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L’amore e la vendetta. “Pietra nera” di Alessandro Bertante

L’amore e la vendetta. “Pietra nera” di Alessandro BertantePietra nera è il nuovo romanzo di Alessandro Bertante per Nottetempo ed., e racconta il viaggio del Figlio dei Lupi, a dorso del suo mulo Ombra, insieme a Zara, dalla montagna, lungo i sentieri e i furiosi fiumi fino alla meta ambita. La narrazione cattura il lettore e svela, dietro un’apparente leggenda, il percorso catartico del reale verso una possibile verità.

 

«Penso che per tutto il viaggio non aveva fatto altro che incontrare dell’acqua da attraversare»: il paesaggio montano predomina e Alessio, il figlio dei Lupi, deve scendere a valle verso il mare, proprio come un fiume, attraverso luoghi simili a loci deputati. Alessio: il nome deriva dal greco e significa “colui che protegge”. Il romanzo è costellato di simboli, presagi, la natura è un tempio che parla: «non esistono coincidenze, esiste il destino, esistono i simboli che lo governano». I luoghi e i nomi: come si costruiscono per sostenere l’impalcatura del romanzo?

Nel mio approccio alla scrittura i nomi sono molto importanti, talvolta le storie nascono proprio dai nomi, sia dei personaggi sia dei luoghi. I nomi nascondono storie stratificate nei millenni che emergono prepotenti nel momento dell’evocazione letteraria. Ancora oggi molte vie dei piccoli paesi a sud est di Milano ricordano l’antico Lago Gerundo o il drago Tarantasio; della leggenda e del mito sono rimasti solo i nomi ma sono sopravvissuti a qualsiasi invasione o calamità, come una storia impossibile da cancellare, come se rappresentassero ciò che rimane di un rimosso inconscio collettivo, con il quale tuttavia dobbiamo ancora fare i conti.

 

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«Ogni conclusione porta con sé le tracce dell’inizio»: quasi a compiere il destino, il futuro anteriore esibisce spesso i suoi connotati nella dimensione della preveggenza, nell’avvenire incarnato da Alessio e la sua compagna Zara, «Noi siamo ogni futuro»: ma la gestione della temporalità mi ha colpito nell’alternanza tra presente e passato, come se il presente, in alcuni capitoli-scene, fosse un’inquadratura, insomma uno sguardo filmico che rende più poetico e avvincente lo svolgimento dei fatti: ce ne parla?

Io scrivo per visioni, le scene più importanti del romanzo nascono da suggestioni immaginifiche, propriamente visive. La visione vive nella sospensione temporale, dove il passato, il presente e il futuro si confondono in un’atmosfera rarefatta e incantata. E poi credo che la forma romanzo, che è onnivora e duttile, sia sempre più influenzata dal ritmo sostenuto delle serie tv, è una contaminazione inevitabile che io faccio mia senza nessun tipo di pudore o senso di colpa.

L’amore e la vendetta. “Pietra nera” di Alessandro Bertante

«Quel giovane uomo parlava alle bestie, conosceva le erbe, sapeva evocare le parole dei poeti»:Alessio incarna, per certi aspetti, un moderno sciamano in grado di preservare e guarire, e sebbene non ci siano dei riti particolari, ho notato che alcuni sintagmi si ripetono, strategici: «Che sia liberato; Il fuoco è tutti i fuochi». Paiono indizi di una vena poetica, creatrice, che arricchisce la trama del romanzo. Cosa ci può dire di queste ripetizioni e se le letture poetiche hanno influenzato la sua scrittura?

Le ripetizioni ossessive sono la base di ogni linguaggio arcano, che a sua volta è la base del linguaggio poetico, specie nella sua dimensione più iniziatica e primordiale. Le parole sconosciute, note solo ai poeti, in quest’ottica magica diventano la chiave per interpretare le forze della natura, di nuovo padrona delle sorti dell’uomo. Le letture che mi hanno influenzato sono molto antiche e riguardano anche ciò che resta della tradizione orale, giunta dal neolitico fino a noi, passando per celti, romani, germani e cristianità medievale, come ben c’insegna Robert Graves in quel testo meraviglioso e propriamente magico che è La Dea bianca.

 

«Io sono il padre. Non si uccide il padre»:la natura è spesso matrigna, ma anche accudisce e salva. La legge del padre viene rivendicata e la madre ha una parte fondante nel ripercorrere la memoria paterna: è l’esatto opposto dell’epoca in cui viviamo: disconosciuto il padre della legge la madre del godimento imperversa senza limiti. Ci racconta che relazione, se esiste, collega paterno e materno nella sua scrittura?

Il paterno rappresenta la civiltà pastorale, guerriera e razziatrice da cui tutti noi proveniamo, ovvero quella indoeuropea che si sovrappose spesso in modo traumatico alla società matriarcale mediterranea, nel neolitico e nella prima Età del bronzo. Pietra nera è un’utopia avventurosa perché proprio in questa possibilità di recupero del matriarcato si spalanca il futuro della nuova civiltà umana che io immagino e descrivo. Ma non è così semplice. Il nostro presente, infatti, ci racconta un’altra storia. La civiltà del consumo e dell’aumento esponenziale della produzione – come se questo fosse una sorta di dettato esistenziale al quale non si può prescindere – è predatoria e distruttrice nella sua essenza, non si preoccupa del futuro o delle risorse rimaste a disposizione. Noi viviamo una fase storica sciagurata. Fra qualche centinaio di anni, gli storici, se ci saranno ancora, non riusciranno a comprendere la nostra cecità, gli sembrerà assurda.

 

«Chi siamo noi, perché combatto questa guerra?»: è una domanda che mi richiama le guerre dei giovani foreign fighter. Forse è eccessivo dire che il romanzo pare una metafora delle quotidiane e terribili transumanze umane in mare, che ci riguardano ormai da vicino, e delle guerre che le provocano e che si combattono lontano dalle nostre case?

Quando gli uomini emigrano in massa, le guerre sono inevitabili e spesso portano a genocidi. Lo insegna la storia, anche quella recente. Ma sono altresì convinto che la politica della paura non porti da nessuna parte e sia sostanzialmente in malafede. In Italia non esiste nessun nemico alle porte e nessuna emergenza migratoria. Può essere più semplice pensarlo, specie nei periodi di arretramento civile e culturale.

L’amore e la vendetta. “Pietra nera” di Alessandro Bertante

«Io sono già morto una volta, non ho paura di quello che mi attende, non mi interessa il mio futuro, la strada che ho percorso in questo mondo è più che sufficiente»: è un romanzo di trasformazione, anche, e di crescita. Un percorso che mi pare s’innesti con quello del suo precedente romanzo: Nina dei Lupi. Che trasformazioni sono avvenute nel frattempo, in lei e nella sua scrittura?

Intanto sono diventato padre e questo ha contribuito molto ad addolcirmi il carattere. Adesso guardo il mondo con maggior serenità ma anche con grande preoccupazione. Poi sono diventato un professore a tempo pieno (NABA e IULM), scoprendo che mi piace molto insegnare, avere un rapporto di scambio con le nuove generazioni. Anche la mia scrittura è cambiata, si è fatta più essenziale. Sto cercando un linguaggio che si avvicini il più possibile a un modello archetipico di rappresentazione del mondo.

 

«La Sciagura ha cambiato ogni prospettiva e vanificato ogni speranza»: magia, realismo, le battaglie, le premonizioni, il cielo e le macchie apocalittiche, il mondo civile, e moderno, sopraffatto da una regressione morbosa e tribale. I personaggi hanno ricordi della passata civiltà, i nuovi nati non ne sanno nulla. In questo elaborato e piacevole immaginario, che ruolo hanno la realtà e la deformazione del reale?

Lo accennavo prima. La nostra epoca è cadenzata dal dominio del presente, non abbiamo nessuna prospettiva sul futuro, nessuno sguardo rivolto in avanti. L’Occidente è in piena crisi identitaria, sembra quasi smarrito di una sciatta e caricaturale rappresentazione di sé. Quando io ero piccolo eravamo 4 miliardi e noi occidentali stavamo proprio al centro del mondo, lo condizionavamo in tutto, spesso sbagliando. Ma era un movimento vitale. Ora sella terra siamo quasi 8 miliardi, 8 miliardi di persone che presto accederanno a ogni bene di consumo, distruggendo il pianeta. Di fronte a questa angosciante prospettiva, noi restiamo confinati alla periferia di un capitalismo vorace e ottuso. Il nostro immaginario è caduco e disperante, per questo in ogni narrazione abbondano i catastrofismi e le distopie. L’Italia poi sembra destinata a una mediocrità senza fine. Questo è il vero dato preoccupante, specie se penso a mio figlio.

 

Ci parli un po’ della sua vita quotidiana durante la stesura del suo romanzo: dove scriveva, quando scriveva, cosa faceva tra una pausa dalla scrittura e l’altra?

Io scrivo solo al mattino. La sera rileggo ma è difficile che metta mano al testo. Nelle pause di scrittura andavo al bar o cercavo ispirazione nella musica. Classica per lo più.

 

In quali luoghi è nato il suo romanzo?

Val Trebbia senza dubbio, dopo Bobbio quando diventa più selvaggia, dove mi sono anche ritirato a scrivere per un periodo. Poi gli Appennini del Nord Italia in generale. Non sono attratto dalle montagne alte ma da quelle desolate, con pochi uomini e piene di bestie.

 

Lo ha scritto interamente al pc oppure a mano?

Scrivo solo al PC. Ma prendo appunti a mano oppure mandandomi brevi messaggi di testo con il telefonino.

 

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Durante la stesura del romanzo le capitava di passeggiare in bici, in auto, a piedi e osservare alberi, scrutare edifici, finestre, affondare lo sguardo nel cielo, seguire le onde del suono e dell’acqua e trovare un’ispirazione per il suo romanzo?

In ogni momento cerco l’ispirazione. Ma per Pietra nera potevo trovarla solo vicino ai boschi, non certo in città.

 

Fumava o beveva durante la stesura del suo romanzo?

Non fumo. Bevo abbastanza ma non quando scrivo, non voglio diventare enfatico.

 

Quanto pesava?

Non lo so, non mi peso mai.

 

Scriveva dopo cena, prima di pranzo, quando?

Scrivo al mattino, come ho già detto.


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Per la prima foto, copyright: Sebastian Unrau su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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