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L’educazione al terrorismo. “La mischia” di Valentina Maini

L’educazione al terrorismo. “La mischia” di Valentina Maini«La vita trova sempre delle possibilità per aggirare la realtà, per velarla, sostituirla, sempre con un piacere momentaneo di sollievo, ma sempre a prezzo di una perdita reale di vita o di una malattia».

Karl Jaspers

 

Questa frase è tratta da un testo (Psicopatologia generale) considerato un classico nel settore, redatto nel 1913 dal filosofo e psichiatra tedesco, e la si è voluta evidenziare perché sintetizza, a parere di chi scrive, le basi su cui è costruito il primo romanzo di Valentina Maini, La mischia (Bollati Boringhieri, 2020) che non è, si precisa, un trattato di psichiatria o psicologia.

La tematica è il terrorismo basco, affrontata con una scrittura massiccia e brillante per il tramite di una combinazione di elementi, opposti tra loro, all’interno della quale tutti trovano il loro incastro. Nessuno di essi prevale sull’altro, come se in un prisma ogni cosa trovasse la propria angolazione o la giusta collocazione: l’arte con la scienza, il mistero della fede con la magia della superstizione, i fatti realmente accaduti con le luci della fantasia.

Si tratta di un romanzo italiano che esce dal proprio territorio e diventa internazionale, per ambientazione e per stile. Troviamo contenuta narrazione e meta narrazione, romanzo e saggio, con linguaggi, voci e punti di vista differenti e ben distinti in base al personaggio o all’evento rappresentato nei capitoli, con un’alternanza netta e decisa. Restituendo un quadro espressivo e tormentato, come proveniente da una pennellata di Van Gogh.

 

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L’autrice non è del tutto a digiuno di narrativa in prosa e in versi ma questo rappresenta comunque il suo esordio nel genere romanzesco e non si può trascurare il fatto di essere una connazionale con studi in parte all’estero e che all’estero vive. Un dato puramente biografico che nell'opera in questione si percepisce.

Le vicende si svolgono in Spagna e in Francia. O meglio, tra Paesi Baschi e Parigi. Gli anni sono il 2007 e il 2008 quando l’ETA, acronimo di Euskadi Ta Askatasuna (Patria basca e libertà) era ancora attiva, ma troviamo incursioni in un passato lontano sì, ma non lontanissimo: gli anni Settanta del secolo scorso, segnati da una particolare efferatezza perpetrata dalla stessa organizzazione.

Gorane e Joskin Moraza sono sorella e fratello gemelli, nati a Bilbao. E come tutti i gemelli il legame che li unisce ha un sapore speciale, un valore indissolubile amplificato dall’essere di sesso diverso. Un rapporto primordiale e quasi incestuoso, mitologico, che attraversa e supera lo spazio e il tempo. Non ci sono divisioni o separazioni che tengano.

C’è un particolare non da poco però che li avvinghia in un abbraccio fatale: Gorane e Joskin sono figli di due militanti terroristi. L’educazione ricevuta non è come quella degli altri bambini. Anzi, non l’hanno ricevuta, la loro è una non-educazione. Sono cresciuti nell’anarchia delle regole, nella quotidianità alternata alla clandestinità; sono cresciuti sapendo che prima di loro veniva la lotta per l’indipendenza basca. L’amore dei genitori nei loro confronti c'è stato ma espresso in altro modo perché sono la militanza e la terra dove vivono a tenere in piedi la famiglia. La terra nella quale i Moraza non semplicemente abitano, ma a cui appartengono. Con la lingua, il cibo, le tradizioni che sono diverse dal resto della Nazione e che sono da difendere a ogni costo.

I genitori li coinvolgono e li portano, sin da piccoli, alle riunioni dell'organizzazione. Ma le idee non trapassano per forza solo perché sussiste un legame di sangue. Gorane rifiuta l’ideologia degli ascendenti, si sente spagnola, non basca. Rifiuta persino il cibo, che in casa è ovviamente basco:

«Io ho sempre capito che i miei genitori ci credevano davvero in quello che facevano per questo è stato impossibile fermarli. I miei genitori erano degli artisti della morte».

 

Gorane manifesta così il suo disagio e viene vista strana, pazza.

È la nonna ha intuire un po’ di cose e la costringe ad andare da un analista, non uno qualunque, ma «il più bravo» perché «non c'è nessuno come lui», il dottor Jespersen (il cui nome ricorda quello del pensatore già citato, grande esponente della scienza fenomenologica e dell’esistenzialismo, precursore del pensiero secondo il quale è più importante il sintomo che la causa, la forma più che il contenuto. La follia, per lui, non è una disfunzione ma espressione di un simbolo. Un simbolo proveniente dalla vita di chi lo esteriorizza).

L’educazione al terrorismo. “La mischia” di Valentina Maini

Di contro c'è Joskin. Egli fa un’operazione differente. Fa credere ai genitori di pensarla come loro per poter fare quello che vuole e seguire le sue passioni: la musica e la dipendenza da eroina in cui è cascato. Un ragazzo fascinoso e prestante che piace alle donne. Esprime a suo modo il disagio di una situazione familiare particolare, costrittiva nelle ideologie e indulgente nelle regole del vivere civile, e quando scappa a Parigi per vivere sotto falso nome, la sua esistenza cambia:

«Per mentire bisogna avere molte verità in tasca, diceva mio padre. La verità non è mai stata la mia isola, ma lui non lo ha mai saputo. Come spiegargli che chi nasce su terre franate non può desiderare altro che crolli e cedimenti, per tutto il resto della vita? […] Ho imparato il basco senza fiatare, li ho seguiti, assecondati. L’eroina era una fissa, una mania, spesso mi faceva stare in piedi, costringendo il mio corpo a uno stato di emergenza […] A me importava solo della musica. Anche senza un soldo, anche nella macchina e nel treno che mi hanno portato fino a qui».

 

La capitale francese entra così “di prepotenza” e da subito sulla scena de La mischia coinvolgendo tutti o quasi i personaggi. Una città di artisti e di hippy, fatta di luce e ombre, di visioni e contraddizioni, di mescolanza etniche e culturali. Qui Joskin s’innamora di Germana, una ragazza di sangue misto come molti, e nella quale rivede le debolezze proprie e del suo doppione naturale. Un amore più cerebrale che fisico, all’interno del quale si inserisce un’altra donna e il tradimento, o almeno lui percepisce come tale, verso la prima, lo incrina nella psiche più che nel corpo.

Una ragazza, Germana, anch’essa fragile e con seri problemi col padre, scrittore. Autore di un libro con un titolo inglese emblematico per tutti, Entangled, ovvero “intrecciati”, che avrà per Gorane, partita per la Francia alla ricerca del fratello, lo stesso significato che hanno le briciole per Pollicino. Non sarà una ricerca facile, tutt’altro, perché Joskin non è più un uomo libero. A tenerli uniti ci sarà solo il dottor Jespersen,mezzo e fine ultimo per raggiungere la pace più importante: quella dell’anima.

Ora, per capire i fenomeni, compresi quelli più terribili o che arrecano dolore e sofferenza, bisogna mettersi in una prospettiva interna. Non è sufficiente osservarli empiricamente. L’essere umano non è solo un essere che respira e basta, ma esiste, ed esiste in una determinata situazione, ambiente o nucleo in cui è immerso. Tant’è vero che quando Valentina Maini – con un’idea narrativa assai appropriata – fa parlare la madre dei due gemelli, quindi colei che li ha partoriti, il flusso della narrazione è unico. Un unico, interminabile flusso di coscienza che dà al lettore una percezione viva e diretta della psicosi, dell’ossessione, del delirio di onnipotenza del terrorista e di quanto questo delirio possa essere lesivo e autodistruttivo:

«La voce ripete venti dicembre settantatré. Noi stringiamo gli occhi senza che ce ne sia bisogno. Venti dicembre settantatré muore Luis Carrero Blanco primo ministro dittatore designato venti dicembre l’auto fa un salto di trenta metri verso il cielo settantatré scavalca un intero palazzo ricade a pezzi in un cortile venti dicembre settantatré increduli osserviamo la potenza dell’esplosione la vettura frantumarsi in aria come un giocattolo di vetro. Venti dicembre settantatré giorno della morte di Luis Carrero Blanco del suo autista e dell’agente di scorta venti dicembre auto sparata verso il cielo una cosa mai vista quasi sacra. La vetta più alta raggiunta da un ministro dicevamo. Ci veniva da ridere ridevamo. Noi abbiamo ventisei anni. È tutta la vita che scaviamo quel tunnel sotto la strada per riempirlo di esplosivo e uccidere Luis Carrero Blanco. Siamo nati per essere liberi attraverso quella morte nati per il venti dicembre settantatré».

 

L’attentato di cui si parla nella citazione, così come altri che troviamo, è accaduto per davvero, anche nelle modalità.

L’educazione al terrorismo. “La mischia” di Valentina Maini

In molti punti il romanzo è enigmatico, permangono delle zone d’ombra e ci si può perdere nelle nebbie di alcuni eventi. Un effetto di evidenza voluto ma che può disorientare la lettura nel tentativo, seppur legittimo, di comprendere la trama.

 

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Il ricordo va subito a un’altra fatica letteraria che affronta con alternanza di punti di vista e con stacchi temporali lo stesso argomento, compresa la detenzione in un carcere. Pluripremiato e vincitore del Premio Strega europeo nel 2018: Patria dello scrittore basco Aramburu.

Tuttavia ne La mischia non c’è confronto/scontro tra famiglie e non c’è richiesta di perdono per continuare a vivere, come accade in Patria. La famiglia nel nostro caso è una, sola contro il mondo esterno. Chi è stato generato da quel male deve fare i conti prima di tutto col suo stesso male, quello da cui proviene, per tentare di condurre una vita normale.

La fine lascia un senso di beffarda ironia del mondo. Solo leggendo e arrivando all’ultima pagina si può intuire e capire.


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