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L’esperienza del lockdown. “Come il mare in un bicchiere” di Chiara Gamberale

L’esperienza del lockdown. “Come il mare in un bicchiere” di Chiara GamberaleIl 12 gennaio e il 15 febbraio 2020 sono due date che nessuno di noi dimenticherà tanto facilmente.

Ho ancora vivido il ricordo quando nel novembre dell’anno scorso iniziavano a circolare le notizie circa un nuovo virus che stava mettendo in ginocchio una zona della Cina. Si vedevano negozi chiudere, persone collassare a terra, ospedali strapieni di malati, terapie intensive troppo piene e mano a man che i giorni passavano, aumentavano anche i morti.

Qui in Italia, almeno all’inizio, si è preso un po’ sottogamba la situazione, dicevano che da noi questo virus non sarebbe mai arrivato, che le nostre strutture sanitarie erano più all’avanguardia, che il nostro sistema sanitario ci avrebbe protetto, difeso eppure, come sappiamo, le cose non sono andate così.

 

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Il 15 febbraio si scopre che in una zona del lodigiano ci sono persone ammalate di questo nuovo virus. La zona è immediatamente chiusa, poi i giorni passano e altre zone, principalmente in Lombardia, sono colpite da questo virus, la parola Corinavirus o anche Covid 19 entra a far parte del nostro vocabolario e della nostra esistenza.

L’esperienza del lockdown. “Come il mare in un bicchiere” di Chiara Gamberale

La Val Seriana a Bergamo, il bresciano vivono un’ecatombe cui non erano pronti. Milano ha gli ospedali al collasso. I virologi brancolano nel buio, le aziende mettono in cassa integrazione o in smart working migliaia di dipendenti e alla fine si arriva alla comunicazione dell’OMS che ci troviamo di fronte a una nuova e inaspettata pandemia. Non c’è altro da fare, chiudere l’Italia e gli italiani e iniziare quello che tutti noi, tristemente conosciamo come lockdown.

Durante questo periodo, mentre tutti eravamo a casa, abbiamo dovuto reiventarci una vita. C’era chi batteva le mani alla finestra, chi faceva programmi “televisivi” sui social, chi ha dovuto imparare a usare le chat, le videochiamate e chi scriveva non fiabe, non saggi, non racconti, non romanzi, ma solo riflessioni su quello che si stava vivendo.

È il caso di Chiara Gamberale e il suo Come il mare in un bicchiere (Feltrinelli Editore).

Come ho detto prima, non ci troviamo di fronte a un romanzo, ma sarebbe più corretto dire che questa volta l’autrice romana ha preferito scrivere una sorta di diario. Un diario che però non rinuncia al tocco narrativo cui ci aveva abituato nei sui lavori precedenti. Un diario che parla della cruda realtà che stava vivendo e che stavamo vivendo. Un diario che parla della sua esperienza ben consapevole che era l’esperienza di tutti.

La Gamberale mette su carta quello che tutti pensavamo, ma che per paura, per sconcerto, per stupore non avevamo il coraggio di dire, di raccontare, di condividere.

«Di colpo non c’è più nemmeno il tempo, sono sempre le due di notte» scrive la Gamberale e in questa semplicissima frase c’è tutta racchiusa l’esperienza del lockdown. Un periodo dove il tempo ha perso tutto il suo valore e allo stesso tempo ne ha acquisito uno completamente diverso. Abbiamo trascorso mesi interi a capire e assorbire i nostri limiti, le nostre debolezze, le nostre paure. Ci siamo resi conto che a volte prendevamo appuntamenti di cui, in realtà, non ci interessava nulla, abbiamo incontrato persone, organizzato cene inutili, più per senso del dovere che del piacere di stare insieme.

L’esperienza del lockdown. “Come il mare in un bicchiere” di Chiara Gamberale

Il pensiero fisso o meglio la domanda che tutti ci ponevamo era se un giorno questo coronavirus sarebbe sparito nello stesso modo con cui era arrivato. Se la vita sarebbe tornata quella di una volta, se il mondo del lavoro sarebbe cambiato, se avremmo avuto il coraggio di mettere al mondo dei figli perché, diciamoci la verità, i bambini sono quelli che hanno sofferto di più durante periodo. Come fai a spiegare a un figlio che non può andare a scuola, vedere i suoi amici, vedere i nonni, i cugini, giocare nei parchi, io purtroppo questa esperienza l’ho vissuta sulla mia pelle e così anche la Gamberale.

L’autrice racconta che si è ritrovata a vivere questa situazione con sua figlia, una bambina di soli due anni che, per non farle pesare la situazione, ogni mattina, svegliava, vestiva, a cui dava lo zainetto e la metteva fuori dalla porta. La bambina bussava e appena la mamma apriva la porta la salutava con un «Buongiorno maestra mamma».

Insomma un libro che parla di tutti, un libro che fa sorridere, fa arrabbiare, fa pensare, fa riflettere.

Purtroppo, quando uscirà quest’articolo, la situazione non sarà ancora migliorata. Certo il lockdown è finito da un pezzo, ma non vediamo ancora la luce in fondo al tunnel.

 

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Da segnalare che il ricavato delle vendite di questo libro andranno in beneficienza alla CasaOz che è a Torino che accoglie ogni giorno e per tutto il giorno bambini e giovani che affrontano la malattia, e le loro famiglie.


Per la prima foto, copyright: Matt Seymour su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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