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L’affaire “Eroi di carta”: Saviano, camorra e dintorni

Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee” di Alessandro Dal LagoDietrologie, screditamenti e divagazioni

 

Il susseguirsi di interventi a partire da e intorno ad “Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee” di Alessandro Dal Lago (Manifestolibri, 2010) assurge a paradigma delle modalità di conduzione del dibattito culturale in Italia e ci rivela come la sua legittimazione possa essere anche solo una mera petizione di principio sul piano contenutistico e formale.

Ma se la forma è l’apparenza, qual è la vera essenza di un dibattito culturale? Quali elementi consentono di ricondurlo ad un piano politico e civile a cui la cultura è strettamente connessa? Mi verrebbe da dire: la chiarezza delle argomentazioni sviscerate a fondo e senza residui di implicito o inespresso; la centralità dell’argomento principale senza sviare l’attenzione verso questioni secondarie funzionali a distrarre il lettore lungo percorsi tortuosi e infruttuosi; la moralità delle argomentazioni proposte in modo da non avallare principi amorali od immorali solo per difendere una tesi personale; il mantenere alti i toni della discussione evitando la dequalificazione degli strumenti retorici ad artifizi screditanti. Solo così, l’oratoria, alla base di un qualunque discorso culturale, può essere strumento non solo per delectare, movere e probare ma anche e soprattutto per docere, pure quando l’inizio è posto nel più classico dei modi: “Parlo agli studenti dei rapporti tra letteratura e media. Spiego come dal mio punto di vista (insegno sociologia della cultura) un libro, e soprattutto di fiction, sia un prodotto che si può e si deve analizzare nei suoi aspetti mediali e commerciali. La scrittura rientra in una dimensione comunicativa a cui solitamente il pubblico non pensa quando compra il libro e magari lo legge” (Eroi di carta, pag. 9).

La captatio benevolentiae del pedagogo che rimedia alle altrui disattenzioni è funzionale alla definizione dei ruoli (io insegno, tu apprendi); la bilancia inizia a pendere da uno dei due lati sotto lo scintillino delle buone intenzioni del sociologo della cultura che svelerà gli aspetti mediali e commerciali del libro.

Il testo in questione è “Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra” (Mondadori, 2006), che Dal Lago interpreta subito con un riferimento extratestuale ai fruitori: pubblico acquirente e magari lettore, cioè un target di mercato a cui l’editoria si rivolge quando insegue i grandi numeri da best-seller stagionale, indipendentemente dalla qualità letteraria dell’opera. È proprio su quest’ultimo aspetto che Dal Lago svolge un’attenta analisi di Gomorra individuandone gli elementi di debolezza.

Il punto, comunque, non è l’analisi narratologica, ma la combinazione di elementi di critica letteraria con una riflessione sociologica per dimostrare la tesi secondo cui il successo di Saviano come scrittore non è dovuto alla qualità dell’opera ma alla biografia dell’autore, che, per una sorta di osmosi, si trasferisce dalla vita alla carta: “Dobbiamo chiamare in causa la nozione di prima persona. In letteratura non è mai un concetto scontato. Sul piano della pagina scritta, troviamo l’io narrante, la prima persona letteraria, dietro la quale spunta una seconda persona, l’autore senza la quale la prima persona non esisterebbe. Ma nel caso di Gomorra ce n’è anche una terza, ovvero la prima persona reale o esistenziale, che è sia oggetto delle prime due persone del testo, sia la loro condizione di esistenza (senza il Saviano in carne ed ossa “coinvolto” in prima persona in certe vicende non avremmo né l’autore né l’io narrante)” (E.d.C., pagg. 31-32), cioè una sorta di trinità narrativa che si epifanizza a proprio piacimento, incarnandosi in una delle due persone (autore e attore) e dando sempre per scontata la prima (il testimone oculare).

Autore, attore e testimone oculare: fin qui Gomorra sarebbe un reportage giornalistico scritto male, se non fosse per l’enorme preponderanza assunta dall’uomo in carne ed ossa che, a seguito delle conseguenze subite per la pubblicazione di Gomorra, ha acquisito una credibilità indubitabile a prescindere; una apriorità che, secondo Dal Lago, è alimentata dallo stesso Saviano, che sostiene i processi di simbolizzazione in atto intorno alla sua figura percepita e lasciata percepire come eroicamente impegnata contro il male in una dimensione di eccessiva estremizzazione del conflitto: “La vicenda di Saviano – al tempo stesso letteraria, retorica e mediale – sintetizza gli aspetti che ho delineato sopra: l’umanismo morale, l’insorgere del Bene contro il Male variamente declinato in termini tetralogici, l’eroismo, la voracità dei media per le contrapposizioni a forti tinte” (E.d.C., pag. 88).

La sovrapposizione dei livelli temporali, però, è dietro l’angolo e Dal Lago rilegge Gomorra alla luce degli effetti. A partire dall’assunto che “la scrittura rientra in una dimensione comunicativa” (E.d.C., pag. 9), interpreta il testo come “una macchina-di-scrittura che produce un certo effetto di verità” (E.d.C., pag. 36). Secondo Dal Lago, Gomorra è stata scritta enfatizzando l’io trino di Saviano per sostenerne un processo di mitizzazione eroica in un percorso che dall’egoità conduce direttamente all’egotismo.

A chi somiglia Saviano interpretato e letto da Dal Lago? “Più di ogni leader occidentale, Berlusconi ha ottenuto che la cosiddetta agenda politica del paese fosse tradotta in chiave di contrapposizione simbolica maiuscola. Certo, noi sappiamo che ciò su cui davvero una società si divide rientra, in ultima analisi, nella sfera degli interessi (la distribuzione del reddito, il lavoro, la sicurezza sociale, il rapporto tra risorse consumate e risorse prodotte, il potere, il ruolo delle istituzioni….). Questa realtà sociale naturalmente è sempre la stessa. Ma quando al conflitto si deve dare un’espressione politica, ecco che la personalizzazione e simbolizzazione di ciò che è in gioco trionfano” (E.d.C., pag. 148). I motivi della simbolizzazione o demonizzazione di Berlusconi sono una difesa di convenienze e questioni di sopravvivenza e conservazione, mentre l’interesse collettivo è appiattito a comparsa di second’ordine. Il rischio della eccessiva simbolizzazione di Saviano è, ci ammonisce Dal Lago, la subordinazione del discorso sulla camorra a quello sull’io o sul me stesso di Saviano a partire dall’atteggiamento delegante di un pubblico che compra l’autore e magari legge di camorra.

Ma perché Saviano alimenterebbe la sua assunzione a simbolo, seguendo un modello berlusconiano di comportamento? Dal Lago tace ma insinua, rifuggendo la chiusura del cerchio; il discorso si indebolisce dietro il paravento dell’implicito lasciato agli interpreti; la saggistica è svilita dalla mancanza di coraggio di un sillogismo senza inferenza. L’intento pedagogico, promessa iniziale di Dal Lago, è tradito, a meno che non si voglia insegnare l’arte della finta esposizione o piacere a certi studenti assecondando un qualunquismo della pancia che già si è ampiamente espresso. Se, infatti, penso ai moventi solitamente attribuiti a Saviano, l’implicito è funzionale ad alimentarli, ma l’inespresso serve a salvare la faccia nella forma dell’allusione. Un residuo di semplificazione e dietrologia svaluta la puntuale e condivisibile analisi di Dal Lago.

 

Il redde rationem, che, a mio avviso, sarebbe potuto partire da qui per contribuire ad una chiarificazione della discussione, ha seguito, invece, piste ed argomentazioni un po’ diverse ma che sono comunque interessanti per una ricostruzione dei meccanismi del dibattito culturale in Italia.

Sostanzialmente, gli interventi anti-Dal Lago sono riconducibili a due ordini: un registro biografico ed uno da revisore del testo.

 

Il primo è rappresentato dall’intervento di Adriano Sofri su Repubblica (articolo del 28/05/2010) che fin dall’incipit rivela l’intento di confondere piani e situazioni “Eroi di carta, si intitola: con un insulto. Gli è sfuggita l’assonanza stretta fra il suo titolo e il Guappo ‘e cartone – siamo lì, in territorio di camorra”.

Per definizione, l’assonanza, nel caso specifico, potrebbe riguardare le sole parole “carta” e “cartone” e non ha mai un rimando di tipo contenutistico, essendo un gioco di rime e suoni; tra le due espressioni “eroi di carta” e “guappo ‘e cartone” tecnicamente non c’è assonanza ma al massimo un’associazione di idee. Se poi questo sia vero è facile da verificare: quali immagini richiama alla memoria l’espressione “eroi di carta”? quali rievoca, invece, “guappo ‘e cartone”? L’associazione sussiste solo quando si applica l’equazione spicciola secondo la quale chiunque critichi Saviano, anche solo sul piano letterario e sociologico, è di conseguenza un difensore della camorra. No, con Dal Lago non siamo in territorio di camorra, siamo in quello della letteratura e della sociologia.

Lo svilimento del discorso e la confusione degli ambiti sono introduttivi dell’atteggiamento spocchioso di Sofri: “Dal Lago la sua idea se l’è fatta attraverso categorie che incutono soggezione – l’io narrante infradiegetico, extradiegetico o senz’altro metadiegetico”. A parte la costruzione all’insegna del pleonasmo, che fa sempre stile colloquiale e giovanilistica strizzatina d’occhio, cosa si rimprovera a Dal Lago? Di aver usato un linguaggio tecnico adeguato all’ambito narratologico! A me ricorda il “Ma come cazzo parli, oh?!”, dello studente che, non avendo capito, pensa, con noia e stanchezza, al vocabolario troppo pesante per essere estratto dalla libreria, aperto, sfogliato, consultato e compreso. Ancora una volta si parla alla pancia e il dibattito culturale plana miseramente anziché innalzare chi vi assiste.

Ovviamente l’idea di Dal Lago non convince Sofri che risponde mettendo in evidenza la sofferenza, le privazioni e la solitudine cui Saviano è costretto a seguito della pubblicazione di Gomorra che Sofri definisce come “autobiografia in terra di camorra, e questo fa la forza del libro, e fa apparire un'ovvietà la conclusione cui Dal Lago approda come a uno smascheramento”.

L’argomentazione di Sofri prende due direzioni:

1.      Saviano ha scritto Gomorra esponendosi contro la camorra, Saviano paga sulla propria pelle le conseguenze di Gomorra; ergo Gomorra non si tocca, si legge ma non si critica.

2.      Saviano racconta di ciò che ha visto e vissuto in terra di camorra, dunque il bisogno di riscontri oggettivi è superfluo: la testimonianza del minacciato sotto scorta è superiore a qualunque prova.

Oltre a non rendersi conto che il tentativo di obiezione si traduce in una involontaria conferma della tesi a cui ci si voleva contrapporre, Sofri propone il reportage autobiografico come forma di liberazione ed esenzione dai vagli critici: le conseguenze di un atto politico come obbligo di accettazione acritica di tutto ciò che viene da chi ha commesso quell’atto. Ma anche nel caso in cui si condivida la tesi di Sofri, per quale ragione culturale ed etica l’analisi critico-letteraria non dovrebbe essere lecita?

 

La seconda difesa è rappresentata dall’intervento su Nazione Indiana di Helena Janeczek (“Carta canta”, 14.06.2010). In questo caso, al di là della paronomasia con cui si risponde al titolo di Dal Lago, è interessante la premessa, che rivela subito una tendenza alla semplificazione: “Un piccolo libro contro Roberto Saviano”. Anche in questo caso la captatio benevolentiae definisce i ruoli (Dal Lago è cattivo, Saviano subisce l’attacco e io lo difendo), scadendo in una delimitazione del discorso in ambiti personalistici, che rappresenta il cuore di tutta l’analisi critica di Dal Lago a cui, invece, l’articolo della Janeczek vorrebbe opporsi. Il dibattito culturale passa da un ambito sociologico-letterario ad una faida personale, a una guerra tra fazioni: “Un piccolo libro […] ha scatenato una discussione sulle pagine del “manifesto” e altri giornali, trovando una ampia eco, prevedibile e positiva, sulla stampa di destra”. L’attenzione, cioè, si sposta su tracciati di contrapposizioni partitiche: o sei con noi o contro di noi, e allora strizzi l’occhio alla destra, cioè a Berlusconi, e, dunque, bisogna difendersi da te. Ma perché la Janeczek difende Saviano? “Non mi interessa, in questa sede, difendere Saviano, perché sta pagando un prezzo personale alto, perché lo hanno più volte minacciato i Casalesi, perché sta decisamente antipatico al capo del nostro governo fresco di legge-bavaglio che è anche il mio editore e il mio datore di lavoro”. A che pro un elenco di non motivi? La preterizione autorizza a considerarli un convitato di pietra, il riferimento alla legge-bavaglio è un semplice tentativo di distrarre e divagare e il richiamo al “mio editore, mio datore di lavoro” è funzionale alla costruzione eroica della propria immagine; la credibilità di riflesso, che autorizzerebbe una petizione di fiducia, contiene  in sé i germi di un conflitto di interessi: il difeso edito dallo stesso editore e datore di lavoro del difensore, cioè dal Presidente del Consiglio che, prima pubblica Saviano, e poi lo critica. Lo stile sta nella limitazione! E, in questo caso, l’esagerazione diventa funzionale al discorso di un Presidente del Consiglio che critica gli scrittori pubblicati dalla sua casa editrice per simulare una divisione di ruoli che la Janeczek, forse inconsapevolmente, avalla nel momento in cui dimentica di segnalare che il Presidente del Consiglio, suo editore e suo datore di lavoro, è anche editore di Saviano. Questa identificazione, se opportunamente esplicitata, avrebbe consentito di aprire una pista di riflessione più alta sul perché un tale processo di mitizzazione sia stato iniziato proprio dalla Mondadori e sul perché la simbolizzazione di Saviano si collochi in una sfera partitica anti-Berlusconi mentre la sua demonizzazione in aree vicine all’Editore e al Presidente del Consiglio? A chi giova la semplificazione dei discorsi in chiave personalistica a detrimento di qualunque principio etico generale?

L’intervento, invece, prosegue elencando una serie di errori commessi da Dal Lago nell’analisi dell’opera di Saviano. Ammetto che gli errori sono molti, esattamente quanti commessi da Saviano in alcuni passaggi di Gomorra, ma si tratta, comunque, di uno spostamento del discorso dalla tesi principale di Dal Lago ad elementi accessori: “Insomma, alla fine viene implicitamente insinuata un’inattendibilità complessiva di Gomorra. Che finisce per ricadere anche sulle parti più saggistiche dove nel testo ci sono riferimenti a inchieste e altre fonti e la cui consonanza al fattuale è stata testimoniata da magistrati e altri esperti, oltre ad essere facilmente verificabile per chiunque voglia prendersi la briga. No, visto che Gomorra è privo di quelle note che in Eroi di Carta svolgono la funzione delle parti scritte in piccolo di un contratto capestro, si può smentire il risvolto che presenta il libro”. La Janeczek si aggrappa ad un presunto implicito, ma non sente il bisogno di smontare l’esplicito né giunge ad una formulazione in merito al taciuto; la “consonanza fattuale” non è esattamente “aderenza al reale” o “resoconto del reale” e, dunque, conferma i dubbi di Dal Lago sulla eccessiva drammatizzazione di Saviano; le conferme alle ricostruzioni di Saviano sono tutte extratestuali; l’argomentazione si fa bassa quando alla notazione critica di aver scritto un saggio senza riferimenti e senza documentazioni certe si risponde con un “facilmente verificabile per chiunque voglia prendersi la briga”. L’intellettuale si rifà studente negligente e dispettoso!

Una parentesi particolare merita la confusione tra “note” e “contratto capestro”. Se capestro è la corda usata a giustiziare i condannati nel capo (Ottorino Pianigiani), un contratto è capestro perché soffoca, con articoli cavillosi ed ingannanti, la parte contraente debole al punto da rendere giuridicamente nullo il contratto. Le note di Dal Lago sono soffocanti o ingannatrici?  No, visto che è proprio grazie ad una nota che la Janeczek coglie l’errore di Dal Lago nella ricostruzione del contesto in cui Saviano ha auspicato di “creare una moda di combattere contro di loro” (i poteri criminali, ndr). Il problema è che la Janeczek non va oltre, si ferma, da buon revisore del testo, a dimostrare che Dal lago ha sbagliato la citazione. Ma a che serve l’editing in un dibattito culturale se non è funzionale ad una chiarificazione dei contenuti dell’argomentare? Purtroppo, l’eccessiva estremizzazione del conflitto in una dimensione epica e la riduzione della lotta alla camorra sul piano di una moda, argomenti centrali del saggio di Dal Lago, non vengono mai direttamente sfiorati. L’approccio da revisore del testo sposta l’attenzione su un elemento accessorio (il contesto dell’intervista) e non chiarisce perché, nel caso di Saviano, non varrebbero le parole della Moda alla Morte: “Di più, dove per l’addietro solevi essere odiata e vituperata, oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e ti loda anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza” (Giacomo Leopardi, Operette Morali, Dialogo della Moda e della Morte, 1824). Se la moda è questo volgere momentaneo ed incostante, è davvero un fatto positivo che la lotta alla camorra diventi una moda? Io auspicherei piuttosto che divenisse un sistema quotidiano del vivere civile, lasciando la moda al tempo della rimozione dei catenacci da Ponte Milvio e l’archeologia ricostruttiva del contesto ai monsignori giustificanti una bestemmia.

L’approccio esclusivamente da curatore editoriale rivela la sua debolezza anche per l’incapacità di sostenere tesi chiare e contrarie alla tesi di Dal Lago, scadendo spesso nel ricorso ad argomentazioni dai risvolti socialmente classisti. Infatti: “Quindi, dato che la ragazza (si parla di Annalisa Durante, ndr)andava dal parrucchiere e dall’estetista, è davvero così improbabile che si facesse anche le lampade? Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i quartieri popolari napoletani, sa infatti che l’abbronzatura tutto l’anno è una caratteristica di molte ragazze (e anche dei ragazzi) che ci abitano... Ma il suo ritratto è davvero più inverosimile, così più ingiustamente stereotipato, di quello fornito da Casertasette? Come può giudicarlo chi non verifica, non conosce il mondo descritto, e non sembra sentirsi neppure in dovere di farlo?”. L’argomentazione è: le ragazze dei quartieri spagnoli si fanno le lampade, la Durante era dei quartieri spagnoli, ergo è verosimile che anche lei facesse le lampade; chiunque conosce quella realtà sa che le cose stanno così. Al di là del sillogismo, che appiattisce il soggetto alle sue origini in una logica che dovrebbe incutere timore, l’esserci e la prima persona, secondo la Janeczek, sono fonti di credibilità e la testimonianza diretta di veridicità. Di nuovo, come in Sofri, l’obiezione è confermativa della tesi a cui vuole fare da antitesi.

 

Capriccio di GoyaIl punto della questione, su un piano prettamente culturale e politico, è che il concetto di testimonianza oculare può condurre a distorsioni poco accettabili: “Helena Janeczek è una figlia di Auschwitz. Sua madre si è salvata dai campi di sterminio nazisti, e lei sa che a quel destino di salvezza deve la sua vita, ma anche l´eterno tormento che i figli dei sopravvissuti si portano dentro. Tedesca di nascita, figlia di ebrei polacchi, è in Italia dal 1983, e ha fatto della lingua italiana la sua lingua di scrittrice.Il suo romanzo racconta di guerra. Anzi di una battaglia: la battaglia di Montecassino, una delle battaglie più feroci di tutti i tempi, definita la Stalingrado d´Italia.”, scrive Saviano recensendo l’ultima fatica della Janeczek (“Montecassino. La battaglia eterna.”). L’esserci, cioè, affonderebbe le sue radici in una dimensione genealogica: la Janeczek conosce la guerra perché sua mamma l’ha vissuta, è figlia di ebrei scampati ad Auschwitz, dunque, sicuramente parla con esattezza di una guerra, evitiamo di fare ricerche e diciamolo apertamente.

Il dubbio sorge spontaneo: davvero un elemento biografico o genealogico può essere garante della qualità di un’opera o della sua verità? L’incipit della recensione “Quando vengo a sapere che Helena Janeczek ha pubblicato un nuovo libro, faccio tutto il possibile per averlo prima che entri in libreria. Ogni uscita di Helena mi ossessiona: l’attesa di avere quelle pagine per le mani diventa urgenza” conferma un’eccessiva tendenza all’auto-esibizione, come sostiene Dal Lago nel nucleo centrale della sua tesi esplicita, e offre una chiara testimonianza dei rischi a cui questa può condurre. Nel caso specifico, si tratta di una corsa verso il basso in cui la recensione è inconsapevolmente svalutata a promozione, utilizzando una formula espressiva tipica delle telepromozioni in cui l’induzione all’imitazione si materializza nelle forme del “fai come me” del personaggio famoso che presta la sua credibilità al prodotto, dell’“ha cambiato la mia vita” di presunti utilizzatori finali del prodotto venduto, del “mi avete fatto venire l’acquolina in bocca” del personaggio televisivo che decanta le qualità dei prodotti tele-promossi o del “come noi facciamo da tanti e tanti anni”.

 

Appare lecito, a questo punto, chiedersi se non sarebbe stato più utile e fruttuoso, oltre che civile sul piano politico-etico-culturale, evitare meri artifizi retorici ed astenersi dal sovrapporre piani e temi in nome di inutili e non richieste difese e di un taciuto talmente pesante da passare inosservato.

In un momento storico in cui il discorso partitico è formulato in un linguaggio la cui cifra stilistica, lessicale e sintattica è la mistificazione, come si può pretendere di combattere tale distorsione se si applicano le stesse formule e gli stessi registri?

Dal perplesso delle singole voci al retrogusto amarognolo per lo svilimento del dibattito culturale il passo è breve: tra insinuate dietrologie, artificiosi screditamenti e argomentate divagazioni, mi sembra come nel gioco delle ombre cinesi. Credi di vedere un gatto, ma ti stai accontentando dell’ombra di una mano che simula un gatto.

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