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“L’acustica perfetta” di Daria Bignardi

L’acustica perfetta, Daria BignardiSara è una ragazzina bellissima, vivace e talentuosa nel disegno e Arno è un ragazzo serio che ama suonare il violoncello. Repentino è il loro incontro, si baciano in una pineta a Marina di Pietrasanta e Arno le recita La pioggia nel pineto di D’Annunzio: «E andiam di fratta in fratta, / or congiunti or disciolti / (e il verde vigor rude / ci allaccia i malleoli / c’intrica i ginocchi) / chi sa dove, chi sa dove!». Dopo pochi giorni Sara lascia Arno, «mi piacciono gli amori infelici», gli dice, congedandosi da lui.

Quando si ritrovano a Milano, ormai adulti, Sara è una donna malinconica, spesso cupa e introversa, mentre Arno è un uomo sicuro di sé che ha realizzato il sogno di suonare il violoncello alla Scala. L’amore scocca di nuovo e decidono di sposarsi. Hanno tre figli e una vita in apparenza felice. Arno suona il violoncello alla Scala e Sara non lavora, si dedica del tutto ai figli. La loro vita matrimoniale procede tra frequenti liti che danno luogo ad una crescente incomprensione tra i due coniugi, fino a quando Sara, tre giorni prima della Vigilia di Natale, abbandona il marito e i figli lasciando solo un bigliettino e senza dire dove andrà.
Le prime cinquanta pagine di L’acustica perfetta (Mondadori, 2012) dipingono una storia d’amore apparentemente banale, come ce ne potrebbero essere tante. La fuga di Sara scatenerà nel marito uno scavo psicologico di rara intensità che Daria Bignardi ci mostra dal punto di vista maschile. Il narratore, infatti, è Arno che parla in prima persona e si rivolge alla moglie direttamente col tu, oppure parlando di lei in terza persona.

È un vero e proprio romanzo di formazione quello che l’autrice scrive. Arno – uomo, marito e padre – si interroga sul perché la moglie l’abbia abbandonato. Com’è potuto accadere? Proprio a lui che l’ha sempre amata e messa al primo posto? Come può una madre abbandonare la propria famiglia? È irresponsabile o addirittura pazza?
Tra continui flashback, Arno ripercorre le tappe della sua storia d’amore. Il monologo interiore si snoda attraverso l’uso della paratassi che diviene specchio linguistico di un uomo ruvido che ha sempre ottenuto ciò che voleva, senza soffermarsi sui dubbi e le aporie della vita.

Il punto di vista di Sara viene filtrato sempre dal marito. Ella si esprime in prima persona solo in un biglietto scritto di suo pugno anni addietro che Arno ritroverà il giorno di Natale, pochi giorni dopo la fuga della moglie. In quelle righe Sara confessa di essersi invaghita di Massimo, il migliore amico del marito. La rabbia del marito esplode, complice anche la scoperta di un ipotetico tradimento della moglie.
La rabbia, però, si tramuta presto in voglia di capire, in bisogno di comprendere il perché di quella fuga. Con una formidabile onestà intellettuale Arno scarnifica le proprie mancanze di marito e di padre e si appresta a dare ascolto all’acustica perfetta della propria anima. Egli vuole scoprire dov’è andata Sara e si mette sulle sue tracce interrogando i familiari e i vecchi amici.
Arno non sa nulla della vita che Sara ha fatto durante i sedici anni in cui non si sono visti. Molte sono le zone d’ombra del passato della moglie. Perché non ha mai voluto ascoltarla e provare a capirla? Cos’altro uscirà dal vaso di Pandora? Una donna fragile, dallo spiccato temperamento artistico, solitaria ed una tremenda esperienza che ha segnato la sua vita, incrinandone per sempre la serenità: questi i pezzi del puzzle che con molta difficoltà Arno dovrà ricomporre.
Il viaggio che egli compie è fisico, ma anche metaforico. È il suo percorso di uomo e di marito che viene messo in discussione in maniera tortuosa, ma schietta ed autentica. Suo compagno in questa scoperta di sé è un libro su Dino Campana, di cui annota la frase «Le vite degli uomini, quando incominciano storte, nemmeno Dio le raddrizza». È proprio quando si smarrisce la diritta via, che si ha contezza della propria finitudine.

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