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“L’angelo Esmeralda” di Don DeLillo

L'angelo Esmeralda, Don DeLilloSi intitola L’angelo Esmeralda la prima raccolta di racconti dello scrittore italo-americano Don DeLillo, edita per i tipi di Einaudi nel gennaio di quest’anno (il titolo originale dell’opera è The Angel Esmeralda, la traduzione è di Federica Aceto). Contiene nove racconti che vanno dal 1979 al 2011 e ha una struttura a cupola, con il racconto eponimo al centro. È suddivisa in tre parti: due storie nella prima, tre nella seconda e quattro nella terza. Non ci sono, comunque, suddivisioni di ordine cronologico o tematico e l’autore non offre alcun indizio sui motivi di tale scelta. Ad accomunare tutti i racconti è la cifra stilistica propria di DeLillo: personaggi spettrali che dialogano nelle latebre della propria interiorità, con una parcellizzazione dei sentimenti che, a tratti, coinvolge e lascia interdetto il lettore.

Non tutti i racconti riescono a convincere: spesso si rimane sospesi e non si capisce fino in fondo ciò che viene narrato, come il corridore dell’omonimo racconto, che assiste al rapimento di un bambino, senza capire nulla di ciò che sta accadendo e ha bisogno di chiedere prima alla polizia e poi a un’altra testimone cos’era accaduto dinanzi ai suoi occhi. Lo stile di DeLillo, a volte, si fa involuto, avvitandosi su se stesso. «A me piace che le parole abbiano una certa reticenza, che rimangano aggrappate a un punto scuro nel più profondo dell’interiorità», dice uno dei due astronauti di Momenti di umanità nella terza guerra mondiale. Non è detto che l’autore di libri lunghi e ben riusciti come Underworld sia altrettanto bravo nello scrivere racconti di dieci pagine.

Il racconto più coinvolgente è L’angelo Esmeralda, che dà il titolo alla raccolta. Esmeralda è una bambina povera di dodici anni, abbandonata dalla madre tossicodipendente. Vive tra i relitti delle fabbriche del South Bronx in uno stato ferino, sempre di corsa tra carcasse di automobili e siringhe sull’asfalto. La piccola Esmeralda viene stuprata e uccisa barbaramente. L’immagine del suo volto sembra apparire su un cartellone pubblicitario «in fondo al Bronx, dove la superstrada si inarca verso il basso dal mercato all’ingrosso e gli scali di smistamento si estendono verso lo stretto fra Staten Island e Long Island, tutta quella desolazione industriale che ti spezza il cuore con quella sua stizzosa bellezza da Grande Depressione: le rampe che sputano erbacce alte e il vecchio ponte della ferrovia che attraversa il fiume Harlem, una torre traforata ai due lati, forse un po’ ondeggiante per il vento continuo». Che sia un miracolo? Centinaia di persone fanno la calca per partecipare alla visione; tra queste anche suor Edgar, che non è riuscita a salvare Esmeralda dal suo tragico destino e ha bisogno di qualcosa di sacro, per soffocare il suo rimorso. La desolazione urbana va a braccetto con il pathos della vicenda dell’angelo, conferendo efficacia e realismo alla narrazione. Il Bronx che viene raccontato è il Bronx dove è nato l’autore.

Molti hanno definito DeLillo uno scrittore profetico: il terrorismo internazionale, l’11 settembre, la crisi del capitalismo globale, i tasti di scorrimento dell’evoluzione tecnologica e l’onnipresenza dei media avevano già trovato ampio spazio nei suoi libri anni prima che accadessero e divenissero quotidianità di un’umanità in dissolvimento. A riprova di ciò, ricordiamo che il romanzo Cosmopolis – la storia di un broker finanziario fobico intrappolato nella sua limousine, mentre la città è in subbuglio a causa di una rivolta anticapitalista – fu pubblicato nel 2003, ovvero quando ancora la classe dirigente americana aveva molta strada da fare per comprendere il senso degli attentati dell’11 settembre e quando i primi segni della crisi finanziaria di cinque anni dopo cominciavano appena ad affiorare.

L’altro racconto per cui vale la pena leggere questo libro è Falce e martello: è incentrato sulla vicenda di Jerold Bradway, che si ritrova in carcere in regime di custodia attenuata, per aver fatto fallire alcune società investendo cospicue somme di denaro. Il contrappasso che deve scontare consiste nel vedere in televisione un notiziario economico, in cui a leggere le notizie finanziarie sono le figlie Katie e Laurie, rispettivamente di dieci e dodici anni. Con movenze e intonazioni infantilmente artefatte, le due ragazzine leggono i bollettini economici di Dubai che non riesce a pagare i debiti con le banche e delle manovre necessarie per evitare il default della Grecia. Non a caso, crisi e caos sono parole che derivano dal greco. Il fallimento personale si inscrive, così, in un fallimento planetario che rischia di coinvolgerci tutti, schiavi come siamo del «denaro come impulso codificato, ideativo, una sorta di erezione discreta conoscibile solo dall’uomo che ha il fuoco nei pantaloni».

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