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L’amore proibito di un quattordicenne e di una suora. “La cattiva strada” di Sébastien Japrisot

L’amore proibito di un quattordicenne e di una suora. “La cattiva strada” di Sébastien JaprisotScritto a soli diciotto anni, La cattiva strada di Sébastien Japrisot – pubblicato da Adelphi nella traduzione di Simona Mambrini – trasuda tutta la carica erotica e la ribellione giovanile di una certa letteratura francese della prima metà del Novecento.

Apparso in Francia nel 1950, il romanzo racconta l’amore proibito tra il quattordicenne Denis e la giovane suor Clotilde in un modo che ricorda molto da vicino i tormenti di altri enfant prodige: Raymond Radiguet con Il diavolo in corpo (1923) e Françoise Sagan con Bonjour Tristesse (1920). È forse a causa di questa influenza – oltre che alla giovane età dell’autore – che il romanzo sembra reggersi solo sulla pruderie della vicenda narrata e non su una struttura narrativa vera e propria.

 

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Ambientato nella Marsiglia del 1944, La cattiva strada si apre mostrandoci Denis trascorrere con indolenza le sue giornate in una scuola di gesuiti in cui accade poco o niente per le prime trenta pagine del romanzo. Sarà l’incontro con suor Clotilde – la futura amante – a dare al lettore un motivo per cui andare avanti nella lettura.

«Lei doveva rientrare al convitto prima che facesse buio. Fino a quel momento Denis non si era mai accorto di quanto tramontasse presto il sole in febbraio.»

L’amore proibito di un quattordicenne e di una suora. “La cattiva strada” di Sébastien Japrisot

L’aspettativa di accadimenti, però, è spesso delusa da lunghe pause narrative in cui entrambi i protagonisti – in un continuo alternarsi dei punti di vista – cadono in parentesi riflessive fin troppo melense sui rispettivi sentimenti e la liceità di questo amore.

«Quando dovevano separarsi, non c’era nessuna interruzione. Non c’era pausa. Lei continuava a pensare incessantemente a lui. La sera la tormentavano i rimorsi, pregava senza trovare alcun sollievo prima di scivolare in un sonno agitato. Ma non pensò più neanche lontanamente di smettere di vederlo. La sua primavera era per lei più necessaria della vita stessa. Lei pregava e Denis era in tutte le sue preghiere. Invadeva tutto.»

L’amore proibito di un quattordicenne e di una suora. “La cattiva strada” di Sébastien Japrisot

Anche Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet parlava di un amore viscerale e impossibile tra un adolescente e una donna più grande, ma se in Radiguet le riflessioni erano legate alla guerra come distruzione delle speranze giovanili, in Japrisotil secondo conflitto mondiale resta troppo in sottofondo e tutta l’attenzione è concentrata a sondare lo scontro interiore tra pulsione erotica ed etica, tra desiderio e violazione delle norme sociali. Uno scontro che però non si risolve in una piena evoluzione dei personaggi che, oltre a oscillare per tutta la durata del romanzo tra autoindulgenza e senso di colpa, appaiono non sempre ben delineati. Denis sembra a tratti fin troppo infantile, ingenuo e completamente asessuato fino all’incontro con Lei – come nel più classico degli stereotipi – e a tratti fin troppo adulto, quasi un uomo, combattuto tra abbandono e perdita della fede come se tra i due il religioso fosse lui. Clotilde – dei due il personaggio più interessante – viene ritratta come eccessivamente pudica, estranea alla vita e al desiderio e poi di colpo consapevole non solo delle proprie più nascoste pulsioni, ma di tutte le norme familiari e sociali che quelle pulsioni hanno seppellito costringendola in un convento. Un’evoluzione che però sulla pagina non viene mostrata, ma solo detta, e che non porta al finale scelto poi dall’autore. L’unico, del resto, possibile.

«Ecco fatto. È andata. Buona o cattiva che sia, ormai ho preso questa strada. L’abbiamo presa entrambi. Senza un rimpianto, nemmeno quello di non averlo fatto prima. Doveva succedere tutto questo perché finalmente me ne rendessi conto. Adesso ci siamo, è fatta.»

 

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La sensazione finale è che a La cattiva strada di Sébastien Japrisot manchi quel passo e quel ritmo che solo un susseguirsi di accadimenti ben congegnati può dare a una storia e che la morbosità della vicenda narrata non basti da sola a tenere in piedi il romanzo e inchiodare il lettore alla pagina. Dopo le prime centinaia – in cui l’attenzione è tenuta alta dalle aspettative sull’imminente relazione clandestina – si fatica a procedere nella lettura. La lingua di Japrisot è raffinata e colta, ma melodrammatica con picchi patetici nei dialoghi e nei lunghi monologhi interiori dei due personaggi. Una debolezza che si giustifica con la giovane età dell’autore, con l’influenza di una certa letteratura francese e che forse solo un lettore ai massimi vertici di un innamoramento altrettanto feroce può tollerare.

«Si diceva: è una prova, una cosa che può succedere, di cui si sente parlare, una prova. Una pensa che non le possa capitare, non a me. E poi si apre una porta e si richiude, ci sei dentro.»


Per la prima foto, copyright: David Kennedy su Unsplash.

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