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L’elaborazione del lutto. “La metà del cielo” di Angelo Ferracuti

L’elaborazione del lutto. “La metà del cielo” di Angelo FerracutiAngelo Ferracuti con La metà del cielo, edito da Mondadori, affronta il periodo buio della malattia e della perdita della moglie Patrizia, alla cui memoria il romanzo è dedicato, nonché il lungo cammino accidentato per risalire dal baratro alcolico in cui era sprofondato.

Questo romanzo parla di morte, del male del secolo, del dolore di chi resta ma parla anche e soprattutto di vita. Quella trascorsa in una provincia che sta un po’ stretta benché abbia il gusto dolce di casa propria e quella vita che è ancora lì, in una fotografia al mare, tra le tende di una casa ormai disabitata, in un disco di John Lennon che continua a girare sul piatto dei ricordi:

«Quando finì davvero di girare, il braccetto si fermò all’improvviso tornando indietro al suo posto, in quel momento rimasi in silenzio, la commozione si trasformò in dolore. Riposizionai la puntina all’inizio, e dopo qualche fruscio il disco ricominciò a girare. Alzai il volume affinché quella voce arrivasse a riempire il vuoto della stanza, e il mio, che era molto più grande dal giorno in cui Patrizia aveva smesso di respirare. Ogni volta che ascoltavo quella canzone, era come se venisse a galla un pezzo della mia vita, e con lui il mio disperato tentativo di riacciuffarla, farla tornare indietro».

 

Sono passati più di dieci anni dalla morte della prima moglie e Ferracuti ha ormai ricostruito a piccoli passi la propria esistenza. Tuttavia questo romanzo, così diverso dai reportage a cui lo scrittore ci ha abituati – Il costo della vita. Storia di una tragedia operaia e Addio. Il romanzo della fine del lavoro, solo per citare alcuni titoli – poiché di un’intimità struggente, eppure così carico di quella tipica capacità dell’autore di restituire il mondo reale, lo accompagna da anni come «un’elaborazione permanente del lutto». Oggi la scelta di renderlo pubblico è per lui un’occasione di riconciliarsi «con la memoria affollata di quella vita che non c’è più» mentre per i lettori è l’opportunità di confrontarsi con una storia nuda e cruda, senza il filtro patinato della fiction, che entra nella carne e nel cuore di chi legge.

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Il lettore si affaccia in punta di piedi in una vita che non gli appartiene e fa esperienza del dolore altrui. Senza i voyeurismi tipici di quest’epoca social e senza quella pornografia del dolore che certa televisione ci ha abituati a ingurgitare. Niente patetismi, nessuna retorica, solo la realtà nella quale riconoscersi. L’entusiasmo giovanile, il furore degli ideali, l’amore favoloso e travolgente ma anche la dura realtà del tradimento, di un matrimonio che scricchiola sotto il peso degli anni e di una vita imperfetta e a volte poco soddisfacente; il necessario fare i conti con l’inevitabile sopraggiungere della vecchiaia dei propri genitori; il perenne bisogno di evasione da una realtà di provincia – la «piccola città» come la chiama Ferracuti – che lo schiaccia e ingabbia. L’autore riesce a cogliere nel vivo in tutte le sue sfaccettature più cupe la natia Fermo e l’Italia intera perché le «piccole città» si somigliano tutte:

«La piccola città mi sembrava ogni giorno più angusta, anche la provincia appartata e discreta di una volta era peggiorata, quella della favoleggiata misura umana, era diventata ancora più competitiva e cattiva. Si erano fatti tutti borghesi, anche gli artigiani, gli operai, gli sguatteri, i facchini, le donne delle pulizie, i carpentieri, l’odio di classe aveva lasciato il posto all’invidia sociale».

 

La narrazione ne La metà del cielo procede su piani temporali alternati cosicché l’autore, «ragazzo degli anni Settanta», coglie l’occasione per ripercorrere diversi periodi della storia italiana. Le manifestazioni politiche e i «sassi pesanti» lanciati sulle vetrine degli istituti di credito, i volantini delle Brigate Rosse nei bagni del bar Aurora e il vecchio juke-box che suona Figli delle stelle e la disco music.

L’elaborazione del lutto. “La metà del cielo” di Angelo Ferracuti

E poi i mitici anni Ottanta. Gli anni delle lunghe telefonate «rintanato nella cabina in plexiglas dell’azienda dei telefoni», della tv “commerciale” che «riempiva gli schermi italiani di miliardari texani», di un giovane Ferracuti che parte per Milano, con un lavoro precario di tre mesi alle Poste, e lì, negli ambienti teatrali, conosce Patrizia. Lei all’inizio non lo calcola minimamente, gli dice che le ricorda un personaggio di Nanni Moretti e lui, finiti i tre mesi, torna nelle Marche a bordo di un Abarth 112 pensando di non rivedere mai più quella ragazza che gli ha rubato il cuore, e invece nel giro di un anno i due sono nella loro prima casa insieme a cantare a squarciagola Do you really want to hurt me di Boy Gorge, innamorati e felici.E mentre gli anni Ottanta finiscono a picconate, con il muro di Berlino che viene giù, c’è un nuovo inizio: la nascita della prima figlia. Ma i tempi bui, per i quali nessuno è mai preparato, sono dietro l’angolo di ogni capitolo. La malattia porta via ogni speranza e ciò che è stato, nel bene e nel male, si intreccia in un turbinio di emozioni. Sono fantasmi del passato che ritornano prepotenti pagina dopo pagina.

 

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Qui viene fuori la figura di un uomo che si fa carico, suo malgrado, di una situazione drammatica. La malattia, per la quale l’autore ha una personale e impegnata visione, colpisce Patrizia a quarant’anni, nel pieno della vita: un lavoro da insegnante e due bimbe da crescere:

«Tanto la mia idea non è mai cambiata: questa è la malattia dei popoli ricchi, quelli che mangiano troppo, bevono troppo, i consumisti, è il cancro del capitalismo, il bubbone del troppo, la strage del profitto, del cibo avariato, degli animali ingrassati imprigionati e macellati, il massacro degli OGM, è questo il costo della vita che pagano gli uomini e le donne del vecchio Occidente: l’industrializzazione selvaggia, la corruzione, l’inquinamento, lo stress, il tanto decantato “sviluppo”».

 

Il marito la accompagna con amore nei terribili mesi della malattia ma il tumore devasta le vittime e distrugge chi resta facendo sprofondare l’autore sotto il peso dello sconforto. La narrazione procede senza fare mistero dei tempi cupi che seguono la morte di Patrizia e tutto il faticoso percorso, durato anni, per tornare in carreggiata, per se stesso e per le figlie. È proprio da questo impegno continuo che sfocia La metà del cielo, un racconto toccante in cui Angelo Ferracuti si mette totalmente a nudo, restituendo un memoriale profondo e ricco di verità.


Per la prima foto, copyright: Tom Pumford su Unsplash.

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