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L’eternità dell’istante che sfugge catturata in un libro

L’eternità dell’istante che sfugge catturata in un libroArmonioso e ricco di spunti di riflessione, si potrebbe definire in questi termini il romanzo di Caterina Zaccaroni, Vita di C., uscito per la Mondadori.

È anche un romanzo cospicuo, per chi ama un rapporto duraturo nel tempo con il libro. Come un’amicizia che coltivi nei ritagli di tempo in cui ti concedi di conoscere una vita. Quella di C., nello specifico. Quella di Caterina. Nasce quindi un’amicizia straordinaria, tra il lettore e C., perché straordinaria è la visione del mondo dipinto nell’affresco autobiografico firmato dall’autrice che parte dall’infanzia, indaga i rapporti tra genitori e figli, i conflitti generazionali e quelli interiori a prescindere dall’età.

In occasione dell’uscita del libro, Caterina Zaccaroni si è addentrata in alcuni dei temi trattati nel romanzo svelando così qualche retroscena legato alla sua stesura.

 

Vita di C. è una storia che mette in gioco molti elementi della vita, ma soprattutto disegna le geografie della famiglia. C’è un pensiero di C., di Caterina, che dice di aver deciso di non crescere mai perché gli adulti non le piacciono. Ed è un mondo che non le piace soprattutto perché, da adulti, ci si deve confrontare con l’amore, si devono correre dei rischi, si deve affrontare la vita “da non cucciolo”. Secondo lei, esiste un modo per salvare il “cucciolo”, portarlo in una forma o nell’altra fin dentro la vita adulta? E se sì, quale potrebbe essere questa via?

Ha stupito anche me la capacità di C. di rimanere innocente malgrado tutte le sue traversie. Agli inizi il suo rifiuto di crescere si traduce in rifiuto di vivere, per paura di farsi male e timore che le cose finiscano. Poi la vita la travolge comunque, e inizia il flusso della storia, della sua storia, perchéogni vita èunica. Ma in qualche modo C. rimane bambina, pur crescendo, perchéha uno sguardo spalancato sul mondo. Gli adulti si costruiscono dei filtri per proteggersi e difendere le proprie convinzioni ideologico-culturali. Il bambino invece ha uno sguardo aperto su tutto, non ha barriere, va incontro all’esistenza senza diffidenza. Quello che non gli piace lo elimina, lo cancella, e questo gli permette di ricominiciare da capo. Credo che la componente fondamentale che consente di salvare il cucciolo che ci portiamo dentro sia la forza vitale che riceviamo in dotazione alla nascita, l’eros per i greci, il ka per gli egiziani, l’atman per gli indiani. Nella protagonista di Vita di C. soprattutto l’eros, cioè la curiosità, l’apertura, l’amore incondizionato per la natura e la vita. Ci si può perdere, inciampare e risorgere dalle proprie ceneri, mantenendo il nucleo interiore intatto. Ma c’èun limite per ogni individuo oltre il quale non c’e più ritorno, come insegna Faust. Si può perdere la propria integrità per il successo, il denaro, la fama, il sapere, l’avidità, anche la paura. Dopo non sei più te stesso perchéhai tradito la tua anima, che i greci chiamavano psychè, e non riesci più a provare vere emozioni. Nell’Idiota Dostoevskijdescrive il principe Miskin, che non è affatto idiota, anzi è intelligentissimo, ma viene trattato come tale dagli altri perchénon usa i loro metodi per sopravvivere o prevalere. L’opposto del principe Miskin è suo fratello Stavrogin, protagonista de I Demoni, uomo tormentato che ha perduto la sua anima. Siamo tutti tormentati, anche C. lo è, ma c’è un limite oltre il quale non c’è ritorno. Si può valicare in vari modi, anche tramite le droghe. Molti amici di C. perdono cosìl’innocenza e la forza vitale, alcuni muoiono, altri invece riescono a uscirne indenni. Mi chiedo fino a che punto uno possa scegliere, e questo è uno dei temi del mio libro. Io conosco le domande, non so le risposte. Credo però che la creatività, l’amore per la natura e l’arte, aiutino a mantenere vivo il bambino che è in noi perchéaccendono la meraviglia, il mistero, e trasportano a un altro livello dove il dolore e la fatica del mondo diventano canto e puliscono l’anima. L’arte a C. fa questo effetto, e anche l’amore, quando non inciampa.

 

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Se non ci fossi tu, dice il padre di Caterina. Quanto pesa la responsabilità di esistere in quanto figli?

Pesa, perché i figli si sentono debitori della propria vita ai genitori, e hanno bisogno di sentirsi accettati e amati da loro per esistere. Se i genitori si odiano, i figli si sentono scissi e responsabili del loro conflitto, quindi colpevoli. Ma, come diceva Eraclito, tutto nasce dal conflitto, anche la crescita, perchécostringe a rimettere in discussione se stessi alla ricerca di un’identitàpropria. Questo è quello che accade a C.

L’eternità dell’istante che sfugge catturata in un libro

È un episodio tra i tanti, madre e figlia parlano della grande storia, da alunna Caterina vuol condividere le scoperte con la mamma. Parlano di Nerone, di Roma e dell’incendio appena studiato a scuola. La madre, però, spiazza la figlia (e il lettore), le dice di non fidarsi ciecamente di quello che le viene detto, anzi di imparare a ragionare con la propria testa. È una madre fuori dagli schemi, quella di Caterina. Fragile e forte, presente e assente, ingombrante ed essenziale allo stesso tempo. Secondo lei, esiste una sintesi nel rapporto tra madre e figlia o questo può manifestarsi soltanto in mezzo ai contrasti, alle opposizioni?

I genitori ci formano dandoci le chiavi per capire il mondo, e in questo senso la madre di C. le fornisce gli strumenti intellettuali per pensare con la sua testa ed essere intellettualmente libera. Questo è un grande regalo. Ma la fisicità della madre allo stesso tempo la schiaccia, proprio perchéappartengono allo stesso genere. Èla madre il modello femminile per C., e la sua presenza è cosìdominante, che in qualche modo annulla la sua. Avere una madre bellissima e piena di eros non è semplice per una figlia, al contrario può essere devastante. Nell’economia spesso feroce della vita, C. inizia a trovare un equilibrio nella propria femminilità quando la madre inizia il suo declino in seguito a un evento traumatico. Èun po’ il mors tua, vita mea dei latini. Esiste un momento in cui i figli devono liberarsi dei genitori per acquisire la propria identità. Solo dopo aver reciso il cordone ombelicale è possibile una riconciliazione profonda, una sintesi.

 

A un certo punto, lei parla della violenza e ne parla in modo molto acuto facendo una distinzione precisa tra la violenza della fame, per così dire, e la violenza dietro le porte chiuse delle ville. Può dirmi qualcosa in più riguardo all’argomento?

La violenza della fame è chiara, evidente, se non uccide può rendere piùforti, dando il coraggio di lottare per emanciparsi dalla miseria fisica e morale. Al contrario, la violenza dietro le porte chiuse delle ville può essere subdola, strisciante, e annullare la volontà. Bisogna saper riconoscere il nemico per poterlo combattere. Se uno non lo vede, non capisce neanche la violenza che subisce, e il danno patito lo fa sentire in colpa, come nelle Lezioni di piano di C. Invece che vittima, ci si sente colpevoli e questo può portare alla paralisi. Incapace di reagire combattendo all’esterno, la persona che subisce tende a implodere e a farsi male da sola. Questa violenza diretta contro se stessi per molto tempo diventa per C. l’unica via percorribile alla sua furia distruttiva, che è in parte il motore del libro. Ma c’è un altro aspetto inevitabile della violenza, e fa parte dell’educazione dei figli. Èdifficile per un genitore lasciare piena libertà di esistere a un figlio, non solo per proteggerlo, ma anche perchéun figlio è anche una proiezione del proprio successo, come madre vuoi che sia fatto bene, non lo lasci crescere in modo naturale. In parte questo è necessario perchétramite l’educazione si danno ai figli gli strumenti per affrontare il mondo, ma se si passa il limite, diventa violenza e manipolazione.

 

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Ci sono molti dettagli che ho trovato piacevoli e stimolanti. Uno in particolare è stato delizioso quanto la sottile ironia che Dostoevskij inserisce nei suoi romanzi. Ruth dice alla piccola Caterina che Dostoevskij, appunto, non si può tradurre veramente in italiano… Cosa si perde nella traduzione da una lingua all’altra e perché certe lingue risultano più accoglienti delle altre?

Ogni lingua è una griglia intellettuale ed emotiva all’interno della quale si pensa e si elaborano emozioni. Passare da una lingua all’altra cambia impercettibilmente il proprio rapporto col mondo e con se stessi. Chi parla diverse lingue a un certo punto si rende conto di sentire e soprattutto di pensare in modo leggermente diverso. Èquindi inevitabile che tradurre da una lingua all’altra comporti una perdita. Ogni lingua è anche una musica diversa, e nel tradurre a un certo punto devi scegliere tra la musicalità della frase e il suo senso concettuale. Non sempre è possibile conciliare pienamente le due cose. Il risultato finale è un compromesso in cui qualcosa dell’originale si perde, perchél’originale è stato pensato e scritto in una lingua specifica, non in un’altra. Qualunque lingua diventa letteraria quando si raccontano storie che riguardano l’uomo e la vita. Mi sembra che il tedesco sia una lingua particolarmente adatta alla filosofia e alla metafisica, i cui termini concettuali hanno origine nella mistica tedesca del Trecento. L’inglese è una lingua duttile, particolarmente adatta al pensiero pragmatico. Non riesco a giudicare l’italiano, perchéè la mia lingua madre, e mi permette una libertà di esprimermi che non ho in altre lingue, in cui pure sono cresciuta. Ma la lingua per me più completa è forse il Greco antico, che non ho mai parlato, perchépermette sfumature emotive e concettuali che non ho più ritrovato in altre lingue: dal modo di concepire il tempo, sia il krónos che il kairós, l’eternità dell’istante che fugge e che io cerco di catturare nel mio libro; ai vari modi di esprimere l’amore, dall’eros alla filìa, al fatto che spesso una parola significa una cosa ed eventualmente anche il contrario. Col tempo mi sono resa conto che il mio modo di vedere il mondo è stato profondamente influenzato dal pensiero e dall’emotività greca, per la sua ricchezza, profondità e sintesi.


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Per la prima foto, copyright: Julia Caesar su Unsplash.

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