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Del denaro o della gloriaCompositore, torcoliere, battitore. Quanti di voi hanno familiarità con queste professioni? La prima potrebbe farci pensare alla musica e la terza al baseball, per la seconda probabilmente brancoliamo in una fitta nebbia, a meno di non avere in famiglia un artigiano amante degli antichi strumenti da stampa. Allora proviamo ad aggiungere il correttore alla lista di manodopera necessaria ad attivare una delle imprese più comuni, almeno nella Venezia dei primi del Cinquecento.

Vi state avvicinando? Probabilmente sì, soprattutto se riveliamo che le materie prime per metter su questo tipo d’impresa sono la carta e l’inchiostro. Almeno considerando solo quelle che per gli editori del tempo avevano il maggior costo.

Esatto, parliamo proprio di editoria, di una Venezia che cinque secoli fa brulicava di stampatori in procinto di improvvisarsi editori e di editori già consolidati, preoccupati per le tirature; di autori in cerca di pubblicazione, di editor ante litteram convinti che il loro nome dovesse legarsi solo ad autori di pregio, insomma un panorama non molto diverso da quello attuale, sebbene forse allora si percepiva il cambiamento, concretizzatosi poi nella stampa a caratteri mobili, come un’opportunità e non solo come una terra sconosciuta da cui tenersi a distanza. Per calarci al meglio nei primordi dell’arte italica della carta stampata, siamo venuti a incontrare una persona che ha tramutato la passione per questo periodo storico in ricerca e la ricerca in scrittura: Laura Lepri. Editor di professione, docente di scrittura creativa e probabile devota amante della storiografia libraria, a giudicare dalla meticolosa attenzione, anzi dall’acribia (per usare una parola a lei cara), per il particolare che si diffonde nel suo ultimo libro.

Ho letto Del denaro o della gloria. Libri, editori e vanità nella Venezia del Cinquecento (Mondadori, 2012) subendone il fascino, sia per il tema sia per l’eleganza formale con cui è stato scritto. Eleganza che spesso si trasformava in scelta fonemica dirompente, costringendomi a fermare la lettura, per uscire dalla trama e cercare di capire dove volesse portarmi l’autrice attraverso un sentiero di parole che da solidamente omogeneo diveniva improvvisamente instabile, solo per un attimo, solo per una parola, per poi tornare sicuro al registro prescelto. Da lettore ho respirato fra le pagine la curiosità crescente dell’autore per l’effetto che avrebbe avuto quella decisione sul lettore.

 

Era questo uno dei suoi intenti? E perché la necessità di proporre al lettore proprio questa vicenda? Esiste oggi un lettore ideale per questa storia?

 

In editoria assistiamo alla necessità di uniformarsi alla “medietà” della comunicazione letteraria, puntando molto più sulla dinamicità dell’intreccio che sulla varietà del linguaggio utilizzato. Con questo libro ho provato a creare due diversi livelli per il lettore: nel primo c’è la storia con le sue dinamiche fra i personaggi, i luoghi e il particolare periodo storico che ha caratterizzato la Venezia del Cinquecento; nel secondo, più profondo, ci sono delle tracce, dei piccoli segnali linguistici, apparentemente incoerenti con il registro utilizzato nel testo, disseminati per il lettore che avesse voglia di fermarsi a fare un parallelo fra l’attuale realtà dell’editoria e quella di 500 anni fa. Parole ricche di una loro storia, capaci di bloccare la curiosità per la conclusione della narrazione.

Sono consapevole che i miei lettori possono non essere quelli di un best-seller, ma ho provato a essere più divulgativa possibile, sperando di poter condividere la mia passione per i libri e il mondo che gli ruota attorno. Ho ricostruito una storia avventurosa e seducente con una scrittura che non fosse fatta di “poche parole”.

 

Nel suo libro non mancano le stoccate nei confronti degli editori o almeno dell’editore o del direttore editoriale in questione, Giovan Francesco Torresani, che definisce sì caparbio, ma anche incline alla tracotanza e all’arroganza. Erano forse “doti” necessarie per un editore del tempo? E lo sono ancora?

 

Lo sono state, almeno fino all’altro ieri. Per molto tempo e soprattutto nel Novecento l'editore è stato un padre-padrone. È una cultura che però, nel bene e nel male, sta cambiando e non solo per la scomparsa delle case editrici che s’identificavano, come immagine e proprietà, con il loro editore, ma anche per il rafforzamento dei vari ruoli all’interno della catena decisionale delle case editrici.

 

Nella sua storia c’è anche lo scrittore, Baldassar Castiglione, sicuro di aver concluso un’opera che sarebbe diventata un best-seller. Per questo non vede l’ora di vederla pubblicata, disposto anche a pagare l’editore per raggiungere questo obiettivo.

 

In realtà Baldassar Castiglione non era sicuro di aver scritto un best-seller. Il motivo per il quale è ansioso, è che a Napoli stavano circolando frammenti del suo Cortigiano che non corrispondevano all'ultima versione del suo testo, da lui rivisto per lunghi anni. Va detto anche che la rivoluzione della stampa faceva contemporaneamente curiosità e paura. Con la diffusione della stampa lo scrittore perdeva il controllo sul libro, non era più lui a farlo trascrivere per donarlo a chi riteneva potesse apprezzarlo o comprenderlo. Il concetto stesso di cenacolo letterario viene messo in discussione. Il destinatario del lavoro dello scrittore diventa ignoto. Una volta stampato, il libro poteva essere comprato e letto da chiunque, entrando in una galassia sconosciuta. Certo Baldassar Castiglione sa che il suo potrebbe essere un libro importante, ma non certo in un’ottica di numero di copie vendute, piuttosto per l’impatto che poteva avere su molti esponenti della vita politica italica ed europea. Per lui era molto importante il contenuto. Tanto da fargli dire che la messa a punto della lingua poteva essere “fatica d’un altro”.

 

Uno dei protagonisti del libro è Giovan Francesco Valier, chierico, segretario di un cardinale, amico di Pietro Bembo, abile novellatore e soprattutto correttore, che, come tanti altri suoi colleghi del tempo, e qui la cito a memoria “correggeva, emendava, limava, espungeva errori, inseriva le migliori pagine da mandare in stampa, prendendosi anche alcune libertà.” Insomma qualcosa a metà fra un correttore di bozze e un odierno editor. Quanto è distante Valier da un editor come lei? C’è qualcosa che Giovan Francesco Valier è riuscito a fare o a dire per il quale lo ha invidiato?

 

“Bulinava”. Valier bulinava. Il verbo deriva dallo strumento (il bulino, tipo particolare di scalpello in acciaio che veniva usato anche per una tecnica grafica ad alta precisione) utilizzato dagli artigiani che lavoravano metalli dolci incidendo, trasformando la materia in arte. Amo questo termine che mi fa pensare al lavoro attento e totalmente artigianale di Valier. Certo, lui lavorava in una società letteraria molto più ristretta ed elitaria della nostra, spaziando dai classici ai contemporanei. Probabilmente l’ho invidiato perché quello era un sistema sociale in cui gli intellettuali si sporcavano le mani con il potere, agendo in prima persona. Oggi gli intellettuali e gli artisti non sono in grado di farlo, non riescono a entrare in contatto con i destinatari del loro lavoro né con le istituzioni. Questo mi sarebbe piaciuto: non aver paura dell’idea di potere.

 

 

 

Qui finisce la prima parte dell’intervista a Laura Lepri. Vi diamo appuntamento fra sette giorni, il 30 aprile, con la seconda parte.

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