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“L’alchimista di parole” di João César Monteiro

L’alchimista di paroleAl giardino del Príncipe Real, nel centro di Lisbona, c’è un cipresso di circa 150 anni, con una chioma così grande che ha bisogno di essere puntellata da impalcature e che, come un enorme cappello di fungo dei Puffi, fa da riparo alle coppie in amore, ai perdigiorno o agli uomini d’affari in pausa pranzo. Sotto questa tettoia circolare inizia e finisce la traiettoria cinematografica di João César Monteiro (più vicino alla categoria dei perdigiorno che alle altre due). Qui si ritrovano i due giovani protagonisti del suo primo film narrativo, Chi aspetta le scarpe del defunto muore scalzo; qui viene a meditare il vecchio João Vuvu di Va e viene, l’opera postuma, realizzata già con dentro il male che lo avrebbe ucciso, dieci anni fa esatti.

 

A dimostrazione della simpatia, a volte davvero insospettabile, di cui la cultura portoghese gode presso certe fasce di pubblico italiano, la piccola casa editrice marchigiana Sigismundus ha voluto ricordare la data con una pubblicazione a suo modo unica: L’alchimista di parole, volumetto a cura di Liliana Navarra che raccoglie vari scritti del regista, alcuni dei quali ormai autentiche rarità anche sul mercato portoghese.

 

Il libro offre poesie, una nota autobiografica, le pagine del diario parigino, infine appunti e soggetti mai realizzati, come La cinese, il cinese, tratto dall’amato Robert Walser a cui era ispirato anche lo scandalosissimo Biancaneve. Scandaloso non perché rasentasse la pornografia, ma il suo contrario: il film infatti non mostrava nulla (tutt’al più mostrava il nulla) poiché, a un certo punto della lavorazione, Monteiro decise di filmare con il cappotto appeso alla macchina da presa (altri demiurghi, in quegli anni, usavano la calza di nylon sulla telecamera), facendo del cinema pura radiofonia immersa nel buio della sala, di tanto in tanto squarciata da inquadrature luminosissime, abbaglianti. Un erotismo sonoro che era corollario perfetto al lavoro di chi, nelle note per un adattamento cinematografico di La filosofia nel boudoir, dichiarava: “La scenofonia prima di tutto, per favore”.

 

Una piacevole sorpresa a parte, nel libro, sta nella lettura delle poesie giovanili, edite nel 1959, poi subito scomparse e ora ripescate dall’archivio di famiglia; resta solo il rammarico che Sigismundus non le abbia pubblicate con il testo originale a fronte. Al di là del valore, tutt’altro che disprezzabile, dei versi, questi testi rivelano già l’artista che mescola satira e lirismo (e, qualche volta, lirico satirismo), metafisica e nichilismo, nostalgia e impossibilità del tragico, come in Italia ha saputo esprimere solo Carmelo Bene (che infatti lo amava, si legga l’autobiografia scritta a quattro mani con Giancarlo Dotto). Un autore che esordirà nel cinema filmando appunto la parola della poetessa Sophia de Mello Breyner Andresen, ma mettendola in corto circuito con le marachelle dei figli, che fanno baccano di là in cucina.

 

Gusto per la marachella dadà che segnerà sempre le incursioni del suo corpo d’attore nel suo stesso cinema, come una mescolanza di registri linguistici che ritroviamo in quelle poesie che cantano di cose come “chiari di luna delle vacche” e che probabilmente avranno ispirato il titolo alla curatrice, con il riferimento all’alchimia che tutto frulla e trasforma. Certo, non sempre in oro: a volte la marachella è di cattivo gusto, altre volte forse non ci trova nell’umore giusto. Quando, per esempio, Monteiro scrive: “[...] ancora non ho ben capito per che cosa gli inglesi siano nati. Certamente deve essere per la stessa ragione per la quale nacquero le cimici, gli scarafaggi e il pane integrale”, ci delude quasi come il Céline antisemita. Più innocuo, ma non meno retoricamente scorretto. Perché la disperazione nichilista ha una sua coerenza discorsiva alla quale si vien meno quando si attribuisce a un solo popolo l’abusivismo tipico di tutto il genere umano: occupare, da scarafaggio resistente, il suolo pubblico planetario.

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