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“L’amore a vent’anni” di Giorgio Biferali, tra Truffaut e gelati all’ombra del Colosseo

“L’amore a vent’anni” di Giorgio Biferali, tra Truffaut e gelati all’ombra del ColosseoÈ uscito pochi giorni fa, edito da Tunué, L’amore a vent’anni, primo romanzo di Giorgio Biferali; non semplice storia d’amore, quanto piuttosto fenomenologia dell’amore nelle sue varie forme, con in sottofondo un’inedita Roma, tutta palpitante di vita.

Giulio frequenta l’Università a Roma, facoltà di lettere, va al cinema a guardare i film di Woody Allen, ascolta musica, sta a casa fino a tardi a guardare film su Sky oppure esce con gli amici, soprattutto Eric, quell’amico speciale che la vita gli ha riservato dal secondo in cui è nato, anche se non lo sapeva fino a quando non lo ha scoperto il primo giorno di elementari seduto accanto all’unico banco vuoto, quasi che lo stesse aspettando.

Giulio vive a Roma, con i suoi genitori; i suoi fratelli più grandi già hanno messo su famiglia e hanno lasciato il nido, che ora sembra troppo grande e vuoto per tre sole persone.

Giulio un giorno a un esame ha conosciuto Silvia, e da allora qualcosa è cambiato: si è innamorato di quella ragazza che impazzisce per i film di Truffaut e scrive poesie.

 

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L’amore a vent’anni è la storia di questo amore.

“L’amore a vent’anni” di Giorgio Biferali, tra Truffaut e gelati all’ombra del Colosseo

Raccontata al passato, attraverso lo specchio deformante di un ricordo ancora troppo vivido per essere oggettivo, nelle pagine che compongono questo intenso romanzo si trovano i pensieri, le emozioni e i sentimenti di un giovane ragazzo che scopre per la prima volta l’amore con tutti i suoi corollari: dubbi, paure, tentennamenti ma anche momenti indimenticabili, tanto perfetti da non sembrare veri. La storia – raccontata in prima persona dal protagonista – avanza così sempre accompagnata dal punto di vista e dai commenti o dalle impressioni di Giulio, che, demiurgo affannato, getta sulla pagina confusi (che per questa ragione suonano tanto più vivi al lettore) abbozzi di sentimenti, ricordi o rimandi che sono difficili da cogliere, perché costruiti sul sottinteso e l’ellisse, come in un vero e proprio soliloquio.

Volutamente denso e macchinoso si configura di conseguenza il procedere del discorso, costruito per excursus, riprese della narrazione, fili narrativi lasciati a metà (come quello concernente l’amica Alessandra) e dall’andamento onirico, in cui sogno e realtà tendono spesso a sovrapporsi tanto da non distinguere mai con chiarezza i confini dell’uno da quelli dell’altro; quasi come se quello che stiamo leggendo fosse la trascrizione di una registrazione fatta da Giulio nella sua camera per ricordare, mettere nero su bianco quanto successo con Silvia, corredando il tutto con voli pindarici tipici del parlato o con descrizioni minuziose di alcuni particolari inutili che fanno perdere il filo del discorso.

 

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Su questo magma, questo stream of consciousness (più regolare e mitigato di quello joyciano) si innesta poi la grande abbondanza di richiami alla cultura pop contemporanea (meccanismo ormai caratteristico dei romanzi scritti da giovani autori da diversi anni a questa parte), mitigata però con un’attenzione anche in questo caso al passato, che si configura dimensione centrale a tutti i livelli del romanzo. Così accanto a I cani o gli Alt-J troviamo richiami ai Beatles, Mick Jagger, Truffaut (che già solo il titolo omaggia) o al cinema di Woody Allen.

Come scritto però in apertura, L’amore a vent’anni non è una semplice storia d’amore. Il rapporto fra Giulio e Silvia è solo uno dei poli attorno a cui si struttura il romanzo.

“L’amore a vent’anni” di Giorgio Biferali, tra Truffaut e gelati all’ombra del Colosseo

Oltre alla storia d’amore dei due ragazzi, infatti, ha grande spazio anche il tema della famiglia, declinato nel rapporto di Giulio con i genitori e nel (non) rapporto di Silvia con i suoi, specialmente col padre. Sempre di amore si tratta dopotutto, anche se in maniera differente. Così i capitoli di estasi amorosa, come quello in cui i due si prendono un gelato nocciola e pistacchio per poi baciarsi per la prima volta sotto il cielo della capitale, sono alternati a quelli in cui è protagonista il rapporto ambiguo fra Giulio e suo padre, o quelli in cui troviamo la madre di Giulio in ospedale malata di quel morbo che ha il nome da “mostro dei fumetti”. Tutto ciò senza che ci siano stridori di toni o contenuti, senza che si percepisca uno stacco significativo fra le due linee narrative, che s’intrecciano invece con costanza e in modo molto convincente.

 

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A completare questa che abbiamo definito “fenomenologia dell’amore” fanno capolino nel testo due altri tipi di amore. Uno è quello fra il padre e la madre di Giulio, l’amore di una coppia che sta assieme da tanti anni e che combatte contro la routine e la monotonia, spettro che tormenta Giulio, che invece, come tutti i ventenni vive e vuole vivere un amore assoluto, che ti spacca l’anima, che teme più la noia che il dolore.

Mentre ultimo è infine un amore misterioso, che chi leggerà il romanzo scoprirà per proprio conto, ché non ci perdoneremmo mai di rovinare la trama, e privare così in parte il piacere della lettura, di un libro tanto amabile.


Per la prima foto, copyright: João Silas.

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