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L’avventurosa storia di un ragazzo e dei suoi sogni. “Il monaco di Mokha”di Dave Eggers

L’avventurosa storia di un ragazzo e dei suoi sogni. “Il monaco di Mokha”di Dave EggersI libri di Dave Eggers non sono mai per gli indivanati: il loro principio attivo è l’azione, e spingono chiunque a mettersi in moto. È così anche per Il monaco di Mokha (Mondadori,traduzione Gianni Pannofino) il cui protagonista è un ragazzo, Mokhtar, americano di origine yemenita, che per trasformare in realtà l’idea più folle del pianeta parte mille volte e mille volte si trasforma; ripensa e riprogramma senza sosta il GPS della vita e dei suoi eventi; scavalca con slancio ogni tipo di ostacolo sociale, economico, guerre, pregiudizi, ignoranza. E torna. Torna col suo sogno in valigia. Anzi, in cinque valigie piene di chicchi di caffè.

Il romanzo si svolge lungo le rotte del caffè, e tocca quindi quasi tutti i continenti e molti secoli di storia. È un racconto rocambolesco, nel senso più puro del termine, perché narra una storia avventurosa, prodigiosa, incredibile, audace a tal punto da sfiorare spesso l’incoscienza; è anche un saggio minuzioso e godibilissimo sulla scoperta e la diffusione del caffè ma, soprattutto, induce il lettore a riflettere sull’abisso sociale che separa il mondo di chi il caffè lo produce da quello di coloro che invece si limitano a consumarlo. Si legge tutto d’un fiato, perché la frenesia verbosa, incontenibile, insonne e accattivante di Eggers ancora una volta impacchetta il lettore e lo tiene sottovuoto fino all’ultima riga, ansioso di sapere se Mokhtar ce la farà, perché se ce la farà lui abbiamo l’obbligo di farcela tutti.

 

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Mokhtar, poco più che ventenne, appartiene a una numerosa famiglia yemenita che vive nel Tenderloin, il quartiere-ghetto di San Francisco, dei poveri dalle mille nazionalità, dei tossici, degli alcolizzati, dello sfruttamento sessuale; a pochi isolati dalla perfezione da telefilm anni Ottanta di Union Square. Il nonno di Mokhtar, che per la sua famiglia «valeva meno di un asino», era emigrato negli Stati Uniti per «avere delle possibilità». Possibilità in cui, miracolosamente, anche Mokhtar, due generazioni dopo, ancora crede, da vero cittadino americano. «Il Tenderloin ti insegnava a pensare e a parlare svelto», ed è così che il ragazzo, animato da un’inquietudine di realizzazione personale che non riesce a trovar forma nell’istruzione accademica,un giorno annusa la possibilità del proprio destino nell’aroma di una tazza di caffè: decide che si dedicherà a riportare in commercio il caffè yemenita, il primo in bevanda della storia, la cui produzione e qualità sembrano irrimediabilmente decadute.

L’avventurosa storia di un ragazzo e dei suoi sogni. “Il monaco di Mokha”di Dave Eggers

Mokhtar di caffè non sa nulla, e non sa nulla nemmeno dello Yemen: in poco più di trecento pagine e nel racconto di pochissimi, vertiginosi anni, Eggers ci trascina in un growing up tale che riguarda sia Mokhtar come individuo (essere umano, sognatore, imprenditore, amico, datore di lavoro, figlio, nipote, americano, yemenita), sia delle piantine di caffè, che tornano a crescere nel Paese di suo nonno come ai tempi in cui la città di Mokha ne era la culla, e a costituire per i coltivatori un sostanziale miglioramento della qualità di vita, affrancandoli dallo strozzinaggio dei mediatori delle multinazionali.

Apprendiamo da Mokhtar (che già nel nome sembra portare, come un destino, la radice semantica della città in cui la leggenda vuole sia stato inventato il caffè come bevanda) che la storia del caffè è fatta di proibizioni, furti e seduzioni; di avventurieri, mascalzoni e ladri (in buona parte occidentali) che tentano, con pieno successo, di aggirare i divieti. E Mokhtar si sente un anello di quella stessa catena: l’intuizione gli dice che lo Yemen dei suoi avi, caldo e fertile come la California, può tornare a produrre il vino dell’Islam, il caffè, con standard di qualità altissimi, e che può tornare a introdursi in quel commercio, dai fatturati mondiali da capogiro, da cui l’insicurezza e l’instabilità prodotte dalle guerre l’hanno allontanato. Per compiere l’impresa bisogna essere pronti. E «Mokhtar era pronto. Era sempre pronto», perché ha capito che la vita, così corta, è uno scrigno stracolmo di possibilità, e il mondo un posto immenso e troppo stimolante per lasciarlo attendere. Per questo Eggers non scrive per chi rimane in casa a misurare l’esistenza dalla comodità delle pantofole. Mokhtar, nel corso del viaggio, a un certo punto perde perfino le scarpe, ma nemmeno questa è una scusa valida per non andare nei posti, anzi: è l’unico cammino per trovare il proprio, di posto, nel mondo.

 

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L’idea di finalità, l’avere un proposito, è incontenibile, trabocca di continuo dalle pagine. Così come la fascinazione di Eggers per l’idea romantica di eroismo, che in lui non assume mai i toni della piaggeria: il lato ironico degli avvenimenti, per quanto terribili siano, è sempre il primo a essere còlto dallo sguardo del protagonista e dalla penna dell’autore. Vediamo quindi Mokhtar destreggiarsi indenne tra guerre tribali, attacchi di Al Quaeda, pirati, personaggi corrotti e loschi figuri di varia provenienza e imperscrutabili intenzioni, e fatichiamo, quasi, a tener presente in ogni situazione il dato più sconcertante: si tratta di una storia vera, rigorosamente documentata e narrata senza concessioni al sentimento, come se si trattasse di una cronaca. Il coinvolgimento totale del lettore avviene per identificazione: chi, nel corso della vita, non si è appassionato a un’idea (piccola, infinitesimale, oppure spropositata che fosse; più spesso, inconfessabile) a tal punto da trasformarla in bisogno primario, motore, ragione irrazionale di tutto? Se non l’abbiamo fatto, l’abbiamo come minimo sognato. Le peripezie di Mokhtar, che da portinaio di uno stabile di lusso si trasforma in uomo d’affari ed esperto mondiale del caffè, ci incoraggiano a insistere, persistere e resistere ma, soprattutto, a perdere l’imbarazzo, il timore misto a vergogna che il solo pensiero di varcare la barriera sociale del nostro personale Tenderloin ci incute. Parlare di sogno americano è appiccicare un’etichetta; questo libro racconta, soprattutto, di come sia alla portata di ognuno di noi stravolgere «le percezioni sbagliate del resto del mondo».

L’avventurosa storia di un ragazzo e dei suoi sogni. “Il monaco di Mokha”di Dave Eggers

Con Mokhtar, Dave Eggers aggiunge un’altra biografia irresistibile alla sua ormai lunga carriera di narratore di persone e personaggi convinti che, se nella vita si vuole soltanto fare soldi, non si va lontano. Il monaco di Mokha, col suo motto «Soldi in mano, mai nel cuore» affianca così l’immigrante siriano di Zeitoun, o la dentista che sceglie l’Alaska per rifarsi una vita di Eroi della frontiera, o il profugo sudanese Valentino Achak Deng di Erano solo ragazzi in cammino. Questa volta Eggers aggiunge, allo stile limpido e alla destrezza con cui costruisce l’impalcatura della storia, un geniale colpo d’effetto finale, in cui svela quasi con noncuranza, e proprio per questo in modo incisivo, fino a che punto il libro sia intimamente legato alla vicenda di Mokhtar Alkhanshali.

 

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Prendere un caffè al bar, o prepararlo in casa, sarà un gesto che assumerà un altro valore, dopo la lettura di queste pagine; ci parlerà di un alimento che compie il tragitto più tortuoso, tra tutti i prodotti alimentari del mondo, per passare dalla piantagoione al consumo; racchiuderà la storia dei manipolatori del caffè, paragonabili ai soffiatori di vetro, per la delicatezza e la tecnica che richiede il loro lavoro; avrà la rugosità delle mani dei piccoli produttori che, incatenati al mercato delle materie prime, possono vedere la loro vita cambiare radicalmente se il loro prodotto viene pagato anche un solo dollaro in più a libbra; avrà la voce delle donne yemenite che selezionano i preziosi chicchi sotto le bombe di Sana’a, imperturbabili: non sapremo mai se anche loro, per sopravvivere, si afferrano a un’idea o non hanno altra scelta. C’è tutto questo, e tanta Storia (gli etiopi, i sauditi, i francesi, gli olandesi, i brasiliani... e il Florian a Venezia, Zur blauen Flasche a Vienna, e ogni caffè letterario d’Europa dai Seicento in poi: quei posti in cui il fermento delle idee era inestinguibile), tra le pagine de Il monaco di Mokha di Dave Eggers.


Per la prima foto, copyright: Nathan Dumlao su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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