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L’ammazza-blog: un nuovo pericolo per la blogosfera? No, molto di più…

Guido Scorza, Ammazzablog«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

Così recita l’articolo 21 della nostra costituzione. Un articolo che noi di Sul Romanzo conosciamo bene. Già, perché in passato siamo stati vittima di “censura”. Una censura particolare, però. Una “censura preventiva”, che ricorda molto quella di 1984 di George Orwell. Ma non siamo qui per parlarvi di questo: se volete leggere del caso che ci ha interessato, vi rimandiamo al post che portava il titolo Censura: un PM sequestrò due nostri articoli, ecco la verità dopo tre anni. Oggi, siamo qui per parlarvi di un’altra forma di censura. Quella che potrebbe colpire il Web a breve. Quella che verrebbe fuori dall’ennesima legge ammazza-blog, com’è stata definita da blogger e giornalisti.

Stiamo parlando della proposta di riforma di legge sul reato di diffamazione presentata dal deputato del Gruppo Misto Pino Pisicchio. Riforma che abbraccerebbe anche le “reti di comunicazione elettronica”.

La proposta, infatti, oltre a sostituire la pena detentiva con una sanzione pecuniaria, prevede il ricorso a un “Giurì dell'informazione” come “strumento per la tutela tempestiva”. Tutto al fine di snellire le pratiche giuridiche. Ma la proposta potrebbe anche ampliare l'applicazione della rettifica ai siti Internet “aventi natura editoriale”. Cosa comporterebbe? Rettifiche entro 48 ore dalla richiesta… Insomma, qualcosa che a detta di molti minerebbe seriamente la libertà d’informazione online.

Per capirne di più e per comprendere le conseguenze che deriverebbero dall’approvazione di questa legge, abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’avvocato Guido Scorza, uno dei maggiori esperti di diritto informatico in Italia.

Buongiorno, avvocato. Che succede? L’informazione online è in pericolo? I blogger italiani devono preoccuparsi?

L'informazione online, in Italia, è sfortunatamente in una condizione di pericolo congenito per una pluralità di ragioni che sono storiche, politiche ed economiche prima che giuridiche e che consistono, sostanzialmente, nell'intreccio perverso tra media, politica ed istituzioni. Oggi – come più volte negli ultimi anni – direi che il pericolo per l'informazione online diventa emergenza sia in ragione di alcune iniziative legislative all'orizzonte sia in ragione del fatto non trascurabile che c'è una forza politica che ha scelto di usare – più che le altre – Internet come strumento di azione politica. Irresistibile la tentazione dei più di sfilarglielo dalle mani e pazienza se, per farlo, bisogna rendere la Rete inutilizzabile anche ad altri venti milioni di cittadini.

Nel malaugurato caso dovesse essere approvato questo famigerato comma, cosa accadrà?
Purtroppo non si tratta più di un "comma maledetto", ovvero del vecchio e caro – ad alcuni – ammazzablog. L'ultimo disegno di legge in discussione in Parlamento, infatti, prevede che tutti i siti internet di contenuto editoriale siano assoggettati alla legge sulla stampa e, quindi, non più soltanto all'obbligo di rettifica, ma a decine di altri obblighi previsti per chi sceglie di fare dell'informazione un mestiere e un'impresa. L'eventuale approvazione del disegno di legge minaccia di trasformare Internet in una grande TV in cui a produrre i contenuti saranno i soliti noti.

Tutto ciò riguarda solo le testate registrate in tribunale o anche i semplici blog?
Tutti i siti internet di contenuto editoriale, anche se la legge non chiarisce cosa debba intendersi per “sito internet di contenuto editoriale”.

E che ne pensa della sentenza emessa dal tribunale di Varese che ha condannato per diffamazione l'amministratrice di un forum a causa di offese pubblicate nei commenti?
È un'aberrazione giuridica. La negazione del principio di responsabilità personale e del divieto di cittadinanza, nel nostro ordinamento, di forme di responsabilità oggettiva. Una clamorosa cantonata giudiziaria a voler pensar bene. A pensar male, invece, siamo davanti a un giudice che si è ispirato al principio per il quale, davanti a un'offesa, chi l'ha permessa è responsabile come il suo autore. Se il principio si diffondesse potremmo dire addio a forum di discussione, commenti sui blog e pagine aperte sui social network.

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