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L’ambiguità dell’esistenza umana. “Il giudice e il suo boia” di Friedrich Dürrenmatt

L’ambiguità dell’esistenza umana. “Il giudice e il suo boia” di Friedrich DürrenmattIl giudice e il suo boia di Friedrich Dürrenmatt è stato pubblicato in edizione originale nel 1952 e tradotto in Italia nel 1962 per Feltrinelli. Adelphi, dopo averlo ripreso nel 2015, lo ripropone nel 2020 con la stessa traduzione a opera di Donata Berra.

Cosa si può dire di nuovo a quasi settant'anni di distanza del breve romanzo di Dürrenmatt?Gli anni che lo separano dalla prima pubblicazione sono importanti, e non solo per le ovvie ragioni che il tempo determina nell'esegesi di un testo letterario. Qui si tratta di storicizzare, aggiornare, o smentire un genere: quel noir opoliziesco o thriller, o comunque si voglia chiamare, di cui la moda attuale fa fin troppa incetta. Per la vigente e copiosa critica militante, l'opera dello scrittore svizzero va sotto l'etichetta di metafisica. Voglio attenermi a questa configurazione generica per tentare non di violarne la pertinenza quanto di integrarla con ulteriori focalizzazioni. Leggendo Il giudice e il suo boia, la prima annotazione riguarda la rappresentazione del Male.

 

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Dürrenmatt quando scrisse il romanzo aveva appena trent'anni. Georges Simenon che lesse il lavoro si espresse nel seguente modo: «Non so che età abbia l'autore. Se è alla sua prima prova, credo che farà strada». Di strada ne fece lo scrittore svizzero di lingua tedesca, e certamente la metafisica si ampliò nei successivi romanzi. De Il giudice e il suo boia non si tratta solo di rilevare questo tratto caratteristico, ma di cercare di correlarlo con indicazioni che possano affiancarsi a quanto è stato scritto, da molti anni e da molti critici, a proposito di uno scrittore divenuto famoso ed “emblematico”.

L’ambiguità dell’esistenza umana. “Il giudice e il suo boia” di Friedrich Dürrenmatt

Data la rinomanza e la carica simbolica del romanzo, si preferisce non soffermarsi troppo sulla trama per convogliare il lettore sui temi in essa contenuti. Innanzitutto il Male. Viene in mente quanto sul Male scrisse Robert Musil, sfaccettandolo in combinazioni che lo allontanano da definizioni univoche.L'uomo senza qualità soffre della perdita dell'univocità, vittima egli stesso della frantumazione e dissociazione dei sentimenti, per cui spesso il male viene corrotto dal cosiddetto bene. E là dove Musil usa l'ironia, Dürrenmatt usa la cifra grottesca. Il protagonista, il commissario Barlach che da quarant'anni insegue la giustizia nei confronti del delinquente Gastmann, autore di un delitto che per scopo ha proprio la sfida nei confronti della giustizia, Barlach, vecchio sodale del rivale nella frequentazione di bettole, otterrà la sua vittoria per mezzo di sinistre strategie. La giustizia trionfa, ma lo fa ambiguamente, e il premio è non tanto la punizione del delinquente ma la vittoria sul rivale. L'uomo di legge e il malfattore giocano la loro partita. Si tratta di una partita che per posta ha l’annichilimento o dell'uno o dell'altro: come nei vecchi duelli cavallereschi. Ma di nobile conserva ben poco.

Il tema giustizia è uno dei cardini dell'opera di Dürrenmatt, declinato nelle forme più mediate e ambigue, ma qui l'ambiguità si configura meglio come asimmetria: ognuno dei rivali desidera aver la meglio sull'altro, ma non vuole impegnarsi in prima persona, non ucciderà mai l'avversario anche quando ne avrà l'occasione: la partita esige l'entrata in scena del fattore caso (“zufall”) che ognuno cercherà di manovrare a proprio favore.

C'è un episodio nel romanzo che vale la pena riportare. Al rientro a casa il commissario trova inaspettatamente l'assassino ad attenderlo; dopo essersi apostrofati a vicenda, l'intruso di slancio conficca sulla tappezzeria della poltrona su cui è seduto il rivale un lungo coltello sfiorandone di pochi centimetri il corpo. Risulta evidente che non l'abbia voluto colpire: si è trattato di una prova. Sul tavolino accanto alla poltrona è posta la pistola del commissario, alla domanda dell'assassino del perché non la usi contro di lui, il padrone di casa risponde di essere sicuro che l'arma sia stata scaricata dai proiettili. L'intruso conferma infatti di averlo fatto, ed esce di casa. Il commissario controlla la pistola e si accorge che contiene tutti i proiettili.

Alla prova è seguita la provocazione. Il duello prosegue ancora. Si è detto del caso manovrato. La Morte, punizione o/e rivincita, avverrà tramite le maglie dell'astuzia e del complotto, non per diretto (brutale) gesto personale. Se la trama poliziesca si definirà per tradizionale conclusione di investigazione, la vera (sottile) trama si svolge nel sotterraneo groviglio umano dei due rivali. Il giudice e il giudicato.

L’ambiguità dell’esistenza umana. “Il giudice e il suo boia” di Friedrich Dürrenmatt

Ma di quale giustizia si tratta? Morale, certo, ma pure subdola per il modo in cui viene attuata. L'uomo di legge addotta il raggiro per non farsi boia oltre che giudice. Vuole punire, come è giusto che faccia, ma vuole soprattutto vincere. E la vittoria non si ottiene cavallerescamente, ma astutamente. È la giustizia imperfetta che Dürrenmatt tratterà in quasi tutti i suoi lavori. E qui si può ritornare a Musil quando scrive. «Se tu togli dalla nostra vita l'univoco, non resta che uno stagno di carpe senza carpione». Siamo nell'ambito della perdita della limpidezza, ma mentre “l'uomo senza qualità” si affida alla passività e all'utopia di un regno millenario, il commissario Barlach non rinuncia alla determinazione dell'agire, ma agisce a dispetto della limpidezza.

Non è raro che un poliziotto agisca in maniera trasversale, il fine giustifica i mezzi di cui si fa portavoce la giustizia, ma ciò che vuol sottolineare Dürrenmatt non è tanto biasimare la strumentalità a cui un poliziotto ricorre per punire un assassino, quanto rappresentare l'intrinseca ambiguità di cui soffre l'intera esistenza umana. Lo scrittore non tira in ballo la religione, ma l'impossibilità della giustizia umana di farsi indiscusso vessillo di moralità.

Qui avanziamo l'ipotesi che la simbologia della scacchiera e della pedina, medium di molte finzioni e funzioni investigative, abbia in Dürrenmatt il suo iniziatore. Il commissario Barlach muove gli uomini come pedine, per vincere il suo rivale che, più come sfidante che come assassino, costituisce per lui la conflittuale struttura dell'uomo. Se la partita tra i due nel romanzo è definita scommessa, viene conseguente considerare il termine scommessa non tanto come contrapposizione quanto come patto implicito tra due esseri simili nel tentare di contrastare l'imperscrutabile mistero della vita. Dürrenmatt è stato pure uomo di teatro, e sicuramente la teatralità trasuda nei suoi romanzi: i suoi due protagonisti sono uomini teatralmente simbiotici. E se il commissario è il burattinaio, l'assassino non è da meno. Dürrenmatt non è un moralista, sebbene nel finale sembra volerlo essere, e se possiamo vedere in lui l'espressionismo (nonescluso lostraniamento di Brecht) la dicotomia uomo-burrattino appare pertinente. La limpidezza soccombente non può che relegare l'uomo a spettatore di un teatro di fantocci. Se è vano penetrare l'esistenza umana, non rimane che la sudditanza verso l'inconoscibile verità. Rimane la scommessa. La rischiosa roulette. L'ossimoro della farsa tragica (in letteratura: il romanzo poliziesco).

 

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Dürrenmatt è abile nell'immettere in questo gioco a due, esistenzialmente primordiale, una rete di personaggi presenti o riflessi. Ora convenzionalmente finalizzati, ora cripticamente alludenti a trame spionistiche, complottiste, capitalistiche… Gastmann è pur sempre un criminale: non ha solo la partita coll'avversario nel suo essere e agire, ha anche altri affari su cui il commissario indaga, quindi la partita per entrambi è molteplice: l'antica sfida, e l'attualità di indagare per uno e sfuggire alle indagini per l'altro. Il quadro è complesso, a Dürrenmatt basta nominare un banchiere, un industriale, un ministro, un diplomatico per suggerire la silhouette della complessità. Esiste una trama burattinesca esterna all'affare dei due. La salute del commissario inoltre è a rischio, si capisce che forse non avrà ancora molto da vivere, il fattore umano a sua volta trama. Ma il Male fisico è umano, e Barlach a più di sessant'anni ne è la prova vivente. E proprio in questo campo dell'umano, e non più la scacchiera e la pedina, Dürrenmatt gioca e imbroglia da maestro e con un colpo di genio inscena in poche righe, si può dire simultaneamente, sia la menzogna che la verità. Sembra proprio non esserci scampo alla commedia umana.


Per la prima foto, copyright: Hassan Pasha su Unsplash.

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