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“L’età adulta”, un incontro con Ann-Marie MacDonald

“L’età adulta”, un incontro con Ann-Marie MacDonaldÈ uscito da poco in Italia l’ultimo romanzo della scrittrice canadese Ann-Marie MacDonald, L’età adulta, nella traduzione di Giovanna Granato e pubblicato da Mondadori. A cura dell’editore si è tenuta una serie di incontri con i lettori, tra cui anche uno con i blogger, durante il quale la scrittrice si è intrattenuta in una squisita conversazione con i presenti.

Il ritorno nelle librerie di Ann-Marie MacDonald avviene dopo dieci anni dall’uscita del best seller internazionale Come vola il corvo. Ne L’età adulta, l’autrice si addentra nelle dinamiche familiari e i loro effetti sulla formazione dell’Io, o meglio della coscienza adulta. In primis, prende forma la relazione madre-figlia e per Mary Rose, la protagonista, questa congiunzione non è facile, nonostante oggi sia agevolata dal fatto che la stessa figlia sia madre. Per alcuni critici, L’età adulta rappresenta la continuazione dei precedenti Chiedi perdono e Come vola il corvo, andando così a creare una trilogia.

Nell’Età adulta colpisce, già dalle prime pagine, l’immagine di una scrittrice-donna di casa, e lo fa soprattutto perché si è abituati a percepire gli artisti come degli alieni distanti dalle problematiche quotidiane: dove si trovi nella casa la forbice per disossare il pollo, come accade a Mary Rose, non è un loro problema. Lo stesso discorso vale per tutte quelle altre ansie che si accumulano durante la gestione quotidiana della casa. Mary Rose – o M.R., Mister, come le piace firmarsi sui libri – scrittrice di successo, affronta appunto queste situazioni. Da dov’è nata l’idea di guardare dietro le quinte di un’artista?

Volevo indagare questo mondo nascosto, fatto di gesti ripetitivi e quotidiani, e spingerlo fin oltre i suoi limiti. Mary Rose tocca e oltrepassa i propri limiti di donna affaccendata nella gestione della casa e dei figli. Sono stata spinta da un pensiero quasi perverso con l’intenzione di toccare la normalità. Si teme spesso che questa possa provocare un rallentamento della creatività, o farla scomparire. Da qui si pensa che lo stare bene renda l’artista sterile. Per parlare della sofferenza o del dolore, per esempio, non devi necessariamente sperimentarlo in quello stesso istante in cui lo tratti. Certe volte si può apprendere anche ascoltando le storie degli altri e parlarne con maggiore lucidità di quanto se ne possa avere quando l’esperienza la si vive in prima persona.

 

Protagonista del romanzo e autrice condividono molti elementi comuni. Entrambe sono nate in Germania e vivono in Canada, hanno una compagna, due figli e un romanzo da portare a termine. Quanto c’è di autobiografico ne L’età adulta?

Sì, ci sono alcuni elementi che mi rendono simile alla mia protagonista. Come Mary Rose, per esempio, anche nella mia famiglia c’è chi soffre di demenza senile ed ecco che ho avuto la chance di vedere i cambiamenti di una persona che soffre di questo disturbo e quindi trarre ispirazione. Nel mio caso, la persona in questione, per colpa della malattia, ha rimosso completamente la parte aggressiva del suo essere. Ironico, lo so, ma volevo possiamo trovare la parte positiva anche in un evento completamente negativo.

“L’età adulta”, un incontro con Ann-Marie MacDonald

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Addentrandoci nel romanzo, Mary Rose è il risultato di una gravidanza portata a termine e porta il nome della sorella maggiore morta neonata. Si innesca forse nei fratelli sopravvissuti una specie di “sindrome del sopravvissuto”?

Credo succeda qualcosa di molto complesso e, sì, in qualche modo una certa “sindrome”. Anzitutto, si porta un nome che non era destinato a te, ma a qualcun altro. Se questo altro fosse stato migliore di te? Certo non ha avuto l’occasione di dimostrarlo, però questa ombra dell’essere migliore resta. In secondo luogo, c’è una sorta di “vergogna” del sopravvissuto. Ce l’hai fatta, lui no. Questa vergogna ti spinge a sentire il bisogno di dimostrare, appunto, di essere meritevole di portare il nome di quell’altro che – in potenza – sarebbe migliore di te. Mary Rose presenta entrambi i sintomi e, ad aggravare la sua posizione, c’è il fatto di essere gay. Sente, quindi, il bisogno di dimostrare molto. Ai fratelli sopravvissuti accade qualcosa di simile come agli emigrati. Anche questi ultimi sentono il bisogno di dimostrare di essere migliori degli autoctoni per essere accettati o solo per sentirsi meritevoli di far parte di questo nuovo gruppo. Qui, ovviamente, si può aprire una lunga parentesi sulle conseguenze di questa necessità. 

 

Parlando di scrittura, o meglio della struttura del romanzo, lei come affronta la stesura?

Prima di aggiungere le ossa della storia, a me serve il suo cuore. Dopo aver compreso quale sia il cuore proseguo inserendo le ossa, la carne e la pelle del romanzo. È un’operazione difficile, me ne rendo conto, ma riesco a funzionare solo in questo modo. Se vogliamo, scrivere un romanzo per me è come creare un Frankenstein. Parlando di scrittura in generale, invece, la parte davvero difficile, a mio parere, è la questione del tempo. Serve molta autodisciplina. Ecco, ci sono giorni in cui, mentalmente, mi sembra più semplice e immediato impegnarmi nel salvare il mondo invece di scrivere. Trovo mille scuse per procrastinare il momento in cui mi siedo e scrivo. Serve autodisciplina, come dicevo.

 

Come sceglie gli argomenti?

In verità, sono loro a scegliermi e io obbedisco loro.

“L’età adulta”, un incontro con Ann-Marie MacDonald

Quali sono gli ingredienti per riuscirci nella scrittura?

Faith and endurance, fede e resistenza.

 

È stata molto apprezzata anche come attrice, cosa preferisce tra la scrittura e la recitazione, e soprattutto quali sono le sfaccettature di questa versatilità?

Mi piace molto scrivere, però non saprei precisare cosa preferisca.

Per quanto riguarda la versatilità, ci sono giorni, quelli belli, in cui mi dico che è cosa buona, che muoversi tra diversi ambiti, benché simili tra loro, sia come camminare in un campo fertile in cui puoi sempre piantare nuovi semi. Ecco, ci sono giorni brutti in cui mi dico: perché non mi concentro su un’unica cosa? In verità, per scrivere e recitare non si fanno cose molto diverse tra loro. In entrambi i casi racconti una storia, in uno, usi la scrittura, nell’altro utilizzi il corpo.


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