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L’emarginazione di chi perde il lavoro. “Le affacciate” di Caterina Perali

L’emarginazione di chi perde il lavoro. “Le affacciate” di Caterina PeraliCaterina Perali ritorna in libreria, dal 7 febbraio, con il suo secondo romanzo, Le affacciate, pubblicato da Neo. Edizioni, e come il precedente il cui titolo era Crepa in riferimento alle crepe dei palazzi, anche stavolta l’ambientazione è urbana, con il recupero edilizio in grado di mutare la fisionomia di una grande città e le persone che in quei palazzi ci abitano; una coabitazione che genera una coralità, potremmo definire, da manuale.

Oltre allo sfondo che per l'appunto ha sempre una certa rilevanza, è la generazione dei nati tra gli anni Settanta e Ottanta, ovvero dopo il boom economico della metà del secolo scorso, la vera protagonista, impersonata dalla voce narrante e a cui appartiene la stessa autrice. Generazione travolta, e stravolta, dal profondo cambiamento del mercato del lavoro sempre più globalizzato e subendone le conseguenze peggiori: il sacrificio della dignità in cambio della precarietà.

Nina infatti è una giovane donna che, in seguito al taglio del personale effettuato dall’azienda presso cui è dipendente, viene licenziata di punto in bianco. La sua era una professione stimolante e impegnativa nell’organizzazione eventi di alto livello alla quale ha dedicato anima e corpo per diversi anni dopo essersi qualificata con un titolo di studio elevato. Si ritrova così a passare da giornate intense tra e-mail, telefonate, viaggi e incontri, a contare le travi del soffitto di casa: una rappresentazione visiva e in un certo senso estetica, del dolce (seppure in tal caso sarebbe più corretto dire, amaro) far niente.

«Verso destra, le venature sono profonde. Dall’altro lato, invece, quasi impercettibili. Rughe appena accennate sul volto di una puerpera. Le travi sono giuntate da chiodi arrugginiti che sporgono. [...] Contare i chiodi mi rasserena. A loro, non ho nulla da dimostrare. Non devo essere più veloce, più bella, più impegnata, più flessibile, più intonata, depilata, più innamorata, rilassata o informata. Per loro sono perfetta così. Contare i chiodi permette contemporaneamente di scrivere qualche commento generico sui social network senza che nessuna depressione da like s’impossessi di me, perché, grazie a loro e alle travi, i miei post sono positivi e ironici e piacciono a tutti. A chi non piace la positività?»

 

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Fa i conti per la prima volta con la società liquida profetizzata da Bauman composta da rapporti fragili, incertezza cronica, successo da ottenere a ogni costo, dove conta l'apparire a scapito dell'essere. Un ottimismo un po’ ingenuo che impedisce di accettare la realtà. Un ottimismo che è un ossimoro in quanto negativo, dannoso e frustrante.

Arriva ben presto, anzi subito, a fingere che tutto vada bene sia nella vita vera che in quella virtuale. Nella prima mente a genitori, amici e vicini di casa, e continua ad avere una coppia di domestici che viene a pulire e riordinare facendo credere di non esserci quando arrivano, mentre nella seconda scrive sul suo profilo le solite frasi sul lavoro, sul rientro del lunedì mattina o sulla difficoltà di avere una vita privata, postando foto finte e addirittura preparandosi degli alibi nel caso qualcuno faccia domande o si insospettisca. All'esterno dunque continua ad avere il suo bel lavoro, compresa la migliore amica che vede pochissimo ma con la quale scambia numerosi messaggi sul cellulare. Un rapporto basato sulla tecnologia, a cui l’autrice dà molta importanza oltreché forma, dedicando a una missiva elettronica dal contenuto banale pure l'incipit e la quasi totalità dei capitoli, realizzando un effetto spiazzante e insolito all’intero libro.

Del segreto sono a conoscenza, come logico, solo gli ormai ex colleghi, anche loro disoccupati e verso i quali il confronto è di certo più facile, e poi perché c'è chi sta peggio avendo una famiglia da mantenere:

«Lo immagino la mattina salutare la moglie con addosso un pigiama a cavallo basso, vestire i bambini, incatenato nella tristezza di una giornata di annunci online e solitudine. Nel fallimento di un’identità costruita tra fornitori e consegne, nell'equivoco strategico di chi è intento ad aggiornare il curriculum mentre fuori tutto procede velocemente, anche senza di lui».

L’emarginazione di chi perde il lavoro. “Le affacciate” di Caterina Perali

Ebbene, ella abita da single nella stessa casa a ringhiera (tipica di alcune regioni del Nord Italia come Piemonte e Lombardia) con cui prima viveva da fidanzata di Lorenzo. Relazione naufragata nell’inevitabile monotonia quotidiana. Quando vi ritorna, dopo un periodo trascorso in un altro alloggio, l'appartamento è stato ristrutturato, l'affitto è più alto del doppio e le ruspe hanno modificato l’aspetto della zona: il noto quartiere popolare Isola di Milano, ora moderno e all’avanguardia, esempio di perfetta fusione tra vecchio e nuovo, passato e presente, ma rivolto al futuro dove le parole verde ed ecosostenibilità sono la regola e non l’eccezione.

Passato, presente e ancor di più futuro che ora studia con occhi nuovi. La vita in un palazzo a ringhiera per giunta non è come quella di un qualsiasi edificio. Si viene a creare una convivenza diversa, un po' speciale, dove profumi, odori, rumori e pettegolezzi sono un tutt’uno riproducendo un ambiente più da grande famiglia che da condominio.

Ed ecco Le affacciate del titolo. Una comunità indivisa di cui fa inevitabilmente parte la ragazza, in particolare quando subisce l'invadenza della vicina Adele che la scopre in casa la mattina per chiederle un favore. Lei che non vuole essere trovata in casa a quell'ora. Da questo momento in poi ha modo di conoscere la storia di tre donne, diverse da lei per età, che invece hanno (ancora) molto da dire, mostrandosi per quelle che sono.

In tal modo si svelano e si riannodano vicende di amori e passioni, di segreti e tradimenti, alcune delle quali riconduce all’ultima guerra nei Balcani, con una riflessione sul tempo che passa più pregnante di quello che sembra – una dedica in esergo con una citazione tratta dagli Anni di Annie Ernaux lo dimostra – avendo Perali dato al romanzo un tratto ironico. Ma anche sugli errori del passato i quali devono o dovrebbero come minimo insegnarci qualcosa.

Nina, a suo modo, con la tecnologia che invade la sua vita anche quando ascolta quella degli altri, e con i suoi limiti dovuti al periodo, si confronta con questi racconti che sente dalla viva voce delle dirette interessate e capisce che le decisioni, belle o brutte che siano, comportano delle rinunce. Tanto è vero che ricorda alcune parole del filosofo che, per eccellenza, fonda il proprio pensiero sull'influenza delle scelte nella vita degli individui:

«Come diceva Kierkegaard, la vita che pretende delle scelte porta a una paralisi esistenziale, e scegliere porta a una mancanza di sé.»

 

 

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Ma il vero punto di forza ne Le affacciate è, si è citata prima, l’ironia, che è sempre un’arma a doppio taglio ma che qui elargisce un tratto decisivo al testo. Sa essere infatti una lettura divertente e leggera, nonostante affronti il tema dell'isolamento e la conseguente emarginazione di chi si sente diverso dagli altri perché, suo malgrado, non fa parte della collettività produttiva. Una dimensione contemporanea dalle performance troppo spesso irraggiungibili che alza sempre più le asticelle di un'esistenza dall'equilibrio già labile e dove diventa difficile, se non impossibile, ammettere le difficoltà, pena essere tacciati di debolezza. Nina è solo una delle tante vittime.


Per la prima foto, copyright: Priscilla Du Preez su Unsplash.

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