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L’eterna opposizione tra uomo e natura. “I pesci non piangono” di Abe Natsumaru

L’eterna opposizione tra uomo e natura. “I pesci non piangono” di Abe NatsumaruSe è vero che il posto in cui nasci e cresci forma la tua persona, è sicuramente il caso del libro I pesci non piangono di Abe Natsumaru, edito Atmosphere libri a cura di Maria Elena Tisi.

Una raccolta di tre racconti compone questo libro, ambientato nelle zone lungo il fiume Yahagi, nella prefettura di Aichi in Giappone. Il territorio è il protagonista principale delle tre storie che l’autore sceglie di raccontare. Un territorio che rivela una natura non più incontaminata ma che già presenta gli effetti inesorabili della mano dell’uomo che l’ha prima conquistata, poi quasi stravolta. A guardare gli effetti di quello che a ragion veduta l’autore concepisce come un processo degenerativo, un giovane ragazzo, dell’età intorno ai dodici anni, che – pur cambiando i personaggi nella rotazione dei racconti – conserva gli stessi tratti, sovrapponendosi di volta in volta al protagonista della storia.

 

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Nel primo racconto, più breve degli altri, sembrerebbe di trovarsi nella versione giapponese di Stand by me. Un gruppo di quattro ragazzini, diversi per indole e carattere, s’imbarcano in una vera e propria spedizione. Tale perlomeno si presenta ai loro occhi l’idea di pescare pesci dal fiume secondo un metodo generalmente disapprovato, quello di acciuffarli svuotando il fiume dell’acqua necessaria alla loro sopravvivenza. Lo sviluppo della trama, seppure con fini nobili come l’opposizione tra la purezza dei giovani, non contaminati dallo sviluppo economico, e gli adulti, schiavi dello stesso, non si rivela all’altezza delle aspettative. Non c’è pathos né empatia che il lettore possa allacciare con questi bambini, ma solo una lunga serie di fatti legati alla pesca che non può coinvolgere un individuo poco avvezzo all’argomento. La pesca e i pesci dovrebbero essere strumentali per simboleggiare una situazione che, negli anni Settanta, doveva essere vissuta come incombente e preoccupante ma che un lettore del 2019 non giapponese non può comprendere se spiegata in questi termini.

Il secondo racconto, che dà il nome all’intera raccolta, I pesci non piangono, è sicuramente meglio sviluppato, focalizzando la narrazione su due personaggi: il protagonista e quello che diventerà, contrariamente ai pronostici, un suo amico. Lo scenario del fiume, della foresta che incute timore, del fiume e dei pesci che lo popolano fa sempre da sfondo alla storia. Anche in questo caso si parla di contrapposizioni tra quanto è stato condizionato dall’uomo e dalla società e quanto di più puro è naturale si preserva. Il legame tra queste due nature dell’uomo attraverso l’amicizia di due ragazzini che imparano a conoscersi e a volersi bene è a tratti toccante, ma purtroppo a lungo andare si traduce in un nulla di fatto. Il sostare in dettagli superflui devia dal fine principale, o perlomeno da quello si suppone sia il fine del racconto.

L’eterna opposizione tra uomo e natura. “I pesci non piangono” di Abe Natsumaru

Il terzo racconto, infine, i pesci tornano a essere una sorta di collante tra il giovane protagonista e un anziano signore, lo zio Kin. In questo racconto l’autore prova a staccarsi dagli stretti confini del fiume per rimandare a qualcosa di più grande, la guerra, e gli strascichi inevitabili che essa si porta sulle persone. A partire da una passione comune, Natsumaru si rivela finalmente in grado di soddisfare il bisogno innato nel lettore di approfondire i sentimenti umani tratteggiando uno spaccato doloroso della storia, quello della guerra appunto, senza cadere in banalità. Sicuramente quello di zio Kin è il personaggio meglio riuscito dell’intera raccolta: possiede la saggia consapevolezza di chi ne ha passate tante nel corso della vita e la lungimiranza di non svelare troppo a chi non è ancora pronto ad ascoltare.

 

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I pesci non piangono è una raccolta che parte un po’ incespicando, navigando superficialmente nelle acque della narrazione e addentrandosi poi, pian piano, verso gli abissi più profondi. Abe Natsumaru possiede però una voce stilistica poco riconoscibile,che rischia di non rimanere impressa. E questo compromette l’esperienza generale di lettura.

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