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L’arte del perdono. "Qualcosa che s'impara" di Gian Luca Favetto

L’arte del perdono. "Qualcosa che s'impara" di Gian Luca FavettoGian Luca Favetto con Qualcosa che s'impara, il terzo titolo della collana CroceVia di NN Editore, che segue Il peso del legno di Andrea Tarabbia, indaga l’arte del perdono, una parola cardine della cristianità e della vita, attraverso un viaggio letterario partendo dall’Iliade fino ai capolavori di Shakespeare.

Qualcosa che s’impara è un libro eclettico che rifugge le definizioni e che fa propri i caratteri del romanzo, del teatro, della sceneggiatura e, ancora, della riflessione esistenziale e letteraria. Tutte anime del libro che saranno presentate nell’articolo per amor di completezza.

Prima però non ci si può esimere dalla riflessione sull’esergo, la primissima frase del libro, prima dell’incipit; in particolare una delle due citazioni:

 

«Tutti i dolori sono sopportabili se li fai entrare in una storia o se puoi raccontare una storia su di loro.» (Karen Blixen)

 

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Con questa frase già si presenta il contesto del libro, ossia il rapporto tra la storia di finzione e il dolore della vita, che spesso è o dovrebbe essere la premessa del perdono. In questo la letteratura ha il potere di stemperare la sofferenza umana reale, tangibile, ed è un piccolo grande miracolo, se si pensa che sono solo parole. Sono soltanto discorsi, Finzioni, come la raccolta di racconti di Borges… che con la biblioteca di Babele può indicare la causa del dolore: l’incomprensione, l'indistinguibilità tra il libro della Verità e il suo contrario.

I mondi immaginari diventano parte integrante della nostra vita. Da un punto di vista puramente teorico non si legge per visitare altri mondi, si legge per accogliere qualcosa dentro.

Senza elevazione l'arte non è arte. Senza poter guardare fuori non puoi sapere se ti stai muovendo. L'arte è la guida che ci permette di crescere e di avanzare lungo il cammino.

L’arte del perdono. "Qualcosa che s'impara" di Gian Luca Favetto

Allora non sono solo parole e c’è bisogno di un libro, anzi di una collana o di una biblioteca intera per ricordarlo. Senza la cifra emotiva un libro non ci riguarda, perde la sua connotazione umana e si perde interesse nel leggerlo. Se non c’è un moto dell’animo verso qualcosa di diverso, che sia migliore, peggiore, temporaneo o duraturo non importa, ma se non c’è l’elevazione come la chiamava Pessoa nelle Pagine di Estetica allora forse un libro è davvero solo fatto di parole.

Anche in Qualcosa che s’impara si ritrova questa riflessione sulla natura della scrittura stessa e la seguente citazione è un esempio di una delle sfaccettature del libro, quella più meditativa:

«La scrittura è la cucitura fra lo sguardo di chi scrive e lo sguardo di chi legge, ospita l’uno e l’altro ed è lei stessa cammino. Poi viene il racconto.»

 

Non c’è solo questo, un altro aspetto molto importante è il tema del teatro; il libro si lega ai drammi di Shakespeare, per esempio La tempesta:

«Se con la vostra arte, amatissimo padre, avete sollevato quest'urlo dalle onde selvagge, ora calmatele.» (Miranda, Atto I. Scena II.)

 

Miranda, la figlia di Prospero, allegoria di Shakespeare stesso e quindi dell’artista, invita il padre a usare la sua arte per agire sul mondo. Così come l’attore sul palcoscenico nel libro di Favetto riesce ad avere un effetto sul suo pubblico:

«È un rapporto intimo quello che l’uomo ha instaurato con ciascuno di noi, come se la sua ombra a ciascuno di noi appartenesse.»

L’arte del perdono. "Qualcosa che s'impara" di Gian Luca Favetto

In alcune parti stiamo leggendouna sceneggiatura e anche per questo il libro è mutevole, camaleontico:

«L’uomo che si chiama Macbeth. Lione, Francia, anni Ottanta. A teatro. Una sera di vento.»

 

Non si può tralasciare l’anima critica del libro; critica letteraria ma non solo, se vogliamo, anche un’impalpabile critica sociale, come in questo brano:

«Mio padre mi ha fatto trovare Shakespeare e Hamsun a casa, accanto a Walt Whitman e Hemingway, che diceva: «Knut Hamsun mi ha insegnato a scrivere». E l’Iliade e Ulisse. E Moby Dick, che è un buon modo di andare per mare. E Cesare Pavese, che non voleva pettegolezzi e pensava bisognasse avere un paese anche soltanto per il gusto di andarsene via, e poi tornare, perché un paese vuole dire non essere solo, nella terra nelle piante nella gente c’è qualcosa di tuo che, anche quando non ci sei, rimane ad aspettarti.»

 

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La natura sociale del perdono, che non è solo l’emozione egoista di mettere il proprio animo in pace, è un altro messaggio importante sul rapporto tra arte e società. Una delle tante perle nel calderone prolifico ed eterogeneo di idee che è Qualcosa che s'impara, scritto dal numero uno della nazionale scrittori: Gian Luca Favetto.


Per la prima foto, copyright: Evan Kirby su Unsplash.

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