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L’autunno dei beni culturali

Beni culturaliArticolo pubblicato nella webzine Sul Romanzo n. 6/2013 Racconto della crisi.

Marzo 2013: Marino Massimo De Caro, ex direttore della Biblioteca dei Girolamini a Napoli viene condannato a sette anni per aver trafugato centinaia di volumi da quella che era una delle più antiche e prestigiose biblioteche italiane. Aprile 2003: Mushin Hasan, direttore dell’Iraq Museum di Baghdad si regge il capo, seduto su un’antica stele tra sacchi di sabbia e reperti in frantumi provenienti dal museo saccheggiato e devastato.

A duemilasettecento chilometri di distanza un uguale sprezzo della cultura e di una memoria storica, storie solo apparentemente diverse, ma in realtà accomunate da un significato comune. Sono alcune delle vicende raccontate con dovizia di particolari e piglio polemico in due saggi di recente pubblicazione: Le pietre e il popolo di Tomaso Montanari (minimum fax) e Tesori rubati di Paolo Brusasco (Bruno Mondadori). Due icastici titoli con due sottotitoli ancora più chiari: Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane e Il saccheggio del patrimonio artistico nel Medio Oriente.

Se accomuniamo i due testi è perché in tutti e due i casi si tratta di una documentata denuncia, scritta da due accademici – Montanari insegna storia dell’arte alla Federico II di Napoli, Brusasco archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente Antico all’Università di Genova –, in cui l’acribia dello studioso si accompagna all’afflato civile di chi ancora crede nel valore della cultura e si batte perché si ponga un argine al declino. Entrambi si muovono lungo il filo di un ragionamento che ha al centro il nesso tra patrimonio culturale e cittadinanza, tra popolo e identità culturale.

Non a caso faro costante di Montanari è quell’articolo 9 della Costituzione, con padri nobili come Concetto Marchesi e Aldo Moro, che esplicitamente tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione, e lungi dall’essere una vuota petizione di principio «è uno straordinario strumento per costruire l’eguaglianza sostanziale dei cittadini e attuare l’unità nazionale»[1], o almeno dovrebbe esserlo: se esistesse davvero la possibilità di un governo tecnico al fine di valorizzare le reali competenze, Tomaso Montanari sarebbe il ministro della Cultura ideale. Nel pamphlet meritoriamente pubblicato da minimum fax, che prende il titolo da un verso di Fortini, Montanari ci conduce in un grand tour che allo stupore incantato dinanzi alle meraviglie italiane che era di Stendhal o Goethe sostituisce l’orrore dinanzi a un panorama di rovine e disastri, mai disperato però, anzi con una rabbia che reclama giustizia e invoca non un astratto cambio di marcia nella gestione del patrimonio storico e artistico, ma, pur nella rapidità dei ritratti, prospetta alternative percorribili, se solo se ne avesse la volontà politica.

Scorrono, così, le vicende dell’Opera Metropolitana di Siena e il progetto di privatizzazione della pinacoteca di Brera, l’idea di organizzare uno slalom di sci al Circo Massimo e l’inquietante storia della biblioteca dei Girolamini, i lavori al Fondaco dei Tedeschi e all’Hotel Santa Chiara a Venezia e il progetto della torre Pierre Cardin a Marghera, l’Aquila che non esiste più, gli Uffizi noleggiati da Madonna e la raccolta di firme per il prestito della Gioconda, la vicenda del Crocifisso di Michelangelo[2] e la volontà di costruire la facciata di san Lorenzo secondo il progetto di Michelangelo, la caccia alla Battaglia di Anghiari di Leonardo a Palazzo Vecchio. E parallelamente i nomi e cognomi dei responsabili del disastro, che l’autore non manca di indicare con nettezza, da Lorenzo Ornaghi «l’ombra ministro» a Giovanna Melandri «baby pensionata di lusso» a Pietro Folena «produttore di mostre», e sopra tutti Matteo Renzi, che «vede davvero la storia attraverso la lente di format come Voyager» e per il quale la cultura si riduce a «emozione», a una «bellezza fuori dal tempo e dalla storia». Non è un problema di salvaguardia del “bello” o di nobile dedizione ad alti principi, è una questione squisitamente politica, di civismo nel suo significato più alto: «l’industria delle mostre (meglio: dei Grandi Eventi) e le campagne mediatiche su singoli capolavori (spesso inesistenti) attaccano, esplicitamente e frontalmente, la conoscenza, la filologia, la storia, e inneggiano invece alle “emozioni”: non si rivolgono a un cittadino adulto, ma a uno spettatore, o meglio a un cliente-bambino». L’autore non era neanche pregiudizialmente contrario al sindaco fiorentino, addirittura nel 2011 era intervenuto alla convention renziana alla Leopolda, è invece nettamente contrario alla riduzione delle città d’arte a luna park, a un paese in cui «il valore civico dei monumenti è stato negato a favore della loro rendita economica, e cioè del loro potenziale turistico».

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Il bersaglio polemico è, infatti, quella concezione, già craxiana, del patrimonio artistico come “petrolio d’Italia”[3], quella «insopportabile retorica delle cosiddette “città d’arte” italiane [che] nasconde lo stadio avanzato di una metamorfosi fatale» per cui «come in un nuovo feudalesimo, le nostre città tornano a manifestare violentemente i rapporti di forza, soprattutto economici: da traduzione visiva del bene comune a rappresentazione della prepotenza e del disprezzo delle regole». A difendere, invece, un’idea diversa di cittadinanza come condizione morale, intellettuale, politica, altri personaggi, dal contadino anarchico mugellano, che la domenica portava la figlia non a messa ma agli Uffizi e glieli mostrava come sacri, ai due bibliotecari precari della Girolamini Maria Rosaria e Piergianni Berardi che avevano tentato di salvare i preziosi volumi e combattuto il criminale direttore, fino a essere insigniti da Napolitano del titolo di cavaliere, dalla funzionaria dell’Opificio delle Pietre Dure Cecilia Frosinini a Francesco Caglioti e altri accademici (tra cui lo stesso Montanari) che avevano tentato con appelli e richieste al ministro Ornaghi di far rimuovere dall’incarico De Caro.

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[1]Su questo si vedano i saggi, tra cui uno dello stesso Montanari, in Leone-Maddalena-Montanari-Settis, Costituzione incompiuta. Arte. Paesaggio, ambiente, Einaudi, 2013.

[2]A questa specifica vicenda Montanari dedicò un altro efficacissimo pamphlet, A cosa serve Michelangelo?, Einaudi, 2011.

[3]Per una critica di questo tipo di retorica e una proposta alternativa, si veda C. Caliandro-P.L. Sacco, Italia reloaded. Ripartire con la cultura, ilMulino, 2011.

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