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L’elogio della gentilezza. Intervista a Saverio Tommasi

L’elogio della gentilezza. Intervista a Saverio TommasiCon Siate ribelli, praticate gentilezza (Sperling&Kupfer, 2017) esordisce nella narrativa Saverio Tommasi, che dopo  un percorso come attore teatrale è diventato molto popolare in rete come reporter della testata Fanpage. I suoi video sono seguitissimi e suscitano sempre dibattiti molto accesi, dati i temi che predilige trattare: la povertà, l'immigrazione, le discriminazioni di ogni tipo.

Amato e odiato quasi allo stesso modo dal popolo della rete, in questo libro Tommasi coglie l'occasione, scrivendo quella che si presenta come una lunga lettera alle sue due figlie in tenera età, di professare ancora una volta le scelte che compie ogni giorno nel lavoro giornalistico. Pagine più impegnative e profonde si alternano quindi a momenti in cui ricorda e analizza, con molta ironia, le sue recenti esperienze di padre.

Abbiamo incontrato Saverio Tommasi a Milano il giorno dell'uscita di Siate ribelli, praticate gentilezza, per una lunga chiacchierata, inframmezzata da battute e commenti divertenti, in linea col carattere tipicamente toscano e un po' guascone dell'autore.

 

Iniziamo con una domanda precisa: perché una persona come lei, già molto popolare, decide di scrivere un libro?

Perché è divertentissimo! Credo di non avere grandi qualità, ma trovo sempre divertente quello che faccio, sia quando realizzo i video, sia quando intervisto le persone, sia quando scrivo, anche se per me scrivere è più faticoso che realizzare un video o un'intervista.

Mi diverto pure a rovesciare e a prendere in giro certe questioni, lo trovo inevitabile se ci si vuole mettere la faccia, anche se questo per me non significa "purché se ne parli va sempre bene", cosa che non condivido: quando ti gettano fango addosso, in parte ti rimane un po' attaccato.

Per divertimento intendo il suo senso più alto, cioè la possibilità di avvicinarmi a delle storie in cui altrimenti non sarei mai riuscito a entrare, empatizzare con delle persone in modalità che non avrei potuto avere: se non ci avessi mai messo la faccia, non avrei raccolto certe emozioni.

Mi diverto anche quando vado a fare interviste alle manifestazioni di certi gruppi: in quel momento sono cosciente della possibilità di raccontare, a modo mio, un pezzetto d'Italia che altrimenti resterebbe minoritario.

L’elogio della gentilezza. Intervista a Saverio Tommasi

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Tante persone adesso guardano a lei come a una persona che presta attenzione a certi temi, che cerca di raccontare alcune notizie che a volte vengono travisate da altri media. Lei avverte questa responsabilità oppure prevalgono l'incoscienza e il piacere del divertimento?

Certo che sento la responsabilità, perché ci sono varie modalità di divertimento. Posso dire che mi diverto di più dove la responsabilità è un po' più alta.

 

Accanto al divertimento, però, c'è anche la voglia di lasciare una traccia?

Ho iniziato facendo teatro, giravo dei video, mi sono comprato da solo la prima videocamera nascosta coi soldi guadagnati dal lavoro teatrale, e la usavo per raccontare delle storie che non potevano essere raccontate in teatro, perché non sempre i linguaggi coincidono. Più che lasciare una traccia, volevo provare a cambiare un granellino dell'esistenza. Lo considero un impegno sociale, che però non avverto come particolarmente gravoso.

 

Lei esorta le sue figlie a "praticare la gentilezza".Quanto può aiutare a cambiare qualcosa nel mondo la gentilezza?

Parecchio, perché è un modo di agire destabilizzante. Ciò che destabilizza e disequilibra secondo me è positivo. Nel linguaggio odierno ci sono parole che vengono usate con una valenza positiva, che per me non hanno, mentre altre assumono una valenza negativa e invece per me sono bellissime. "Utopia" è una delle parole che usiamo spesso in senso negativo, eppure è una parola bellissima, perché indica la voglia e la capacità di vedere la libertà oltre il recinto.

Poi ci sono le parole come disequilibrare e destabilizzare, cioè mandare in difficoltà rispetto a un equilibrio apparente, che invece per me hanno un senso molto positivo perché indicano una capacità di muoversi, di cambiare. L'equilibrio migliore si trova muovendosi più che restando fermi, e questo è uno dei temi su cui provo a lavorare di più.

La gentilezza, quando mi riesce, mi sembra sia una delle strade migliori per ritrovare un equilibrio che tenderebbe all'immobilismo.

L’elogio della gentilezza. Intervista a Saverio Tommasi

Lei ha scritto questo libro per le sue figlie, che però sono ancora troppo piccole per leggerlo e per capirlo. Come se le immagina quando lo leggeranno, come pensa che reagiranno? E come immagina che potrà essere il mondo circostante, migliore o peggiore di quello che ha descritto?

Come sarà il mondo non lo so, perché credo che dipenda sempre molto da che parte del mondo uno sceglie di stare. Non so nemmeno come potranno reagire le mie figlie, ma questo mio non sapere è anche consapevole: io m'impongo di non volerlo sapere, perché saperlo significherebbe che so già esattamente come crescerle. Io ho diecimila idee, anche su come mi piacerebbe che crescessero, però non sono così presuntuoso da non sperare che in un po' di cose mi deludano. Spero che fra dieci anni loro abbiano una capacità di lettura del mondo migliore di quella che ho io oggi, che abbraccino alcune cose ma che trovino il modo di migliorarne altre.

 

Cosa pensa della dicotomia tra la gente che dice "i social sono il demonio" e quella che sostiene "i social sono una grossa opportunità"? Lei in che modo li vede?

Per tanto tempo ho detto che i social erano un' opportunità staordinaria, ma per me ora siamo un po' oltre: questa domanda è un po' superata.

I social ci sono e con questi ci confrontiamo ogni giorno: non si può parlare con un ragazzo o una ragazza adolescenti ignorando l'uso che fanno dei social. Non è obbligatorio seguirli, tu puoi anche non iscriverti, però se il tuo obiettivo è per esempio andare nelle scuole a parlare con i giovani non puoi restare fuori. C'è anche chi dice che non guarda Sanremo o Miss Italia. Può non interessarti, ma almeno un po' devi guardare queste trasmissioni, perché devi capire quali sono i modelli di riferimento delle persone

I social presentano senz'altro delle opportunità: io, ad esempio, ho trovato lavoro grazie a quelli. Ho iniziato a lavorare con Fanpage perché loro videro dei miei video e mi proposero di girarne almeno cinque, pagandomi un tanto l'uno, e da lì in poi il rapporto è diventato sempre più stretto.

Il che naturalmente non significa che oggi il lavoro si trovi solo stando sui social, ma tantomeno andando a giocare a calcetto con quelli giusti, però i social non sono il demonio. Gli amici si possono scegliere e si può anche avere un profilo privato solo per loro.

L’elogio della gentilezza. Intervista a Saverio Tommasi

Ora però il tema degli hater, gli odiatori in rete, è diventato pregnante.

Sì, certo, soprattutto per quanto riguarda i giovani, i ragazzini. È devastante vedere le foto prese e utilizzate per denigrare e abbattere le persone, ma le prese in giro esistevano anche prima dei social. Prima ancora di lavorare in teatro come attore facevo l'animatore, e andavo in giro con uno spettacolino di magia alle feste dei bambini. I social non esistevano ancora, ma c'erano già i bambini di sei/sette anni che per offendere le bambine le chiamavano troia o puttana... Non esiste solo ora la degenerazione totale del rapporto tra i due sessi, i social ce l'hanno soltanto reso più evidente e più chiaro. Se fosse esclusivamente un problema dei social, sarebbe molto più facile eliminarlo: non basterebbe chiudere Facebook?

 

Quanto si fa condizionare dai "like" in rete?

A dire la verità molto poco. Non vengo pagato a like, mi fa piacere mostrare il mio lavoro perché in esso esprimo me stesso, però questo lavoro riesce a viaggiare anche per conto proprio. Il numero dei like, alla fine, conta poco.

Mi piace invece moltissimo essere riconosciuto, fermato, salutato, perché più persone apprezzano il lavoro che faccio e maggiore è la libertà che ho per continuarlo. Se oggi chiedo cinquemila euro a Fanpage per andare in Afghanistan, mi chiedono perché ci voglio andare, ma so che a un livello di popolarità maggiore potrei averli senza nessuna difficoltà. Già al livello a cui sono ora, comunque, la libertà di cui godo è abbastanza ampia.

Essere conosciuto è fondamentale, ma il numero di like non cambia poi tanto il lavoro.

 

Lei però va a smuovere sentimenti molto forti di amore e odio. Questa cosa, quando ha subito attacchi anche violenti, non l'ha fatta riflettere sul fatto di aver in qualche modo coinvolto la sua famiglia?

È una domanda che mi sono fatto spesso, ma mi sono risposto che non voglio limitare la mia libertà impaurendomi, anche se ogni tanto un pizzico di paura c'è. Va detto che le minacce che ho ricevuto non hanno mai raggiunto livelli di allarme preoccupanti. Non c'è stato mai qualcosa che mi abbia fatto pensare di dover limitare la mia libertà e quella della mia famiglia, e non mi è mai capitato che qualcuno mi fermasse per fare polemiche o magari insultarmi.

L’elogio della gentilezza. Intervista a Saverio Tommasi

Come sono i papà di oggi secondo lei? Ci sono, hanno un ruolo attivo o no?

Dipende sempre dalle persone e dai momenti della propria vita, e qui parlo a titolo personale. Io ho scritto questo libro e so che nei prossimi mesi avrò un periodo in cui sarò meno presente in famiglia, perché dovrò dedicare i fine settimana alle presentazioni, però è anche probabile che mia moglie in futuro abbia dei cambiamenti nel suo lavoro, in quel caso so che sarò io a stare un po' di più a casa. Adesso approfitto della sua disponibilità, poi si cambierà. In ogni caso, sono equilibri difficili da mantenere.

 

Le mamme si sono sempre raccontate, almeno ad altre mamme, i papà invece non quanto le mamme, ma negli ultimi anni sono usciti diversi libri scritti da padri. Questa apertura non può dipendere proprio dai social network, dal fatto che raccontandosi lì anche agli uomini adesso venga più spontaneo fare cose che prima erano una prerogativa solo femminile?

Non ci avevo mai pensato, però penso che possa derivare sia dall'uso dei social, sia da un generale cambiamento dei tempi, anche se, quando vado in ludoteca e firmo all'ingresso, la stragrande maggioranza delle firme che vedo al mattino è ancora di mamme e nonne.

Però c'è di sicuro una maggiore necessità di raccontare pezzi di se stesso: anch'io senza l'uso di Facebook non avrei scritto certe cose e non avrei letto quelle scritte da amici e amiche. Ci sta quindi di raccontarsi di più come padre.

 

Di sicuro un libro come questo, con questo titolo, solo cinque o sei anni fa sarebbe stato tipicamente femminile. Eppure ne viene fuori un ritratto di genitorialità complessa, con un punto di vista maschile. Dal momento che scrivere un libro è pur sempre un traguardo importante, non è un po' diverso gestire i suoi denigratori rispetto agli haters su Facebook?

Critiche vere al libro non ne sono ancora arrivate perché è uscito oggi. Le critiche in rete erano di chi non l'aveva nemmeno letto, ma questo non è un romanzo e parla solo di cose vere, per cui la modalità di scrittura è senz'altro più corretta rispetto a un post in rete. È concepito come pezzi di storie vere intrecciate tra loro, ma non sono poi così diverse da come mi esprimo di solito su Facebook.

 

Forse è meno consueto che un padre si rivolga alle figlie femmine?

Anche questo sta cambiando. Quello che dico alle mie figlie è rivolto pure a me, e quindi potrebbe valere per figli maschi.

 

L'aggettivo ribelle sembraessere diventato di moda. Perché in tanti stanno pensando alla ribellione?

Non so se poi sono così numerosi. A me il titolo del libro piace da morire, ma rimane un titolo, e non si può giudicare la correttezza di quello che viene dopo solo da un titolo.

La parola ribellione per me è come la parola sesso: molti ne parlano, pochi lo praticano.

 

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Le capita mai, in rete o nel libro, di approfondire un tema suggerito da altri, soprattutto dalla cronaca?

Talvolta le notizie di cronaca hanno dato l'avvio a dei post, ma ho sempre cercato di trovare un linguaggio che andasse oltre la pura cronaca, anche lavorandoci per parecchio tempo. Ho fatto un video sul terremoto un mese dopo che era avvenuto, proprio per trovare il modo giusto per parlarne.

Certo, molti video parlano di eventi precisi, come delle manifestazioni, e alcuni argomenti mi sono stati suggeriti da Fanpage.

 

Crede davvero in tutte queste buone intenzioni spiegate alle sue figlie? Si dice che la gente cattiva ha avuto genitori cattivi, o cattivi maestri. Questa cosa è un mito o è vera?

In generale, la possibilità che quei bambini che offendevano le bambine alle feste abbiano sentito quegli insulti in famiglia è molto alta: con le dovute eccezioni, bisogna essere coscienti del fatto che sono poche le persone che cambiano molto rispetto al contesto d'origine.


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