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L’editoria americana è razzista: le ragioni di una sconfitta

L’editoria americana è razzista: le ragioni di una sconfittaL’editoria americana è razzista? Le ragioni di una risposta affermativa a questa domanda stanno nel fatto che 8 dipendenti su 10 del settore editoriale sono donne, bianche ed eterosessuali. Alla faccia dell’integrazione, dell’attenzione alle minoranze e alle marginalità: ed è per questo che parliamo di una sconfitta. Una sconfitta in un Paese che fa dell’apertura e dell’accettazione del diverso uno dei suoi punti di forza, e per un settore che si presenta sempre all’avanguardia.

L’indagine. Ne parla, dati alla mano, un’indagine commissionata dalla Lee & Low Books di Jason Low, casa editrice specializzata in pubblicazioni per l’infanzia premiata nel 2014 dall’autorevole Foreword Review con il premio Award for Independent Publisher of the Year. La Diversity baseline survey (indagine di riferimento sulla diversità) che ha coinvolto oltre 13mila impiegati del settore editoriale vuol fare il punto della situazione attuale di un mondo editoriale, quello americano, nel quale la maggior parte dei libri pubblicati è opera di autori bianchi e riguarda personaggi bianchi.

Un problema di etnia. D’altronde si parla di una realtà nella quale l’80% della forza lavoro è di carnagione bianca, mentre solo 7 su cento sono i dipendenti di etnia asiatica, 5,5% gli ispanici, 3,5% gli afroamericani, 2,7% i meticci, 0,8% medio-orientali e 0,5% i nativi americani. Una situazione che ha fatto sbottare, nel novembre scorso, il vincitore del Man Booker Prize 2015, Marlon James, che in una intervista al «The Guardian» ha dichiarato che la grande editoria americana cerca solo opere di fiction «con storie struggenti, ambientate nei sobborghi urbani e apprezzati principalmente dalle donne bianche» (più o meno la nostrana “casalinga di Voghera”).

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L’editoria americana è razzista: le ragioni di una sconfittaUn problema di genere. I dati raccontano poi che su cento persone che, in America, trovano lavoro in editoria, più di 78 sono donne eterosessuali. Dei rimanenti 22 ben 20 sono uomini eterosessuali. Pochissime posizioni sono ricoperte da persone transessuali, bisessuali o omosessuali. Insomma, pare proprio che la diversità non sia contemplata e più di qualcuno parla, per il settore editoriale americano, di un problema di gender inverso (in molti altri settori infatti il problema si pone perché il potere è concentrato in mani maschili), con tutto il potere concentrato nelle mani delle donne.

 

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Diverse abilità? Solo freelance. Già, anche focalizzando l’attenzione sul numero di dipendenti con disabilità il comparto editoriale statunitense non si presenta benissimo. Sono solo il 7,6% gli impiegati con qualche forma di disabilità, con picchi del 12 e del 18% in dipartimenti come quello del design e della critica, dove di più incide l’impiego di freelance, che evidentemente per queste attività possono lavorare anche da casa. Ma il resto? È veramente poca cosa secondo quelli della Low & Lee Books, e quindi urge un cambiamento.

Stimolare il cambiamento. «Il nostro obiettivo con la Diversity Baseline Survey – spiegano dalla Lee & Low Boos in un documento pubblicato sul sito aziendale –, è provare a dimostrare in che situazione siamo attualmente, così da stimolare l’avvio di azioni concrete per risolvere il problema». La stessa cosa la fece, un paio d’anni fa, una giovane ingegnere di Pinterest, Tracy Chou, stimolando il settore dell’industria tecnologica sugli stessi temi, ottenendo qualche risultato (se non altro “svelando” il problema). In tal modo una “piccola” casa editrice prova a dare una scossa a un intero settore, contrastando quei numeri che, oggi, portano a dire che l’editoria americana è razzista.

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