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L’amore è un freddo maestoso. “Ogni storia è una storia d’amore” di Alessandro D’Avenia

L’amore è un freddo maestoso. “Ogni storia è una storia d’amore” di Alessandro D’AveniaL’amore salva? È la domanda iniziale con cui Ogni storia è una storia d’amore – ultima fatica di Alessandro D’Avenia, edita da Mondadori – cattura il lettore, senza soddisfarlo con delle risposte secche. È l’inizio di una riflessione costante e profonda guidata da un filomito D’Avenia, che unisce sincronicamente il mito a prorompenti personalità, evocando nel racconto degli spaccati intimi in cui l’amore si insinua assumendo svariate sfaccettature di un unico grande sentimento conduttore. Così come, secondo una leggenda giapponese, ogni persona porta fin dalla nascita un filo rosso invisibile che lo lega alla propria anima gemella, il libro ricostruisce e spiega, a partire dalla storia di Orfeo e Euridice, le intense storie d’amore di personalità come Dostoevskij, Pavese, Leopardi, Keats, Gozzano, Pirandello e Van Gogh, mettendo in luce soprattutto le loro Muse, quelle donne che profondamente li hanno segnati e grazie alle quali hanno potuto far emergere il loro genio artistico, quasi come Ovidio nelle Heroides, anche se a raccontare gli intrighi amorosi qui non saranno eroine, ma voci narranti onniscienti che variano di capitolo in capitolo che riflettono e ampliano quanto descrivono.

 

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La pretesa di voler narrare attraverso gesta eroiche esemplari è abbandonata, anzi fin da subito è chiaro che si parlerà solo della dimensione umana, la quale è l’unica in grado di porgere il proprio volto al firmamento:

Nacque l’uomo, fatto con seme divino da quell’artefice

del creato, principio di un mondo migliore;

o plasmato dal figlio di Giàpeto, a immagine di dei

che tutto reggono, impastando con acqua piovana

la terra recente che, appena separata dalle vette

dell’etere, ancora del cielo serbava il seme nativo;

se gli altri animali contemplano a testa bassa la terra,

la faccia dell’uomo l’ha sollevata, ordinò che vedesse

il cielo, che fissasse, eretto, il firmamento.

 

Ovidio, Metamorfosi I, 76-85

 

Dopo la breve presentazione della mappa del viaggio che sta per compiersi, inizia il racconto dell’amore nel vivo di esperienze concrete, in un continuo perdersi per ritrovarsi, tormentato da ambizioni segrete. Le storie sanno essere taglienti come lame, sanno colpire esattamente il lettore nella sua finitudine, fino a farlo dubitare dell’effettiva esistenza di un amore puro, sciolto dalle sembianze volgari, un amore che sappia porsi al confine tra eros e agape. Ma poi i vari narratori vengono in soccorso, andando a snocciolare il più grande paradosso della vita: fare dell’amore una scialuppa di salvataggio perdendo temporaneamente il nostro egoismo e naufragando in un oceano sconfinato di un caos apparente. Ecco che nella vorticosa tormenta di neve dell’indefinitezza dell’ego, l’anima diviene come quel fiocco che, pur lasciandosi trasportare dai venti nordici, conserva la perfetta geometria dei ricami d’acqua ghiacciata e posandosi sul cuore conferisce al suo manto una purezza unica. La forza prorompente dell’amore, solitamente associata al calore, è qui paragonata a un freddo maestoso, un freddo che tramuta le sue sembianze in uno dei fuochi più ardenti quando cerca di aprirsi a una felicità ulteriore, attraverso quei momenti del vissuto umano, descritti dai tre “miracoli lessicali” danteschi: “intuarsi”, “infuturarsi” e “insemprarsi”.

L’amore è un freddo maestoso. “Ogni storia è una storia d’amore” di Alessandro D’Avenia

Dal progressivo entrare in contatto con la dimensione umana dell’altro (intuarsi) per arrivare a fare progetti futuri in comune (infuturarsi), ci si svincola dai vincoli di un tempo biecamente orizzontale le cui catene stritolano la meraviglia del quotidiano, per entrare nell’ottica di un tempo visto come opportunità e non più come possibilità. Così nel libro viene esplicitato il passaggio dal kronos al kairos – dapprima solo spiegato concettualmente –  parlando anche della tormentata storia d’amore tra il filosofo danese Kirkegaard e Regine. Nonostante il “discepolo dell’angoscia” sia perdutamente innamorato, non riesce a non considerare la sua vita come un dipanarsi di alternative inconciliabili, dove il vero centro dell’io è il “punto zero”, ovvero la perseverante instabilità della vita, l’impossibilità di riconoscere una realtà unica nell’indecisione perenne; nelle tinte fortemente amare, traspira dalle pagine una fortissima fede nelle capacità del soggetto, in contrasto con il panteismo idealistico. Proprio nell’uomo è infatti intrinseca la capacità di svincolarsi dalla prigione della spasmodica misurazione del tempo che lui stesso ha creato. Nel far entrare la nuova sostanza dell’amore ci si trova spesso a sfidare e mettere alla prova quelle che il poeta inglese Blake definiva “The mind forg’d menacles” (le manette forgiate dalla mente): i propri limiti, difetti, carenze, quello stato che viene ancora una volta definito da Dante come “inmiarsi”, il conoscere se stessi aprendosi e rischiando di far conoscere le stanze più segrete dei nostri sentimenti.

 

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L’amore rappresenta pertanto la cuspide di una possibile e libera ricerca direttamente rivolta al cuore dell’essenza umana, dove il tempo si trasforma in qualcosa di concreto, qualitativo, continuo e interiore, per usare un’immagine di Bergson in un gomitolo di lana composto da una proustiana somma di momenti irripetibili che soavi possono essere richiamati alla mente sfuggendo dai colpi di un pendolo dalla precisione svizzera.

L’amore è un freddo maestoso. “Ogni storia è una storia d’amore” di Alessandro D’Avenia

Ogni storia è una storia d’amore è il titolo di un libro che sa far riaffiorare i dubbi e le perplessità relative ai sentimenti e all’amore che ognuno di noi possiede. È però anche un testo che si presta a una profonda interpretazione soggettiva, nel quale il lettore può trovare un suo percorso ad hoc per rispondere ai suoi quesiti interiori. Le pagine sono dense di periodi dalla fortissima valenza semantica che sanno coniugare la riflessione attorno alla letteratura con i moti del sentire umano, vincendo forse la più grande delle sfide: il saper far parlare un prodotto poetico a distanza di secoli, scovandone gli elementi che più sanno avvicinarsi alle tematiche attuali.

 

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Nelle storie narrate, come nella realtà, tutto è mosso dall’amore o dal disamore – l’assenza o l’amore equivocato – andando a formare una fitta trama di intrecci calati in una dimensione storica che racchiude il racconto del passato, lo scrigno d’esperienza del presente e le azioni future dove il tempo «non è inesorabile, perché non è fatto di unità di misura, è un tempo che da noi è inaugurato con una scelta consapevole e libera […]. È tutto il tempo che non ho perso a morire, aggrappandomi alle cose che sembrano durare ma poi muoiono anche loro. È tutto il tempo in cui ho dato all’amore l’opportunità, nel tempo misurato dagli orologi, di accadere. In quei momenti il granello di sabbia si dilatato come in occasione del Big Bang, generando l’espansione delle galassie che corrono verso le periferie del vuoto in cerca della loro eternità, ferite dalla nostalgia della loro origine e del loro futuro» e come per ogni storia d’amore che si rispetti la parola viene assorbita nella sua essenza diventando insufficiente a descrivere quanto ha messo in moto nell’anima.


 

Per la prima foto, copyright: Fabrizio Verrecchia.

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