 1928. Nel romanzo, una mamma vede sottrarsi la bellezza, la freschezza, l’anima e, quindi, la vita della figlia Regan nientedimeno che dal Diavolo. Certo il paragone potrebbe essere forte, ma è la stessa paura che tanti genitori di oggi provano pensando alla possibile rovina che potrebbero subire i figli incappando in alcol e droga o, magari, in percorsi sbagliati. Probabilmente (di certo dopo Dracula) il più celebre romanzo horror di tutti i tempi, L’Esorcista è stato ripubblicato un paio d’anni fa da Fazi editore, a conferma del rinnovato interesse di questi anni per il genere. Forse la paura che spinge a tenere la luce accesa serve per non pensare a quella che non ti fa arrivare a fine mese. Alcuni romanzi dell’orrore, però (ed è proprio questo il caso), evocano una paura così profonda che pare esserci nessun sollievo, nessuna distanza, nemmeno nessuna assuefazione. La paura ti rincorre fin dentro l’anima, il nucleo più segreto dove essa si nasconde. In questo, L’esorcista è davvero il libro horror per eccellenza, quello che non ti dà lezioni né pretende di farti imparare qualcosa, ma è solo il racconto di una possibilità maligna che forse esiste, possibilità dalla quale dobbiamo per forza imparare da soli a prendere le distanze.

La narrativa horror è figlia delle paure più antiche ma anche delle contraddizioni dell’animo umano: ribellione e denuncia per un verso, sfiducia nell’avvenire per l’altro. Questo genera la disperata ricerca di un mito oscuro e primitivo, qualcosa che spinga verso l’altro, magari verso l’altrove. È una scrittura potente, quella che usa la narrativa horror, permeata dalla stessa energia che si impiega per fronteggiare l’orrore sociale di questi tempi, utilizzata per descrivere un inferno che non è solo quello dei diavoli coi forconi. È scrittura capace di aggrovigliare i fili di decine di personaggi ed è il ritratto torbido dei nostri sentimenti più infidi, quelli che giacciono rintanati negli strati profondi del subconscio ed è, in fondo, anche un piacere frequentarla. È una palestra mentale che aiuta a capire il male e il disagio sociale nel quale siamo nostro malgrado calati. Non bisogna essere, dunque, un docente di sociologia per capire che l’elemento perturbante affascina soprattutto perché ci si sente calati dentro una struttura che coniuga elementi positivi e negativi che sembrerebbero incompatibili ma che, invece, sono entrambi alla base dell’esistenza umana, tanto quelli ricercati come quelli subiti. Esiste una palese ambiguità nei confronti del male (ricordate il Dottor Jekyll e Mr Hyde?) qualche volta avvolta in una profonda repressione sessuale. La letteratura horror sembra così dar voce agli impulsi vitali nascosti dell’uomo, opponendo il mondo solare dell’esistenza razionale a quello cupo e notturno del fantastico e del misterioso. Un fascino che è sempre più avvertito anche oggi. Sentiamo cosa dice Fabio Monteduro, autore dark italiano sul tema del racconto horror collegato alle paure scatenate dai nuovi scenari sociali: l’ispirazione per i miei libri nasce dall’osservazione della vita quotidiana, da quello che sento, vedo, penso. Un racconto può nascere da un’idea così come da mille esperienze di vita. Spesso mi chiedo cosa mi faccia davvero paura e di conseguenza ne scrivo. Non è vero che chi scrive horror lo fa per esorcizzare le sue paure interne, si scrive anche per capire la realtà che abbiamo accanto analizzandola meglio o, magari, anche solo per divertire… Il male è un rapporto sociale (come il potere e lo sfruttamento) che ci attraversa e ci contagia tutti e che dobbiamo sapere combattere in quanto tale. Il vero orrore, in fondo, sono i razzisti, gli individualisti, i guerrafondai, le persone senza ideali.

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Commenti

Piccola correzione: Il romanzo L'ESORCISTA è del 1970. Ho fatto un pasticcio con la data di nascita dell'autore. Mi scuso. Claudia Verardi

Mi è stato fatto notare da una tizia - non so nemmeno bene chi sia, credo una che scrive raccontini horror - che io abbia voluto dire che William Blatty ha scritto L'Esorcista per motivi didascalici. Non mi sembra, ma se anche qualcuno ci leggesse questa sfumatura, sottolineo che il mio intento era quello di associare l'orrore soprannaturale a quello della scoperta orrorifica che può fare un genitore. Ho associato un genitore che vede il figlio indemoniato a uno che se lo vede rubare dalla droga, per esempio. Paragone forte, azzardato, stupido, idiota, ma mi andava di scriverlo. Aggiungo che se la persona in questione fosse stata Moravia, ci sarei rimasta molto male, ma così non è, per fortuna! Buona serata a tutti

"Mi è stato fatto notare da una tizia" è una caduta di stile molto sgradevole e, agli occhi dei tuoi lettori, danneggia più te che non la persona a cui era indirizzata la frecciata. Ribatti alle sue critiche argomentando meglio la tua tesi, se puoi, altrimenti lascia perdere. E' solo un consiglio, poi fai come credi.

Pessima caduta di stile, francamente. E allo stesso tempo un'ammissione d'ignoranza inconsapevole. Il fatto che tu non sappia chi "la tizia" sia, implica solo che conosci molto poco quello di cui hai voluto parlare in quest'articolo.

Poi: alle critiche si risponde nel merito (se c'e'). Se la critica e' centrata, lo e' indipendentemente da chi l'abbia formulata. Con il tuo "se fosse stata Moravia..." assecondi solo il classico atteggiamento italiano per cui i "grandi" si credono tutto permesso (lei non sa chi sono io!!!), anche quando dicono cavolate enormi. Se Moravia ti avesse detto che l'esorcista e' una commedia, gli avresti dato ragione solo perche' era Moravia?

Saluti.

Ehm. La tizia in questione sarei io. I visitatori possono verificare di persona che il tono della discussione è leggermente diverso da quello qui riportato. E, ad ogni modo, in nessun momento ho sminuito la persona dell'autrice dell'articolo come lei fa con me. Non è il mio curriculum che conta, nè gli editori con cui pubblico: dovrebbe essere, immagino, il contenuto. Buona serata.

Ciao Claudia,

credo tu abbia ragione nello scrivere "La narrativa horror è figlia delle paure più antiche ma anche delle contraddizioni dell’animo umano: ribellione e denuncia per un verso, sfiducia nell’avvenire per l’altro". Credo sia questo il fulcro dell'orrore stesso: la paura del limite. Nulla è in realtà più spaventoso per un uomo se non rendersi realmente conto del fragile equilibrio rappresenta.

Grazie,
Adrea

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