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L’altro che è già dentro di noi. Il potere della letteratura secondo Toni Morrison

L’altro che è già dentro di noi. Il potere della letteratura secondo Toni MorrisonC’è la famosa frase con cui Mark Twain dice che non ha bisogno di sapere a quale razza appartenga un uomo, visto che appartiene alla razza umana, la peggiore che esista. La razza è come non mai d’attualità in questi anni cupi e risentiti. Le immagini tragiche del nostro tempo sfilano davanti ai nostri occhi pieni di dolore e stupore: la strage a Pittsburgh dove un suprematista bianco ha ucciso undici ebrei; le manifestazioni in Polonia per il centenario della sua indipendenza traboccanti di fascisti e nazisti (e con lo stesso governo che rivendica posizioni antisemite); i fiumi di persone, di uomini, donne e bambini che corrono verso i confini molto spesso “murati” dell’Occidente (che siano gli Stati Uniti o le terre europee); i casi di razzismo in Italia a cui ogni giorno assistiamo, perfino nei confronti di chi è a tutti gli effetti un cittadino italiano. Anche l’icona Aung San Suu Kyi è caduta miseramente per l’accusa di violare i diritti umani contro la minoranza musulmana. Gli Stati Uniti sono un luogo dove la razza è sempre stata uno degli elementi fondanti dello Stato federale. La comunità Wasp ha costruito la propria identità sull’altro, distruggendo quella dei nativi indiani costretti poi a vivere in riserve dominate dalla rabbia e dall’emarginazione (come le ha descritte Sandro Onofri nel suo magistrale reportage Vite di riserva) e sottomettendo in schiavitù i neri importati dall’Africa per farli lavorare nei campi.

Frassinelli ha appena mandato in libreria L’origine degli altri (traduzione di Silvia Fornasiero), un saggio del premio Nobel della Letteratura, Toni Morrison, che s’interroga sul senso e le conseguenze del razzismo, ma soprattutto su che cosa significhi costruire l’alterità all’interno di una stessa cittadinanza. Un libro che torna sulla vecchia ma sempre purtroppo attuale domanda che ogni afro-americano pone a se stesso: come sopravvivere da cittadino in una società che guarda con sospetto alla comunità afro-americana? I continui soprusi della polizia con i suoi pregiudizi verso i neri (molto spesso ritratti come “subumani”) sembrano rendere sempre più difficile l’appartenenza a una stessa idea di nazione. Uno dei più giovani e influenti intellettuali afro-americani, Ta-Nehisi Coates (prefatore del libro della Morrison), scrive nel suo saggio dedicato al figlio, Tra me e il mondo (vincitore del National Book Award): «La galassia apparteneva a loro (i bianchi), e mentre noi infondevamo nei nostri bambini il terrore, i bianchi infondevano nei figli l’istinto di supremazia».

 

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Il libro della Morrison è un saggio che trascrive le sei lecture tenute dalla scrittrice all’Università di Harvard nel 2016, quando era ancora in carica Barack Obama. Naturalmente la Morrison parte dalle sue vicende personali, da quando si è sentita per la prima volta “altra” a causa del colore della pelle e proprio all’interno della sua comunità. Erano i primi anni Trenta e lei giocava ancora sul pavimento di casa con la sorella quando fece il suo ingresso la bisnonna, Millicent MacTeer, «l’indiscutibile matriarca della famiglia», la quale affermò che le due bambine erano «adulterate»: il colore della loro pelle non era così nero come avrebbe desiderato la vecchia donna.

L’altro che è già dentro di noi. Il potere della letteratura secondo Toni Morrison

Come scrive Toni Morrison: «Da sempre la razza determina differenze, così come la ricchezza, la classe e il genere – e ciascuna di queste classificazioni si fonda sul potere e sulla necessità di controllo.» Richard Wright affermava che negli Stati Uniti non c’era nessun problema nero, c’era soltanto un problema bianco. La Morrison cita l’eugenetica di Samuel Cartwright, medico e proprietario di schiavi nel Sud degli Stani Uniti, per il quale i neri erano «non proprio animali da lavoro, eppure nemmeno riconoscibilmente umani». Un modo per costruire l’alterità e giustificare lo schiavismo e il potere dei bianchi. Ancora oggi chi è nero ha la paura che lo perseguita per tutta la vita: essere colpevole anche se non ha fatto niente, anche se ha rispettato tutte le regole del vivere civile, anche se si è distinto negli studi o nel suo lavoro. Un nero che ha una macchina potente può sempre averla rubata, questo è il pensiero dei bianchi. Un nero che cammina per un semplice sguardo che ti ha rivolto può avere in tasca una pistola con cui spararti e derubarti, questo è ciò che pensa una buona percentuale della popolazione bianca e quasi tutta la polizia degli Stati Uniti (in special modo quella del Sud).

In American Skin (41 shots) Springsteen fa dire a una madre nera: «su queste strade, devi sapere le regole; se ti ferma un poliziotto promettimi che sarai sempre educato, non scapperai mai e promettimi che terrai le mani bene in vista». In alcuni dei suoi racconti James Baldwin descrive quale dovrebbe essere la pantomima di un uomo di colore innocente per sfuggire alle grinfie della polizia: dimostrarsi inferiore e accondiscendente, sempre e comunque, come se ci fossero ancora le catene della schiavitù manovrate a piacimento dai bianchi. Fare esattamente quello che loro vogliono da te. Tutto ciò non può far che aumentare la rabbia della comunità afro-americana, chiusa nell’immagine che hanno prodotto gli altri.

L’altro che è già dentro di noi. Il potere della letteratura secondo Toni Morrison

In una delle sue lecture Toni Morrison cita alcuni episodi eclatanti di linciaggi a cui sono stati sottoposti i neri: ad esempio, quello del sergente Woodard che ritornò a casa dopo essere stato per quattro anni al fronte, nel Pacifico, durante la seconda guerra mondiale. Venne arrestato perché aveva avuto un alterco con il guidatore di un pullman. Il capo della polizia locale lo schiaffò in prigione e lo torturò cavandogli gli occhi. In seguito la giuria, tutta composta di bianchi, assolse il “tutore della legge”. Uomo bianco, un altro racconto durissimo di Baldwin (presente nella raccolta Stamattina stasera troppo presto appena ripubblicata da Racconti edizioni), descrive il “picnic” dei bianchi venuti ad assistere al martirio di un nero bruciato vivo dalla comunità Wasp. L’impunità per queste azioni è un’altra delle ferite che si porta dietro la comunità afro-americana, ferite che non possono essere rimarginate e che causano altra sofferenza, distanza e ulteriore incomprensione.

 

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Toni Morrison è magnifica nel descrivere la sua officina di scrittrice che opera per decostruire, depotenziare quello che definisce il «feticcio della razza», che in alcuni famosi scrittori americani fa da snodo, da “scorciatoia” drammatica (la scrittrice cita gli esempi di Hemingway e di Faulkner). Per questo molto spesso non caratterizza i personaggi per il colore della pelle, ma fa in modo che il lettore, attraverso uno sguardo attento e partecipe, possa individuarne i principali aspetti, così da entrare in una sorta di empatia con loro. Non è importante il colore della pelle, dice la Morrison, è importante la cultura che si portano dietro quei personaggi. Quello che pretende, a ragione, è un lettore “cosciente”, attento, che si sforzi di comprendere l’altro, la sua anima. La vera letteratura è entrare in contatto con questa alterità, che è però già dentro di noi e aspetta soltanto d’incontrarci e abbracciarci. Come quella donna forse soltanto immaginata che attendeva la scrittrice in riva al lago per parlare con lei e poi da un giorno all’altro era scomparsa. Aveva comunque avuto il merito di far uscire la sua parte migliore. Per questo il coraggio e la fede di Toni Morrison nella letteratura sono un faro da non disperdere, se vogliamo ancora restare umani, se vogliamo «fermare la disumanizzazione».


Per la prima foto, copyright: Tim Mossholder on Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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