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L’amore senza corpo, Federica Manzon ci racconta in anteprima la sua nostalgia degli altri

L’amore senza corpo, Federica Manzon ci racconta in anteprima la sua nostalgia degli altri«Più vita e più amore», «la possibilità di vivere più vite contemporaneamente», e ancora, il virtuale come mezzo per: «modificare e falsificare l’identità» ma anche come «specchio della nostra parte più autentica». Questi sono solo alcuni dei temi trattati da Federica Manzon in La nostalgia per gli altri, il nuovo romanzo in uscita per Feltrinelli il 6 aprile prossimo e che oggi vi presentiamo in anteprima con un’intervista all’autrice.

Un romanzo potente nell’accezione letterale del termine, un romanzo che prima ancora di raccontare una storia, dissacra la sostanza stessa di cui è fatto, la parola, privata di una funzione materiale, disvelatrice, invece, di tutto il suo astrattismo estetizzante, ridotta da forma di comunicazione principale a cateroria merceologica attraverso la quale vendiamo noi stessi e compriamo gli altri sotto forma di follower, amici, o quel che è.

Anche sotto forma di amanti? Può essere. L’amore tra Lizzie e Adrian scarta il corpo, l’azione come strumento necessario alla creazione di un rapporto a due, sostituendolo con gli infiniti messaggi in chat; evade il suono e lo rimpiazza col rumore di fabbrica di un cellulare.

Lizzie e Adrian vivono in un mondo che potrebbe a prima vista apparire distopico, se non fosse che se ci soffermiamo a riflettere abbastanza e con cautela, ad analizzare con occhio critico la nostra attuale contingenza, ci accorgiamo, con un minimo margine di errore, che è esattamente questo il posto in cui abitiamo (o quanto meno molti di noi), talmente parte del nostro essere quotidiano da non renderci più conto delle differenze. Quali differenze? Tutte quelle che separano il soggetto dall’oggetto, la materia dall’astrazione, il corpo… dallo spirito? Senza voler essere troppo ecumenici, diciamo piuttosto dall’afflato di un’essenza che non riconosce più un confine di natura fisica, tangibile.

 

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Lizzie e Adrian lavorano all’Aquario (mai metafora fu più eloquente e, allo stesso tempo, meno elusiva), un enorme cantiere del virtuale dove l’esistenza, la nostra, la vostra, è manipolata affinché l’utopia si modifichi in esperienza. «Tutto questo è necessario alla forma di intrattenimento che produciamo, la migliore sul mercato. Essere il meno possibile noi stessi per costruire mondi dove chiunque possa identificarsi e il nostro controllo sulle emozioni di voi umani là fuori raggiunge un’approssimazione che vi spaventerebbe», afferma il narratore.

Lizzie e Adrian, immaginatori e visualizzatori di un universo in bianco (gli abiti di lei) e blu Klein (gli occhi di lui). Lizzie e Adrian, amanti o impostori, giocatori senza alcun dubbio, scommettitori d’azzardo che sfidano le regole, le distruggono e poi le fanno e le rifanno come gli fa più o meno comodo.

L’amore senza corpo, Federica Manzon ci racconta in anteprima la sua nostalgia degli altri

La nostalgia degli altri è presentato come una storia d’amore. Ma come declina l’amore questo romanzo?

Adrian e Lizzie si amano? Di certo costruiscono un racconto magnifico del loro amore, e questo diventa presto più importante dei fatti stessi, una forma di dedizione che credono superiore al vedersi e allo stare insieme. In fondo, pensa Adrian, che i corpi rimangano fuori dalla scena è il segreto di un amore padroneggiabile e felice. In fondo, pensa Lizzie, raccontare è meglio che vivere. Entrambi hanno capito presto, dalle loro infanzie, che l’amore è per tutti una faccenda di elezione e rabbia: scegliamo un amato e non un altro, una vita e non un’altra, pretendiamo l’esclusività e così diciamo addio all’orizzonte delle vite possibili.

Ma chi non vorrebbe reclamare di più? Più vita e più amore. Ancora una chance, avere dei segreti, entrare e uscire dalla propria vita senza fare danni. Questo è il potere dei mondi virtuali, scopre Adrian prima di Lizzie, la possibilità di vivere molte vite contemporaneamente senza intaccare nulla. Giurare amore senza esporlo alla reciprocità, senza che ci sia un corpo a provarne la reale tenuta.

 

“Verità” e “identità” sono forse le parole chiave di questo racconto. Quale verità e quale identità sono possibili in questa particolare contingenza storica e sociale dove entrambi i sostantivi sembrano essere stati sostituiti dal più ambiguo “profilo”? Nel senso che più che di avere un’identità, oggi ci si preoccupa di avere un profilo, più o meno credibile, come fa Adrian nella storia…

Da un lato identità e verità ci appaiono questioni superate, ormai declinate in specchi liquidi e molteplici, eppure mai come adesso ne siamo ossessionati. La verità che è diventato un bene primario con un prezzo di mercato. Vogliamo sapere chi sono “davvero” i nostri vicini, i politici che ci governano, la donna che incrociamo nella corsa delle sette e mezzo al parco, la persona che ci abbraccia la notte. Origliare una telefonata, frugare nei cassetti, spiare, sono azioni che non servono più, perché la verità ora sta dietro uno schermo. E il “profilo”, quella strana forma che siamo noi ma anche non lo siamo, potrebbe essere la migliore delle maschere ma anche lo specchio della nostra parte più autentica, così vera da dover essere nascosta e protetta nella vita reale. La grande contraddizione dell’epoca sta propria in questo: tutta la tecnologia che abbiamo a disposizione ci serve a modificare e falsificare l’identità di chiunque e allo stesso tempo è il mezzo che ci mette in grado di scoprire tutto (o niente), qualora lo volessimo davvero.

 

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Il narratore è una figura centrale di questo romanzo, catalizzatore e catarsi del susseguirsi degli eventi. Da dove è nata la suggestione per un personaggio così sfuggente, tanto da non avere nome?

Per il tipo di storie che mi interessa raccontare non credo nella possibilità di un distaccato narratore onnisciente da romanzo ottocentesco, che organizzi i fatti secondo una visione della società e dell’epoca chiara e distinta. Eppure non mi trovo a mio agio nemmeno nel flusso di coscienzadi un io che cerca di venire a capo di se stesso e su se stesso riflette in un rimando vertiginoso di specchi che rischia di diventare soffocante, a non essere Ettore Schmitz. Iniziare a scrivere per me vuol dire invece e prima di tutto trovare una voce che racconta e capire perché lo fa, perché quella voce è attratta da una precisa storia. Si tratta quindi sempre di un narratore compromesso, che ha le subdole ragioni per stare appresso ai personaggi e allo stesso tempo è libero di indagarli senza le complicazioni del pudore, della modestia o dell’esibizionismo. Un narratore che non occupa mai il centro della scena, ma piuttosto la guarda obliquamente stando un passo a lato o indietro, comunque leggermente fuori tempo, perché è da questa dissonanza e da questo osservare dai margini che credo si possano cogliere i dettagli che ci fanno vedere in modo nuovo la realtà che abbiamo sotto gli occhi.

 

I protagonisti del libro si dividono tra “IMMAGINATORI” e “VISUALIZZATORI”. Chi sono gli “immaginatori” e chi i “visualizzatori”, al di là delle loro personificazioni all’interno del romanzo?

Gli immaginatori sono coloro che ci proiettano verso il futuro, quelli che prendono i nostri sentimenti, i desideri e le paure, tutto ciò che abbiamo di più umano e sanno rilanciarlo in forme nuove. I creativi capaci non tanto di manipolare, ma di inventare il nostro immaginario facendolo filare verso direzioni sorprendenti. Gli intuitivi, i visionari, gli egopatici a volte, quelli che sanno pensare altrimenti.

I visualizzatori danno un corpo esatto alle idee degli immaginatori, trasformano l’universale in particolare per renderlo adatto a ognuno di noi. Sono gli empatici, i socievoli, quelli capaci di creare una connessione costruttiva tra le idee e le persone, le parole e le cose. Persone capaci di farci vedere un mondo là dove annaspavamo tra le combinazioni chimiche dei sentimenti e le necessità astratte degli oggetti.

L’amore senza corpo, Federica Manzon ci racconta in anteprima la sua nostalgia degli altri

“L’Acquario”, questa mega-industria del virtuale all’interno della quale si incontrano e si muovono i personaggi, è un condensato di simboli e metafore di tutte le piattaforme social oggi esistenti. È la fotografia dell’unica (o comunque della più “realistica”) società possibile o la sua è una funzione puramente traslata rispetto alla storia?

Non mi interessava fare nessuna metafora o analisi sociale. L’Acquario è stato per me la lente migliore per osservare una certa condizione esistenziale. L’isolamento che si accompagna al proliferare dell’esposizione sociale (migliaia e migliaia di contatti virtuali), il talento e l’ambizione come vettore che orienta i rapporti tra le persone, l’esperienza del tutto artificiale del vivere in luoghi isolati dove la scelta non è più una questione personale e l’intrattenimento si moltiplica in forme così meravigliose da essere i nostri stessi desideri. E soprattutto quello che ne è della nostra esperienza e dei nostri sentimenti soggettivi quando il corpo viene tolto di mezzo.

 

A un certo punto del racconto, il narratore afferma: «Il mio lavoro è dare corpo alle parole». Che cosa significa dare corpo alle parole per uno scrittore? E quale corpo, in definitiva, si può creare attraverso le parole, anche in considerazione del fatto che Adrian e Lizzie sostituiscono, in pratica, il corpo, la materia, con le parole, l’immateria per eccellenza?

Per uno scrittore, credo, significa sottrarre le parole all’usura a cui le sottopone una certa trasandatezza del quotidiano. Si tratta prima di tutto di creare un vuoto e uno scarto, perché la parola smetta di essere un suono rappresentativo di qualche immagine banale o emozione stereotipata. Dare corpo alle parole significa quindi riattivare un senso della lingua, restituirle il potere di creare immagini, di scendere in profondità, di gettare sul nostro modo e su noi esseri umani una luce obliqua che ci permetta di intravedere un dettaglio in ombra, un significato che non è immediatamente afferrabile. Il corpo costruito con le parole (della letteratura) è sicuramente fragile ed esposto al cambiamento, sempre pronto a diventare altro da sé stesso, ambiguo anche, ma capace di un vero sentire.

 

Una curiosità che mi ha accompagnata durante la lettura: come mai ha scelto nomi stranieri per i personaggi principali (mi riferisco, lo chiarisco a beneficio dei lettori, a Lizzie e Adrian)? Che relazione di causa-effetto c’è tra questa scelta e il ruolo, la funzione, dei personaggi?

Lizzie è il nome della protagonista di un romanzo che ho amato molto da bambina, La sfida di Lizzie, ed è anche il diminutivo di un nome italiano. E poi sia Lizzie che Adrian arrivano da due luoghi di confine, reale e metaforico, ed entrambi rimangono fino alla fine stranieri rispetto a tutti i luoghi e al loro stesso sentire. Ma soprattutto e più propriamente, erano due nomi che mi piacevano e mi sembravano combaciare bene con i loro caratteri.


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