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L’Editoria? Un malato immaginario

EditoriaPochi lettori e tanta noia, ma il mercato regge.

Ventimilionitrecentomila. Sono gli italiani che non leggono neanche un libro all’anno, secondo i dati Censis/Ucsi; non c’è da stare allegri considerando che una buona fetta di mancati lettori adduce, come motivazione al suo disinteresse per i libri,  la noia. Evidentemente sono molto più interessanti le video-risse tra politici e più morbosamente stimolante la quotidiana cannibalizzazione di tragedie familiari, anche se simili conclusioni rischiano di scivolare nella demagogia, liquidando così troppo con facilità la questione.

Le motivazioni della disaffezione verso le pagine scritte sono – invece – svariate e vanno dall’esigua presenza di produzioni innovative, alla dubbia qualità di alcune proposte dei “soliti noti”, dalla scarsa propensione delle case editrici di rischiare – preferendo seguire micidiali ma infallibili logiche di mercato – al costo di copertina che troppo spesso non giustifica il rapporto qualità/prezzo.

Restano comunque tre milioni di lettori “incalliti”, che leggono almeno un libro al mese e quelli “compulsivi”, che di libri ne leggono non meno di tre e che costituiscono lo zoccolo duro delle medie e piccole case editrici.

Sorprendente il dato dei giovani tra i 14 e i 29 anni: più del 74% legge almeno un libro all’anno e il restante terzo ne legge tre.

Su queste basi poggia il moderato ottimismo degli operatori del settore, in particolare l’Aie, l’associazione italiana degli editori, sostenendo che, nonostante la crisi economica e i tagli, il mercato si mantiene dinamico con un aumento nel 2010 del +5% delle vendite, dovuto soprattutto alle catene monomarca, alla grande distribuzione e alla vendita on line cresciuta del 13,9%, mentre le piccole librerie a conduzione familiare registrano difficoltà, così come il collezionismo (ben 31%). L’ebook merita un discorso a parte: nonostante sia ancora un prodotto di nicchia, ha delle grosse potenzialità d’investimento e ormai anche le grandi case editrici lo prendono sul serio.

Mercato in crescita, biblioteche frequentate e attive, ebook su cui investire, editori ottimisti: l’editoria è dunque un malato immaginario? Non proprio. Dietro la patina lucente si nasconde una realtà editoriale fatta, in molti casi, di banalità e superficialità. A sostenerlo è, tra gli altri,  Paolo Pisanti, presidente dell’Ali-Confommercio: “Il problema è che gli sforzi di marketing si fanno solo per pochi titoli considerati “sicuri” e solo da parte di grosse case editrici”.

A conti fatti, quindi, non è vero che gli italiani leggono poco: potrebbero leggere di più, ma il fatto è che leggono male. Troppo spesso si lasciano trascinare dalla pubblicità che segue l’uscita di un libro, dal suo rifacimento in versione cinematografica o televisiva, dalla polemica montata ad arte per qualche pagina pruriginosa o per un titolo vagamente blasfemo. Spesso (troppo spesso) le case editrici, cercando di soddisfare il più possibile la domanda, pubblicano un’enorme mole di titoli, spingendo poi solo i best-seller spesso di dubbia qualità ma più facilmente vendibili, creando così disorientamento nei lettori che si concentrano su pochi libri, ignorando lavori di notevole quanto misconosciuta bellezza e qualità. “I lettori, in buona parte” –  continua Pisanti –  “si concentrano solo su libri vivamente raccomandati dalla pubblicità, mentre potrebbero tranquillamente concedersi qualche lettura in più, se solo entrassero in una libreria e si lasciassero sorprendere”.

La vera malattia quindi, non è tanto un mercato fluttuante ma la mancata lungimiranza, l’incapacità di osare e rischiare, di promuovere titoli diversificati, di permettere a chi si avvicina alla lettura di scegliere davvero.

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