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L’anno magico dei tifosi di ciclismo. “Cadrò, sognando di volare” di Fabio Genovesi

L’anno magico dei tifosi di ciclismo. “Cadrò, sognando di volare” di Fabio GenovesiNon è facile parlare del nuovo romanzo di Fabio Genovesi che s’intitola Cadrò, sognando di volare (un verso del poeta Alfonso Gatto), edito anche questa volta da Mondadori. Non è facile perché è ambientato nel 1998, il meraviglioso anno sportivo di Marco Pantani, uno dei protagonisti del romanzo, nel quale vinse sia il Giro sia il Tour (l’ultimo corridore a farlo).

Io che sono tifoso di ciclismo debbo confessare la mia debolezza: Pantani è stato il corridore che ho amato di più (bella forza, qualcuno potrebbe dirmi). L’ho amato e lo amo ancora, quando rivedo, e non è infrequente, le sue imprese su YouTube, commentate dalla voce emozionata di Adriano De Zan, insieme a Davide Cassani. Pantani è diventato un mito non soltanto per le sue vittorie (neanche poi tante, visto che è sempre stato bersagliato dalla sfortuna, tra incidenti e gatti che attraversavano la strada, come scrive nel libro lo stesso Genovesi), ma perché sembrava arrivare direttamente dalle strade sterrate degli anni Quaranta, le strade che avevano visto Coppi e Bartali darsi battaglia tra la polvere e il fango. Perché era un ciclista completamente atipico negli anni Novanta, «in un mondo di calcoli, di computer che dettano il passo, di strategie prudenti e campioni che basano la loro corsa sulla regolarità e la tattica, sul controllo assoluto». ICampioni come Indurain, come Ullrich erano strutturati per andare fortissimo a cronometro, non per gestire le situazioni pericolose in montagna, quando si trovavano davanti il Pirata ed erano costretti a lavorare in solitudine (la cosa peggiore per loro).

 

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Marco fondava il suo enorme talento sull’istinto, sentendo le sensazioni del suo fisico a contatto con l’agonia della salita, della fatica in bicicletta. Pantani riusciva con le sue gambe e la sua straordinaria forza di volontà a spostare il possibile verso mete che il ciclismo non era più in grado di registrare. Soprattutto di capire. Per questo Marco nel gruppo era fondamentalmente l’alieno, lo “straniero”, la scheggia impazzita che aveva regolato l’orologio in un modo completamente opposto a quello dei suoi compagni. Anzi, era un orologio senza lancette che navigava nel tempo. Ogni volta che la strada si impennava, lui andava e partiva, voleva restare da solo con la sua sofferenza e mettere più distanza tra sé e gli altri. E aveva un’ossessione, quella della bicicletta che alla fine l’ha visto cadere in quella maledetta mattina del Giro ’99 a Cortina d’Ampezzo dove è morto sia l’atleta sia l’uomo Pantani, con le ombre delle scommesse della camorra che non sono ancora state definitivamente dissolte (ne parlò in quei giorni anche Vallanzasca che aveva avuto una soffiata in prigione). Il Pantani che vinse le sue due ultime corse al Tour del 2000 era purtroppo già un fantasma, che non riuscì più a risollevarsi.

L’anno magico dei tifosi di ciclismo. “Cadrò, sognando di volare” di Fabio Genovesi

Negli ultimi anni di vita il Pirata è stato perseguitato dalla magistratura per frode sportiva, è stato escluso dal Tour (e sappiamo quanto il Panta ha fatto per quella corsa), è stato trattato come un semplice drogato (mentre Armstrong si dopava alla grande sulle strade di Francia). La sua corsa si è chiusa nel 2004 in un residence di Rimini con una morte che è ancora avvolta nel mistero (troppe sono ancora le cose inspiegabili nel suo decesso, come, in questi ultimi mesi, ha mostrato anche un bel programma delle Iene e la testimonianza qualche giorno fa alla Commissione Antimafia del pusher dell’atleta, convinto che Marco sia stato ucciso per i soldi che teneva in albergo).

Nel romanzo a far da contraltare alla storia del Panta c’è quella di Fabio che studia Giurisprudenza e sta lavorando alla tesi; nel frattempo è stato chiamato a fare il servizio militare, ma lui opta per quello civile e si rifugia in una specie di ospizio per preti sugli Appennini, un ambiente fuori dal mondo e dal tempo che sembra ricordare nell’ambientazione selvaggia le storie montane di Silvio D’Arzo. Lì incontra una comunità a dir poco “lunatica”: il direttore, Don Basagni, un prete, un vecchio apparentemente cinico e scorbutico che, dopo aver passato la vita tra le missioni del Terzo Mondo, spende gli ultimi anni a letto sgranocchiando un mucchio di noccioline e ascoltando la musica dei Doors (una delle poche cose belle a cui può aggrapparsi Fabio in quel posto che sembrerebbe esser stato abbandonato proprio da Dio), in attesa che il ragazzo lo lavi una volta a settimana. Poi ci sono la Flora che fa le pulizie e dà da mangiare alle galline, con la figlia Gina che sta tutto il giorno asserragliata nel pollaio, facendo il verso proprio alle sue compagne galline. E quindi Don Mauro che appena lo incontra gli parla a manetta, soprattutto del suo amato pulmino. Il ragazzo nella vita ha avuto un grosso lutto: ha visto morire sua cugina Alessandra in mare, mentre tentava di salvare dall’annegamento una bambina, la figlia del famoso avvocato Ferroni. L’avvocato tenta di sdebitarsi con la famiglia, assicurando un futuro lavorativo nel suo studio legale a Fabio. Ma il ragazzo deve appunto laurearsi. Ferroni vorrebbe addirittura toglierlo da quel convento e fare in modo che interrompa il servizio civile. Ma è questo ciò che vuole Fabio?

L’anno magico dei tifosi di ciclismo. “Cadrò, sognando di volare” di Fabio Genovesi

Nel frattempo c’è questo campione in bicicletta, poco meno di 60 chili di cuore e ossessione per le due ruote, che va con una bandana in testa a cercare di dare l’assalto al Giro e poi al Tour. Saranno proprio le gesta del Pirata a unire Fabio e Don Basagni in un’amicizia magari un po’ scorbutica, ma comunque vera, sincera e che servirà al giovane a comprendere quali sono le scelte giuste da fare. Perché come scrive Genovesi la solitudine di Marco sulla strada univa tutti i tifosi, tutta la comunità che guardava le sue imprese e faceva un tifo forsennato:

«Una solitudine che sa di sacrificio: deve portarla addosso fino in cima alla più ripida delle montagne, perché milioni di persone sulle strade e nelle case urlino, saltino, si stringano forte in abbracci di bollente felicità.»

 

Quando nella salita di Montecampione, quella che avrebbe deciso il Giro d’Italia, il nostro grido in casa allo scatto decisivo del Pirata si unisce a quello delle altre case, dove tutti stanno vedendo quell’impresa, una delle tante imprese memorabili di Marco. La voce emozionata di Adriano De Zan che grida «Attenzione, attenzione… è il momento decisivo, Pantani scatta» e Marco viene finalmente inghiottito dalla solitudine, mentre dietro l’ombra di Tonkov è già lontana.

 

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Fabio Genovesi ci fa vivere una storia senza tempo con una scrittura vivida ed efficace, una scrittura che riesce a passare con naturalezza dal mito sportivo alla realtà quotidiana, mantenendo intatto lo stupore davanti alla bellezza della vita, per quanto strana, stramba, sfigata. D’altronde il Pirata che a gennaio di quest’anno avrebbe compiuto cinquant’anni era un uomo che veniva da un posto di mare, Cesenatico, e dava l’assalto alle montagne più alte e inaccessibili del ciclismo. Una storia già di per sé bellissima.

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