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L'arte come «atto di violenza» nel cinema di Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding RefnArticolo pubblicato sulla Webzine Sul Romanzo n. 2/2014

In un'intervista rilasciata nel luglio 2013, in seguito all'uscita di Only God forgives, il regista danese Nicolas Winding Refn ha definito l'arte un «atto di violenza»: violenza che, a suo dire, appartiene intrinsecamente a tutti gli uomini, ma che, il più delle volte, resta latente e repressa nella vita reale. Creando un parallelismo con l'attività sessuale (che ormai non ha più segreti, visto che tutti la praticano liberamente), il cineasta ha sostenuto che esistono modi molto fantasiosi per esplicare la violenza al cinema: violenza che nella sua opera assume diversi aspetti e forme, secondo il desiderio di Winding Refn di resettare di volta in volta, alla fine di ogni film, la memoria, intraprendendo nuovi percorsi, ed evitando, così, di ripetere se stesso. Una brutalità che s'interseca a storie vere, di gente comune, ma che non rinuncia mai a una dimensione squisitamente onirica, che colloca i protagonisti principali quasi fuori dalla società, in microcosmi fatti di solitudine, paura e incapacità di trovare un compromesso con il mondo esterno.

Era il 1996 quando l'allora sconosciuto regista esordì alla regia di Pusher, livido racconto incentrato su un piccolo spacciatore nella Copenaghen degli anni Novanta. Prima di cimentarsi dietro la macchina da presa, Winding Refn era stato accettato nella scuola di cinema di Copenaghen, decidendo di rinunciarvi proprio per dedicarsi all'adattamento per il grande schermo di Pusher, che, in un primo tempo, era un semplice cortometraggio realizzato per un'emittente nazionale. Protagonista della pellicola è Frank, affiancato da un amico e socio in affari, Tonny, che diventerà poi il protagonista principale di Pusher II. Sangue sulle mie mani, secondo capitolo di una particolarissima trilogia sul mondo della droga. Già in questo esordio, la violenza si configura come un tratto fondamentale, che si interseca a storie tutto sommato semplici e lineari, ma caratterizzate anche da un'estrema tensione emotiva. I personaggi sono delle bombe a orologeria pronte a esplodere e, man mano che l'azione procede, le loro avventure si fanno sempre più disperate, a causa di imprevedibili fattori esterni che intervengono ad accentuare l'angoscia, fino all'inevitabile, tragico epilogo.

La produzione cinematografica di Winding Refn può essere suddivisa idealmente in due momenti: quello delle opere danesi e poi quello dei film made in USA (le pellicole con Ryan Gosling, per intenderci). Il punto di svolta è rappresentato da Valhalla Rising, titolo che richiama gli antichi miti norreni – Valhalla, infatti, è il luogo dove riposano le anime dei morti gloriosamente in battaglia, lì scortati dalle Valchirie – e strutturato sulla dicotomia paganesimo/cristianesimo. Protagonista di questo cult movie è One-Eye (interpretato da Mads Mikkelsen, alla quarta collaborazione con Winding Refn), così chiamato perché, appunto, con un occhio solo. Individuo senza un passato e muto, a metà strada tra un uomo e un demone, One-Eye è guidato nel suo cammino da spaventose e profetiche visioni virate in rosso. È tenuto prigioniero da alcuni vichinghi e costretto ad atroci combattimenti fino all'ultimo sangue. Quando riesce a liberarsi, uccidendo tutti i suoi carcerieri, a eccezione del ragazzo che lo nutriva, inizia un viaggio che lo porterà all'incontro con un gruppo di guerrieri cristiani, intenzionati ad andare in Terra Santa, per liberarla dagli infedeli: ma quando la comitiva si ritrova in una landa sperduta, i cristiani decidono di svestire i panni dei crociati, per indossare quelle dei conquistatori e sottomettere i nativi. Quindi, in Valhalla Rising Winding Refn sceglie di rappresentare la violenza incarnandola, da una parte, nella furia cieca del guerriero sanguinario, dall'altra negli abusi perpetrati dai crociati in nome della religione cristiana, pagando infine con la propria vita la loro brama di potere (e, in tal senso, è possibile paragonare Valhalla Rising ad Aguirre di Werner Herzog).

Mads Mikkelsen in una scena di Valhalla Rising

Da un punto di vista dello stile, inValhalla Rising Winding Refn riduce le battute all'osso, rinunciando alle parole per lasciare che a parlare siano i corpi e gli spazi, vasti, incontaminati e ostili. In mezzo al sangue e alle morti, emerge il legame affettivo che lega One-Eye al piccolo protagonista, attraverso il quale il guerriero comunica verbalmente i suoi messaggi. Un rapporto che per certi versi ricorda quello di Tonny con il figlio in Pusher II, grazie a cui il carattere tenta una sorta di redenzione dalla vita di piccolo delinquente, alle dipendenze di un padre che non lo ama. Anche in Valhalla Rising l'emancipazione di One-Eye dalla sua natura demoniaca passa attraverso il piccolo protagonista, perché è per difendere la sua vita che il guerriero potrà compiere il suo destino e affrancarsi da tutto ciò che lo aveva ridotto al pari di una bestia. Questo è un aspetto importante, perché sebbene la violenza sia il perno intorno a cui Winding Refn imbastisce le sue storie, ciò non significa che il lato emotivo sia assente. Al contrario, quella del regista non è mai una violenza fine a se stessa, ma resa ancora più struggente e drammatica dalle relazioni umane che i caratteri contraggono nelle pellicole, ma che non conducono a un lieto fine, al massimo regalano delle speranze flebili, incerte, mai del tutto chiare.

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Locandina di Pusher IIIQuesto senso della tragedia sempre incombente, che si tinge di toni feroci, a tratti macabri, accompagnato dall'idea del destino come fatto ineluttabile, allontana Winding Refn dalla mentalità tipicamente hollywoodiana: si tratta di un modo di fare cinema estremamente meticoloso, in cui ogni dettaglio viene studiato nei più piccoli dettagli per non apparire mai casuale, e dove pure le musiche finiscono col dominare la scena, integrando le parti recitate e contribuendo a ricreare atmosfere fredde e metalliche (pensiamo solo alla colonna sonora curata da Cliff Martinez per Drive, o al pezzo Sad Disco di Keli Hlodversson, inserito in Pusher II e che perfettamente esprime il senso d'oppressione e inquietudine in cui versa la vita di Tonny, costantemente chino a sniffare cocaina). Pure gli spazi esterni esercitano un condizionamento negativo sui caratteri: pensiamo solo a Tonny, uomo tutto sommato mite e buono, ma inesorabilmente vittima della brutalità che lo circonda, prima fra tutti quella perpetrata dal dispotico padre.

Forse sono stati proprio tutti questi aspetti messi insieme ad avere tanto affascinato Ryan Gosling, il quale ha deciso di partecipare a Drive dopo aver visto al cinema proprio Valhalla Rising: pare che la scena in cui Mads Mikkelsen tirava letteralmente fuori le budella a una delle sue vittime abbia sconvolto l'intero teatro, ma divertito un sacco l'attore americano (la vista degli spettatori inorriditi è stata definita da Gosling «fun time»). In quest'ottica, è chiaro che la violenza trasposta sullo schermo smette di essere qualcosa di negativo e diventa, al contrario, un elemento ricco di fascino e suggestione, che accende l'interesse del pubblico, più di una struggente storia d'amore. Il merito di Winding Refn è di averla espressa non solo tramite la tipologia di storie messe in scena, ma puntando pure molto sull'aspetto esteriore dei suoi protagonisti, caratterizzati da una fisionomia a metà strada tra l'umano e l'animalesco: dallo sguardo da mastino di Frank a quello crudele dello spacciatore di origini serbe, Milo; dall'espressione dura del driver senza nome dell'omonima pellicola, all'esuberanza fisica di Tom Hardy inBronson e al corpo agile e scattante di Mikkelsen, macchina di morte in Valhalla Rising.

Infine, se è vero quanto detto all'inizio, che la violenza può essere espressa in modo molto fantasioso, c'è da dire che Winding Refn è stato fedele a questo punto nel suo mettersi alla prova in diversi generi, passando, di punto in bianco, dal thriller del primo Pusher al drammatico del secondo episodio della trilogia, fino a creare una commistione dei due generi in Pusher III. E se in Bleeder (ancora inedito in Italia) il regista non rinunciava a un'accurata analisi psicologica dei suoi caratteri, in Valhalla Rising assistiamo a un'incursione nell'epica, mentre il precedente Bronson presentava accese sfumature di grottesco, unite al materiale biografico di base. Adesso, pare proprio che Winding Refn voglia cimentarsi con l'horror, anche se, per ora, si tratta di indiscrezioni (come per la notizia del sequel di Valhalla Rising).

Ryan Gosling in una scena di Only God forgives

A legare pellicole così diverse tra loro è, appunto, l'elemento violento, filo rosso che collega caratteri differenti, in luoghi e tempi diversi. Se l'arte è davvero un atto di violenza e l'istinto violento appartiene a tutti noi sin dalla nascita – «L'uomo produce il male come le api producono il miele» (William Golding) –, Winding Refnha trovato un personale e ottimo modo per incanalare la propria forza bruta nell'attività produttiva della settima arte, non solo con trame potenti, complesse e per questo forse poco adatte al circuito mainstream, ma soprattutto con personaggi che, con un solo gesto o sguardo, tale violenza la restituiscono tutta, senza sconti o filtri, sul grande schermo.


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