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“L’esatto contrario”, intervista a Giulio Perrone

“L’esatto contrario”, intervista a Giulio PerroneEcco una cosa che Riccardo crede di aver capito, a trentacinque anni: «alla fine c’è sempre tempo. C’è sempre tempo per tutto. Almeno, fino a quando non c’è più tempo per niente». A trentacinque anni, per Riccardo, c’è tempo per trovarsi un lavoro che non sia collaborare a «TuttoGiallo», una squallida rivista diretta dall’insensibile Dora; c’è tempo per cercare un appartamento lontano da San Lorenzo, da non dividere con Sandro, steso sul divano a leggere Proust, e con Rachele, mistress perché le piace; c’è tempo per innamorarsi di nuovo, dimenticare il bacio di Giulia ai tempi dell’università, trovare una donna che non odi il calcio come Gaia. Presto, il protagonista di L’esatto contrario, fortunato romanzo d’esordio di Giulio Perrone edito da Rizzoli, scoprirà che il tempo incalza senza tregua: la morte di Giulia, uccisa a sangue freddo nei bagni della Sapienza dieci anni prima, torna dal passato per tracciare un nuovo circuito di vittime: il professor Morelli, riconosciuto colpevole dell’omicidio della studentessa, viene trovato morto poco dopo essere uscito dal carcere. E quando, ai funerali, Riccardo crede di riconoscere Giulia tra lo sciame di persone vestite di nero, di tempo, allora, non ce n’è più.

Per le strade di una Roma chiassosa e umbratile, i buoni e i cattivi vivono insieme involti in una matassa indistricabile, impossibili da stanare. Riccardo cerca disperatamente il bandolo, spera “di essere così veloce da riuscire ad afferrare la verità”, prima che si perda per sempre.

Abbiamo chiesto a Giulio Perrone di raccontarci qualcosa su L’esatto contrario, sul suo mestiere di lettore e su quello nuovo di scrittore.

 

Giulio, da editore a scrittore. Ci parli della sua officina: che tipo di gestazione ha avuto questo romanzo? Come ha iniziato a scrivere e quanto tempo ha dedicato a questo storia?

La passione per la scrittura (insieme a quella per la lettura) viene prima anche dell’interesse per l’editoria. La passione forte per il mondo del libro nasce sin dai tempi del liceo, quando ho avuto la possibilità di avere come professore Walter Mauro, che è stato il mio mentore. Già a quel tempo scribacchiavo delle cose, che poi sono rimaste nel cassetto. Quando nel 2005 ho fondato la Giulio Perrone Editore insieme a Mariacarmela Leto, poi, la mia idea era quella di dedicarmi ai libri degli altri; avevo completamente messo da parte la scrittura, e credo che questa sia stata una scelta corretta, portata avanti per molti anni. Poi, verso la fine del 2012, la voglia di scrivere è tornata fuori. C’era l’idea per una storia (che alla fine è diventata questo romanzo) e ho cominciato a lavorarci sopra, ma, devo dire la verità, inizialmente senza alcun pensiero circa la pubblicazione del libro; diciamo che in seguito, grazie all’interesse di Rizzoli, che aveva avuto la possibilità di leggere alcune cose e diverse parti del progetto, è arrivata la spinta finale a completarlo e a trasformarlo in un romanzo compiuto.

 

Perché l’esordio con un noir? Ci sono stati autori e/o eventi reali che hanno ispirato questa scelta?

Credo che, da un lato, il noir (così come un giallo o un thriller) sia uno strumento che consenta di raccontare la realtà contemporanea, ad oggi; non so se sia un bene o un male, ma sono convinto che sia lo strumento anche più interessante per raccontarla. Dall’altro lato c’era quest’idea, questa notizia di cronaca che lessi su un giornale; non accadde a Roma, ma in un altro ateneo, io l’ho trasportata all’interno della Sapienza. La storia si prestava bene a presentare un certo tipo di protagonista, Riccardo, che poi era la cosa che a me interessava di più, perché ritengo che questo libro sia innanzitutto un modo per raccontare la storia di questo personaggio.

“L’esatto contrario”, intervista a Giulio Perrone

Proprio il protagonista, Riccardo, è calato in una costruzione narrativa frammentata. Ci sono salti temporali, aritmie cronologiche che dall’immediato presente trasportano il lettore agli avvenimenti di dieci anni prima, un anno prima, una settimana prima, attraverso flashback annunciati o grazie alle pagine di un vecchio diario tenuto da Giulia ai tempi dell’università, prima dell’omicidio. Il passato invade il presente della vita di Riccardo e per un momento sembra sopraffarlo, ma il twist finale rovescia la situazione. Il passato ha vinto o ha perso? Riccardo è riuscito a esorcizzarlo o tornerà a coinvolgerlo? In altre parole: ha pensato a Riccardo come al protagonista di una saga di romanzi?

In realtà, nel momento in cui scrivevo ho pensato solo a quel libro, non avevo in mente altre cose. D’altra parte, a romanzo terminato mi sono reso conto che c’era lo spazio per continuare a raccontare altre cose che riguardassero il protagonista. L’idea di scrivere un’altra storia c’è, anche se non penso che mi ricongiungerò direttamente a quello che è successo nel finale di questo libro. Riccardo resterà, ma è probabile che la nuova storia ruoti attorno a Italone, che è un personaggio che mi piace molto e che è rimasto un po’ sullo sfondo di questo libro, perché non rientra all’interno della trama noir. Tornando al discorso sulla struttura narrativa, siccome lo sguardo è totalmente filtrato da Riccardo, e la narrazione riporta ciò che lui ci fa vedere, quello che mi interessava era inserire alcuni elementi che all’inizio sembrano del tutto slegati e che il lettore non riesce a mettere insieme se non alla fine. Questo era importante perché volevo raccontare il percorso di Riccardo, un personaggio che non ha strumenti concreti e reali per poter dimostrare quello che ha intuito; e ancora, volevo far capire anche che, a volte, il finale da vissero felice e contenti è lontano dalla vita reale. Nella vita di tutti i giorni molto spesso capita che, al di là della singola persona, il sistema stesso (in fondo, Riccardo si scontra, oltre che col suo antagonista, proprio con un sistema che funziona in una certa maniera) sia guasto. Lui è il rappresentante di coloro che vivono un’esistenza slegata da qualsiasi tipo di impegno, che sia politico, civile, sociale, personale, però viene catapultato in una storia e sente il bisogno di cercare la verità, anche perché è una verità che lo riguarda da vicino, e però si scontra con un sistema che forse non ha, per una serie di ragioni, l’interesse reale che la verità venga fuori. Questa è una realtà che spesso, senza arrivare a casi così gravi, che spero nessuno dei lettori abbia vissuto, si presenta: un sistema che invece di guardare a ciò che è giusto guarda a ciò che è conveniente.

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Dunque, Riccardo è un cittadino qualunque, senza i mezzi a disposizione per verificare le sue ipotesi. Proprio questa idea di quotidianità, che mi ispira il personaggio di Riccardo, mi fa pensare che ci sono molti ingredienti semplici, genuini, all’interno di questo romanzo. Penso a San Lorenzo “paesone multietnico e incasinato”, al calcio da seguire con gli amici, al dialetto di Italone e alla 50 special che sguscia per le strade di Roma. Quanto ha partecipato la sua quotidianità nella stesura del libro e nella creazione delle atmosfere? E poi, nei ringraziamenti in calce al volume si lascia intendere che personaggi del libro siano stati ispirati da persone a lei vicine. È così? Ci fa un esempio per un personaggio specifico?

La mia quotidianità ha ispirato molto questo libro. Ho scelto San Lorenzo per diverse ragioni, la prima è che volevo un luogo di Roma che fosse lontano il più possibile dal concetto e dall’idea di una Roma monumentale. Credo che, soprattutto per chi non vive qui, Roma sia una città (giustamente) idealizzata in una prospettiva tutta storica e culturale; però, Roma è un’altra cosa, per chi la vive. Mi andava di renderla una città più contemporanea, e credo che ci siano alcuni quartieri che si prestino bene: San Lorenzo è quello a me più vicino per frequentazione, ma penso anche a Garbatella, a Testaccio, quartieri dove ancora si riesce a respirare la vecchia Roma; ma, inevitabilmente, anche le contaminazioni culturali e multietniche si sono dovute realizzare, e quindi c’è questo contrasto che è molto bello. C’è una serie di spazi che si adattano bene allo stile di vita di Riccardo. San Lorenzo è un quartiere che ho frequentato per due anni: molti miei amici vivono lì, e allora andavamo a vedere al pub le partite della Roma. Il calcio, ecco, mi interessava perché volevo che Riccardo avesse, al di là della mia personale passione per lo sport e per il calcio in particolare, un grande amore che lo tenesse a galla. Nick Hornby in Febbre a 90 dice che c’è sempre una nuova stagione, c’è sempre un qualcosa che riparte; e questo è il bello della tifoseria: magari si vive una stagione pessima, c’è questo sentimento di rabbia, da amante tradito rispetto alla squadra per cui si fa il tifo, però poi la stagione riparte, e con lei le speranze, i sogni. Era importante, per me, che Riccardo avesse questo, qualcosa che lo sostenesse all’interno di una vita in cui lui non si è mai del tutto impegnato, in cui non ha dei forti punti fermi, se non alcune persone che gli ruotano intorno: penso a Italone, o ai suoi coinquilini, personaggi strani, sia Rachele che Alessandro, ma che creano come una piccola famiglia attorno a Riccardo. Direi, poi, che molti personaggi sono stati ispirati dalla realtà. Ho rubacchiato qua e là, perché mi sono reso conto di quanto fosse più semplice, ma anche più realistico creare dei personaggi liberamente tratti dalle mie esperienze personali. Da Rachele ad Alessandro, a Dora, a Italone, che è un po’ una crasi tra mio zio e uno zio di un mio amico autore, di cui ho messo insieme particolari caratteristiche. Un personaggio come Italone, mi sono reso conto parlando con lettori romani, è facilmente riconoscibile perché quasi tutti hanno un amico, uno zio un po’ “intrallazzino” come Italone che riesce, nonostante non sia uno stinco di santo, a risultare un personaggio particolarmente divertente. Quindi, sì, la realtà è entrata molto. È entrata anche nelle storie, nei flashback di Riccardo: parti della sua vita sono ricostruite impiegando elementi di storia personale, accaduti a me o alle persone che mi sono vicine. Perché poi la vita ti aiuta sempre, se hai la possibilità di avere molti contatti, esperienze, conoscere nuove persone. Ti aiuta nel momento della narrazione per riuscire a rendere effettivamente la storia sentita, vera; altrimenti, il rischio è quello di costruire personaggi che o sono troppo letterari, e quindi non toccano la realtà, oppure sono eterei, totalmente incapaci di trasmettere qualcosa.

“L’esatto contrario”, intervista a Giulio Perrone

Un editore è, per definizione, un lettore forte; ma per il Perrone scrittore è più importante leggere o scrivere?

Diciamo che la scrittura non può prescindere dalla lettura, sembrerà una cosa banale ma che va ripetuta sempre. Conosco moltissimi autori esordienti, o aspiranti autori, che non hanno ben chiaro questo concetto. Posso citare un autore che amo molto e che ho inserito nell’esergo del libro, una delle persone più belle incontrate in questo percorso editoriale, che è Ugo Riccarelli: lui raccontava sempre questa cosa, diceva «se io fossi costretto a scegliere, in un regime dittatoriale folle, tra leggere e scrivere, sceglierei di leggere. Poi, essendo un rivoluzionario di natura, è probabile che scriverei di nascosto». Mi identifico perfettamente con questo. Credo che sia una scelta inevitabile, perché la scrittura è una cosa molto bella che ti permette di comunicare agli altri, però ti consente solamente di raccontare una storia, o di raccontarne dieci, cinquanta (non so quante storie un autore normale riesca a scrivere nella sua vita, se sei Simenon puoi scriverne anche duecento, trecento).Immaginiamo che un autore normale riesca a scrivere nella sua vita quindici, venti storie; è impossibile pensare di scrivere le proprie quindici, venti storie e rinunciare a tutte quelle che gli altri potrebbero scrivere, che sono tantissime e sono un modo per entrare in altri mondi, attraverso cui conoscere realtà e cose che non potresti mai vedere, altrimenti. Io credo che sarebbe una scelta troppo egoistica. La scelta più giusta, dal mio punto di vista, è quella della lettura.

 

Ancora parlando di lettura, legge più prosa o più poesia, e poi più scrittori classici o contemporanei? Non per lavoro, intendo per inclinazione personale. Su Internazionale, Caparròs parlava della nuova moda della biblioterapia; citerebbe tre titoli che hanno, ognuno a modo loro, curato qualche aspetto di sé?

In realtà, cerco sempre di leggere quello che mi va al momento; sono un lettore onnivoro che passa da una cosa all’altra. Hai citato la poesia e mi fa piacere, perché è una cosa che io amo molto, anche da editore: abbiamo una piccola collana di poesia, perché sono da sempre un appassionato, anche se la poesia è un genere letterario sempre molto sfortunato, in Italia. Per quanto riguarda la narrativa, c’è una serie di autori che stimo fortemente. Ho letto molti classici quando avevo vent’anni; per comprarli, vendetti anche cose di cui poi mi sono pentito: tutta la mia collezione di Dylan Dog, ad esempio. È stato soprattutto nell’estate dopo la maturità, o nel periodo universitario in cui c’era più tempo, che ho affrontato queste letture. Oggi, mi piace stare più sui contemporanei, semplicemente perché, anche dal punto di vista professionale ed editoriale, è una scelta giusta e necessaria. A volte, sono letture obbligate, bisogna leggere determinati libri; altre volte, mi lascio guidare dal piacere di singolo lettore, sentendomi nella piena libertà di leggere ciò che voglio, cosa che conduce a delle scelte spesso anche impopolari, ma che per me hanno senso. Rispetto alla libroterapia: non so se il libro possa curare qualcosa. Credo, però, che un libro possa cambiarti, non dico la vita, ma almeno la visione del mondo: ci sono libri che in determinati momenti della tua vita hanno un effetto molto forte. Non è detto che siano necessariamente dei grandi capolavori della letteratura, ma sono libri che in quella precisa fase servono a qualcosa. Mi ha chiesto di dare tre titoli, ma, anarchicamente, vorrei darne quattro. Il primo che cito è un libro cui sono molto affezionato; è stato forse quello che mi ha avvicinato, paradossalmente, a questo mondo, perché è stato il primo libro corposissimo che lessi, e cioè It di Stephen King. Tra l’altro, io sono tra quelli che considerano Stephen King un grandissimo scrittore (più nella sua prima fase, che nella seconda), e It fu un libro che lessi da ragazzo, a sedici, diciassette anni, e che mi insegnò la passione per la lettura, la voglia di arrivare all’ultima pagina anche di un libro molto grande. Invece, un classico che ho sempre amato tra quelli del neorealismo e di tutta la letteratura novecentesca è La luna e i falò di Pavese; resterà sempre un grande capolavoro della letteratura non solo italiana, ma anche mondiale. Il terzo è Viaggio al termine della notte di Céline, che ho amato tantissimo e mi ha fornito, appunto, una nuova visione del mondo. Però, volevo citare anche un libro uscito più recentemente che è La strada di McCarthy, vincitore del Pulitzer, un libro straordinario, che io ho avuto la fortuna di leggere prima ancora che uscisse e che mi lasciò quasi perplesso, per quanto era straordinaria la capacità di uno scrittore di affrontare un tema così forte, di controllare questa scrittura a gradazione zero che amo molto; McCarthy ha dimostrato di essere davvero uno scrittore straordinario, tra i contemporanei. Non so se siano libri che possano curare qualcosa, francamente, perché alcuni non sono neanche degli scrittori troppo teneri, ma credo che un libro a volte debba darti anche un cazzotto nello stomaco. È necessario.


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