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L’autunno. Il tempo del ritorno. Intervista ad Alessandro Vanoli

L’autunno. Il tempo del ritorno. Intervista ad Alessandro VanoliEdito da Il Mulino, l’ultimo libro dello storico e scrittore Alessandro Vanoli inaugura una nuova forma di divulgazione. L’autunno. Il tempo del ritorno è un saggio, per cui, per definizione, non è narrativa, ma il modo in cui scorre e ti cattura ha lo stesso fascino e la stessa forza di un romanzo. Racconta, appunto, e lo fa con naturalezza e autenticità. Lo si sapeva, senz’altro, ma diventa una consapevolezza ancora più radicata: la storia dell’autunno, a partire dall’epoca romana e fino ai giorni nostri, è la nostra storia, individuale e collettiva.

Un tempo, l’autunno era visto come la fine dell’estate, c’era qualcosa di caldo nei raggi pallidi del sole, poi tutto è cambiato, e l’autunno è diventato il preludio dell’inverno, uggioso, freddo, spaventoso.

Non si può raccontare, però, questo tempo del ritorno, perché il piacere sta proprio nella sua scoperta, pagina dopo pagina, seguendo il filo teso dall’autore.

 

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In occasione dell’uscita del libro, abbiamo raggiunto Alessandro Vanoli telefonicamente e ci siamo addentrati in alcune riflessioni nate proprio in seguito alla lettura de L’autunno. Il tempo del ritorno.

 

Com’è nata l’idea del libro? Più precisamente, come mai ha deciso di dedicare un volume alle diverse stagioni?

L’idea è nata come la risultante di conversazioni, specie con la mia editor, ma non solo. Credo che i libri nascano così, unendo le forze. Infatti, c’è chi li pensa, chi li scrive, chi li corregge. Questi volumi nascono, quindi, da un laboratorio, per così dire, tenuto assieme alla mia editor. È partito tutto da un altro libro, di natura diversa, ma che ha stimolato la riflessione.

Abbiamo iniziato a ragionarci sopra partendo dal libro di un antropologo francese, dedicato all’inverno, un libro tecnico che uso, tra l’altro, nel mio volume. Avevamo trovato l’idea molto avvincente e ho pensato che poteva essere interessante ampliare gli orizzonti e trattare le diverse stagioni anche da un punto di vista storico.

Il progetto si è rivelato una piccola scommessa, per me. Dal punto di vista dello storico, la domanda che mi sono posto è se la mia passione per le radici profonde delle cose poteva essere applicata anche sulla scala del clima, del tempo non solo del mare e degli oceani, come avevo già fatto. Il rapporto profondo con le cose è una cosa che agli storici emoziona abbastanza perché ti fa sognare. L’altra cosa è l’aspetto letterario che ho cominciato a sperimentare da un po’ di anni e mi sembrava che le stagioni avessero quel tanto di inevitabilmente mitico da portare con sé l’obbligo di cercare un nuovo registro su cui giocare la partita.

L’autunno. Il tempo del ritorno. Intervista ad Alessandro Vanoli

Cosa dice l’autunno della nostra società? Cosa possiamo leggere nelle usanze che legano la vita dell’uomo all’autunno e che lei descrive in modo così coinvolgente?

Credo che la risposta sia legata anche alle altre stagioni. Da una parte c’è il fatto che più si guarda alla storia delle stagioni, più ci si rende conto che c’è un nucleo che alla fine non viene mai meno. Noi abbiamo bisogno di interagire e di fare cultura, di costruire qualcosa, di dare un senso alle trasformazioni della natura. Per questo probabilmente qualcosa si riattiva sempre in noi.

In generale poi, la storia delle stagioni spiega di noi il fatto che costruiamo la nostra idea di natura, che non è fissa. La natura è un dato apparentemente oggettivo, che sta fuori da noi, ma solo apparentemente appunto. È una nostra idealizzazione e la modifichiamo a seconda dei tempi.

Cosa ci racconta l’autunno? Ci racconta queste trasformazioni nel tempo. Infatti, nel periodo greco e romano, guardavamo l’autunno come una fase tardo-estiva, cambiando poi una visione più crepuscolare, vicina all’inverno.

Questa nuova visione risale a pochi secoli fa, e non so se questo dice qualcosa di noi, del fatto che siamo più malinconici; non credo, a dire il vero. Ma di sicuro stiamo andando in questa direzione.

Mi chiedo se questo non abbia legami con il cambiamento climatico. Mi spiego: quando le stagioni si fanno più dure, l’autunno si mostra nel suo modo più freddo; è capitato alla fine del medioevo e in altri momenti. Forse questo ha favorito lo sguardo più invernale sull’autunno. Bisognerebbe comprendere se tra un secolo si tornerà a vedere l’autunno come la tarda estate a causa di un possibile cambiamento climatico.

 

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Come anticipava prima, per gli antichi, l’autunno era uno strascico dell’estate, mentre per noi oggi è il preludio dell’inverno. Questo cambiamento di visione, emerge dalla lettura del suo libro, avviene nel periodo medioevale. Perché si cambia prospettiva nel medioevo? L’autunno. Il tempo del ritorno fornisce una chiave di lettura approfondita, ma mi piacerebbe se lei potesse accendere un cono di luce su questo dettaglio…

In effetti, per fornire una risposta soddisfacente dovrei dilungarmi troppo. Proverò a riassumere in qualche modo questo passaggio di prospettiva che avviene nel periodo medioevale.

È una cosa molto complicata e molto stimolante per uno che cerca di fare divulgazione, perché tutti sono in grado di raccontare le battaglie; i cambiamenti culturali sono complicatissimi. Senza nulla togliere a chi decide di raccontare le battaglie, per carità.

I cambiamenti culturali sono quelli che di norma hanno a monte fenomeni completamente diversi l’uno dall’altro, che a un certo punto cominciano a interagire. Non c’è mai un colpevole solo nella storia. C’è qualcosa che, a un certo punto, arriva a saturazione.

Nel caso dell’autunno ci sono tanti elementi. Li specifico brevemente. A un certo punto, alla fine del medioevo cambiamo sguardo per tanti motivi, specie perché sono avvenute alcune trasformazioni sociali molto importanti. Per esempio, i mercanti hanno cominciato a diventare sempre più importanti nella società grazie all’apertura delle vie dell’Oriente, quindi hanno cominciato a girare per le vie del mondo guardando con occhi nuovi le cose. Senza questo non si spiega l’umanesimo. Guardiamo il mondo senza bisogno degli antichi perché ci sentiamo sempre più responsabili di noi stessi. E questo non è da poco. Una spiegazione meccanicistica potrebbe dire che siamo diventati più ricchi. Diventare più ricchi significa cambiare i rapporti di forza. Questa spinta commerciale si riverbera anche sulla scommessa sugli oceani, sui viaggi, sull’Atlantico. E questo, con molta probabilità, c’entra anche con un’altra scommessa che si fa, ovvero sulla religione: si nega che il cristianesimo debba essere per forza governato da un’autorità che dice cos’è giusto e cos’è sbagliato.

Che cosa ha a che vedere tutto questo con le stagioni? Questo bisogno di guardare le cose in modo autoptico è ciò che ci porta a guardare la natura con lo sguardo della scienza. È così che cominciamo a osservare le cose come se le vedessimo per la prima volta. Non c’è più la religione che spiega le cose, ma il dato oggettivo. Tradotto in termini autunnali, significa che verso la fine del medioevo tutte queste forze entrano in gioco determinando una serie di fenomeni molto diversi l’uno dall’altro ma che vanno tutti nella stessa direzione. Da una parte cominciamo a difenderci dal buio, sembra una sciocchezza, ma questo, poco alla volta, trasforma le nostre abitudini sociali e ci fa allontanare da un certo tipo di natura. La natura guardata in modo oggettivo implica la propensione a vedere i mostri in modo più plastico.

C’è una cosa che mi ha stupito molto: tutti i racconti di fate e gnomi sono cose recenti. Pensiamo siano medioevali, invece non è così, iniziano a prendere vita nel momento in cui sembra che cominciamo ad averne bisogno. Lontani dalla natura, iniziamo a sentire un grande bisogno di magia. Non che prima non ci fosse, ma c’è bisogno di dirlo ora.

Le streghe non sono medioevali, sono una cosa dell’età moderna. Anche la paura del magico è di età moderna.

L’autunno. Il tempo del ritorno. Intervista ad Alessandro Vanoli

Dice a un certo punto: «Di cos’è fatta la paura intorno all’anno Mille?». Vorrei, se anche lei è d’accordo, ampliare la prospettiva e confrontare la paura intorno all’anno Mille con la nostra paura. Quanto è diverso ciò di cui abbiamo paura?

Questa è una cosa strana, come tante, sul piano storico. In verità non è facile dire cos’è la paura nel passato. Tant’è vero che uno dei più grandi storici della paura, Jean Delumeau, non è mai riuscito a scrivere una convincente storia della paura medievale, ha scritto una storia della paura a partire dall’età moderna, un po’ perché abbiamo più dati e un po’ perché ci è più vicina.

Data questa premessa, credo che molte delle cose che caratterizzano le paure medioevali siano legate a un’idea di sacro e a un mondo divino molto tangibile. La paura della fine del mondo è una paura che va avanti a ciclo continuo: la convinzione che il mondo stesse per finire se la sono portata dietro per secoli, non c’è mai stata la questione dell’anno Mille, anche perché nessuno sapeva che anno fosse, perché nessuno sapeva contare gli anni così bene.

Per fare un esempio autunnale, vorrei dire di cosa non avevano paura: non avevano paura dei fantasmi. Almeno non nel modo in cui ne abbiamo paura noi. I fantasmi facevano paura nel medioevo perché volevano qualcosa in cambio, volevano essere aiutati, volevano che qualcuno sulla terra sistemasse la loro posizione nei cieli. Ricordavano, in altre occasione, che i tuoi legami potevano essere all’inferno. Non c’era una paura oggettivata, come ne abbiamo noi, ovvero il fantasma fa paura perché è mostruoso. A leggere le fonti, il fantasma diventa una cosa che si impossessa dei luoghi, è il doppio scarnificato, con l’età moderna.

Della morte, nel medioevo, quella fisica, non si ha paura, si vive nei cimiteri, che sono parte della città; la gente veniva sepolta alla bene e meglio, e potevi trovare di tutto nei cimiteri. Questa percezione cambia ed ecco che ritorniamo al punto di prima: quando ci si allontana dalla morte, quando i cimiteri vengono posti fuori dalla città, da quel momento i morti cominciano a diventare un’ossessione.

 

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C’è un dettaglio, uno dei tanti che colpiscono mentre si legge L’autunno: non si beveva l’acqua. Anzi, era fortemente sconsigliato bere l’acqua. Meglio il vino. Quante credenze medioevali sono sopravvissute nell’uomo contemporaneo?

L’acqua non veniva bevuta per due motivi: uno, per una ragione pratica, l’acqua normalmente era poco sicura, era stagnante, putrida; è difficile immaginare il grado di igiene medioevale, cosa che non sapremmo affrontare nemmeno dal punto di vista di anticorpi. Credo che sarebbe uno shock essere proiettati davvero nel medioevo, in quello reale e non in quello di Disney. In realtà non si beveva l’acqua. Sulle navi, e l’immagine è rimasta nelle tradizioni letterarie e cinematografiche, la pinta di rum era inbevibile. Era meglio bere vino perché l’acqua stagnante nelle botti, dopo pochi giorni, era molto pericolosa. L’altro aspetto ha a che vedere con delle convinzioni profonde, documentate e tecniche, dal loro punto di vista, cioè quelle della medicina così come veniva vissuta in quel periodo e che si fondava sulla medicina dei greci e dei romani. Si credeva ancora al fatto che l’uomo fosse composto da un equilibrio complesso, che parte da un rapporto di quattro umori e che include una serie di combinazioni complesse, rispecchiate all’esterno, perché siamo fatti dalla stessa sostanza di cui sono fatte le stelle e la terra (e questo è vero, anche se loro lo interpretavano in un modo un po’ diverso dal nostro) e noi ci rispecchiamo nei mattoni del cosmo. La concezione non è semplice, anzi, è una visione complessa dell’uomo e della natura e dei relativi equilibri. La malattia viene pensata come assenza di equilibrio, ma questo accade sempre; anche nei cambi stagionali l’equilibrio dei quattro elementi non regge. In autunno, tende ad aumentare la bile nera, che, per esempio, può produrre la malinconia, ovvero bile nera in greco, che diventa anche uno stato di tristezza diffusa che, dicono gli antichi, può portare fino alla pazzia e al suicidio. È curioso perché noi ce la portiamo dietro, diciamo di essere di umore negro o farsi il sangue cattivo. Gli esempi potrebbero proseguire. Sono retaggi, sopravvissuti come traccia nella lingua.

Che le stagioni segnano il corpo, è vero. Infatti, mai pensare che gli antichi fossero degli ignoranti, perché non era così. Erano in gamba, l’armamentario teorico li portava a dare una spiegazione complessiva sbagliata, ma la sintomatologia era indiscutibilmente giusta.

 

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Dice, nelle note conclusive, di aver scritto durante il lockdwon: in che modo ha influito il lockdown sulla scrittura, se ha influito?

Da diversi anni sono abituato a scrivere come scrive una buona fetta dei miei colleghi, cioè come un pazzo, sotto contratto. Io non credo molto all’ispirazione, credo ai contratti in scadenza, che sono una cosa molto più violenta nei confronti delle tue capacità immaginative.

In lockdown mi sono trovato con poche cose da fare e un tempo infinito davanti. Morale: il tempo era diventato una specie di melassa in cui tutto era molto dilatato e più difficile. Era venuta meno tutta questa serie di scadenze, di velocità, di dover prendere un appunto in treno perché ti è venuta un’idea che potrebbe essere utile più tardi. Questo non era più vero.

Non so se ha influito sulla scrittura. Ha influito sicuramente sul ritmo.

L’autunno, e lo dichiaro nell’introduzione, ha per me un senso di ritorno, di malinconia, intesa in un senso positivo, una serena malinconia, per così dire. Per me è la stagione più bella.

Se davvero ha influito sulla scrittura, non lo so, cercare un cambiamento riguardandomi le altre stagioni potrebbe risultare una ricerca quasi morbosa.

La mia idea era che ogni stagione avesse una sua caratteristica letteraria diversa dalle altre, e quindi un cambiamento credo ci sia, specie per quanto riguarda il senso del racconto. Ogni stagione ha un suo racconto.


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Per la prima foto, copyright: Jeremy Thomas su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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