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"L'età della luce", Lee Miller e Man Ray nella Parigi del primo dopoguerra

"L'età della luce", Lee Miller e Man Ray nella Parigi del primo dopoguerraL'età della luce (Mondadori, 2019 – traduzione di Manuela Faimali) è il primo romanzo di Whitney Scharer, autrice di Boston che ha costruito la sua narrazione partendo da una serie di personaggi realmente esistiti. Protagonista è infatti Lee Miller (1907 – 1977) che, dopo aver lavorato per alcuni anni come modella per le più prestigiose riviste di moda dell'epoca, alla fine degli anni Venti lascia gli Stati Uniti per vivere nuove esperienze a Parigi: soprattutto, vuole smettere di essere un oggetto fotografabile e una musa ispiratrice, perché intende passare dall'altra parte dell'obiettivo e iniziare una nuova carriera come fotografa. Non è comunque facile inserirsi nella brillante Parigi di quegli anni, dove vivono moltissimi artisti provenienti da mezzo mondo. Lee stenta a trovare una sua collocazione, finché non incontra Man Ray (1890 – 1976), un altro americano espatriato che ha già raggiunto una certa notorietà come artista eclettico nell'ambito del movimento dadaista.

Per vivere, Ray lavora come fotografo e dal suo studio passano molte celebrità che vogliono farsi fare un ritratto. Lee Miller diventa la sua assistente, nonché amante, ma lavorando insieme a lui riesce a sviluppare il proprio talento: sua è la scoperta casuale della tecnica per realizzare immagini sulla carta fotografica senza pellicola, posandovi sopra degli oggetti e facendola impressionare direttamente dalla luce, anche se Man Ray se ne attribuirà a lungo il merito.All'epoca una donna stenta a farsi largo in un mondo che anche nell'arte è dominato dagli uomini, ma nemmeno l'attrazione che prova per Man Ray distoglie Lee Miller dal suo obiettivo primario, che è quello di affermarsi come fotografa: reporter di guerra durante il secondo conflitto mondiale, sarà la prima donna a entrare nei campi di concentramento liberati dalle truppe alleate e a fotografarne l'orrore.

 

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L'età della luce ci presenta una donna notevole, che è stata riscoperta come artista solo in anni recenti, ma la narrazione insiste forse un po' troppo sul tormentato rapporto con Man Ray, che Whitney Scharer ha ricostruito mescolando personaggi reali con altri di sua invenzione.

Abbiamo intervistato Whitney Scharer a Milano, in occasione del lancio dell'edizione italiana del suo romanzo.

"L'età della luce", Lee Miller e Man Ray nella Parigi del primo dopoguerra

Perché ha scelto di raccontare proprio questa storia?

Nel 2011 ero andata a vedere una mostra di foto di Man Ray e Lee Miller ed ero molto incuriosita, perchè la fotografia è sempre stata una mia passione, l'ho studiata fin dal liceo e poi all'università. Conoscevo di nome Man Ray, ma in realtà le foto che mi hanno colpito di più erano quelle di Lee Miller. Mi ha interessato il modo in cui lei si è continuamente reinventata, sia dal punto di vista professionale sia nella vita privata: ho pensato che la loro storia potesse diventare un romanzo, anche se ero frustrata dal fatto che si parlasse sempre di lui e non di lei, ma questa frustrazione è uno dei motivi che mi hanno spinta a scrivere il libro. Lee Miller è abbastanza conosciuta solo in Inghilterra, dove ha vissuto dal dopoguerra fino alla morte.

 

Quanto c'è di vero in questa storia? Quali sono i punti reali da cui è partita per costruirla?

Ho letto qualsiasi libro sia stato scritto su Lee Miller, poi tutti i cataloghi delle mostre, le guide della Parigi dell'epoca... Ho passato due anni a documentarmi e ho continuato a farlo nei cinque anni in cui ho scritto il romanzo. C'è molta fiction, ho inventato dei personaggi e ho inserito elementi che di solito non compaiono in una biografia, ma sono stata attenta a fare in modo che, per quanto una scena e un dialogo fossero inventati, risultassero comunque riconducibili a fatti reali. Per me era fondamentale riuscire a catturare la sua personalità, descriverla nella sua interezza, a costo di aggiungere qualche pezzo di fantasia.

 

Non ha avuto un po' di timore o soggezione nell'entrare nella psicologia di persone che sono realmente esistite?

No, ma ammetto che all'inizio è stato un po' difficile immedesimarmi, e forse è per questo che ho continuato a fare ricerche su du loro. Sapevo che era un'ottima storia, ma non ero sicura di saperla raccontare nel modo giusto, perché la vita di Lee Miller era molto lontana dalla mia. Durante la prima stesura avevo pensato di scrivere tutto in prima persona per entrare meglio nella testa di questa donna, a cui in apparenza era venuto tutto facile. Solo dopo aver approfondito le difficoltà che aveva comunque dovuto affrontare sono riuscita a vederla come un personaggio a tutto tondo, ma ho impiegato parecchio tempo.

"L'età della luce", Lee Miller e Man Ray nella Parigi del primo dopoguerra

C'è una differenza per lei nella costruzione dei personaggi reali rispetto a quelli che ha introdotto di sua invenzione?

Alla fine credo di rapportarmi allo stesso modo sia con i personaggi reali, sia con quelli inventati, perché sono tutti prodotti della mia invenzione narrativa. La sola differenza è stata nel fatto che, se mi trovavo a un punto morto della storia, nel caso di Lee Miller e di Man Ray potevo cercare aiuto nei documenti storici, mentre per i personaggi inventati non potevo uscirne se non con le mie forze.

 

Quanto di persone che conosce nella vita reale è finito nei personaggi che ha inventato?

Ci sono pezzi di me e delle persone che conosco in vari personaggi. Penso sia inevitabile attingere alla propria esperienza, anche se nel momento in cui si attribuisce a un personaggio inventato un attributo di una persona reale il risultato sarà comunque molto lontano dalla realtà. Forse il fatto che la storia è ambientata quasi un secolo fa ha ridotto il processo di immedesimazione.

 

Nel romanzo è molto forte il tema dell'emancipazione della protagonista. È stata influenzata dall'oggi oppure pensa di essere in linea col mondo di un secolo fa?

Penso di essermi attenuta ai fatti e non credo di aver modernizzato la storia, anche se la mia posizione attuale può aver influenzato il mio modo di vedere le cose. Lee Miller aveva comunque un alto grado di emancipazione rispetto alle donne sue contemporanee.

 

L'amore per la fotografia è stato determinante nel decidere di costruire il suo primo romanzo attorno a una fotografa, oppure avrebbe potuto anche scegliere un altro argomento?

Ero entusiasta all'idea di scrivere un romanzo ambientato nel mondo della fotografia, ma credo che sia stata una felice coincidenza, perché sono rimasta affascinata dalla figura di Lee Miller prima ancora che dal suo essere fotografa.Conoscendo quel mondo e anche la tecnica per me è stato divertente paragonare il modo di fare fotografia allora con quello di oggi.

 

Perché parlare al pubblico di oggi di fotografia classica, analogica, in un mondo in cui questa sembra stia scomparendo con l'invasione del digitale?

Il fatto che stia scomparendo non è un motivo per non scriverne. Credo che la fotografia analogica sia molto più interessante di quella digitale perché comprende tutta la parte manuale del lavoro in camera oscura: mentre scatta il fotografo, in realtà, non sa che prodotto avrà alla fine di tutto il procedimento. Il libro quindi è una celebrazione della fotografia classica.

"L'età della luce", Lee Miller e Man Ray nella Parigi del primo dopoguerra

Qual è il suo interesse per il mondo della moda, che è strettamente collegata alla fotografia? Dopo aver fatto così tante ricerche è riuscita a soddisfare la sete di conoscenza su questi personaggi?

Da ragazzina avevo una vera passione per la moda, avevo fatto addirittura un abbonamento a «Vogue» per copiare i modelli disegnando. Ero anche una secchiona e mi piaceva leggere libri sulla moda, conoscevo perfino nomi di tessuti e di accessori che di solito sono ignorati dalle bambine. Riguardo alla curiosità, credo che potrei andare avanti ancora a leggere saggi e articoli o a vedere mostre.

 

Qual è stata la parte più difficile da scrivere o che ha dovuto riscrivere più volte?

Quella che riguarda il complesso rapporto di Lee Miller col padre, che la fotografava nuda da bambina e poi fino all'età adulta: c'era un aspetto delicato, forse anche un po' scioccante per il lettore. Volevo parlarne, ma al tempo stesso non volevo che prendesse troppo spazio all'interno del romanzo, per cui riscrivendo la storia l'ho ridotta molto.

 

La sua protagonista è una guerriera e si parla di indipendenza femminile. Quanto è importante parlarne attraverso una storia ambientata nel passato?

Le cose sono cambiate, ma al tempo stesso restano uguali e parlare del passato ci permette di riflettere sulla contemporaneità. Ancora oggi nell'arte è più difficile emergere per un'artista donna, e questo può apparire deprimente, ma al tempo stesso può rafforzare le motivazioni per continuare a lottare.

 

La Parigi di quel periodo attirava moltissimo gli americani, c'erano tanti scrittori e artisti statunitensi che si erano trasferiti a Parigi, a partire da Hemingway o Scott Fitzgerald. Come mai dopo cent'anni quell'epoca continua ad affascinare? Penso anche a Woody Allen che pochi anni fa ha girato un film ambientato nella Parigi degli anni Venti?

Noi americani siamo sicuramente francofili, quasi ossessionati dalla Francia e da Parigi, e lo si vede in tanti libri e film. Il periodo tra le due guerre è stato comunque incredibilmente ricco sotto tutti gli aspetti artistici e letterari, per cui penso che possa affascinare chiunque.

 

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Fare ricerca le ha aperto nuovi punti di vista? Qual è la cosa più sorprendente che ha trovato?

All'inizio mi sono attenuta rigidamente ai fatti, ma poi mi sono resa conto che Lee Miller stessa aveva costruito in qualche modo una narrazione diversa della sua esistenza, che conteneva parecchi episodi inventati, soprattutto nei suoi ultimi anni di vita. Messa a fuoco questa cosa, mi sono sentita meno impegnata a seguire rigidamente i fatti. Ho trovato molto sorprendente la libertà sessuale degli artisti di quell'epoca: non credevo che arrivassero a certi livelli.


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