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Khaled, come trafficare essere umani attraverso le parole

Khaled, come trafficare essere umani attraverso le paroleLeggere Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi Stile Libero Extra), di Francesca Mannocchi, è stato come ricevere in pancia un colpo duro. È stato come se una lama rovente di verità mi penetrasse la testa per mezzo di immagini crude e feroci. Mi ha fatto scoprire dettagli e modi di ragionare che solo chi vive quotidianamente una guerra forse può conoscere. È stato come trafficare essere umani attraverso le parole. Già, perché il protagonista del debutto letterario della nota giornalista e reporter specializzata in migrazione è Khaled, un contrabbandiere di uomini, un libico rivoluzionario che ha aiutato il governo a deporre il dittatore Gheddafi ma che si è ritrovato con un nulla di fatto e un futuro ancora da costruire. Un obiettivo che lui rincorre nel peggiore dei modi: diventando il carnefice di centinaia di africani e sentendosi, al contempo, vittima dello Stato in cui vive oggi.

Il ruolo di Khaled è chiaro: è lui la mente che organizza le traversate, è il punto di riferimento di tutti coloro che cercano di cambiare vita e approdare in Europa, è il trait d'union tra Africa e Vecchio Continente. Ma è soprattutto la mano che si macchia di abusi, violenze e stupri.

È lo stesso Khaled a raccontare la sua vita e lo fa soffermandosi più volte sulla sua infanzia e sulla situazione sociale del suo Paese, ricercando nella mancanza di alternative e scarse possibilità economiche il motivo scatenante della criminalità organizzata.

 

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Leggendolo, le pagine scorrono veloci e, con esse, prende piede una crescente sensazione di disagio. In particolar modo perché si arriva presto alla considerazione che quelle carceri, quelle donne violentate, quegli uomini torturati e quei bambini ignoti, da qualche parte, esistono davvero. E poi perché Khaled – è evidente sin da subito – non si sente affatto colpevole per ciò che ha commesso, anzi sembra non giustificarsi affatto e non sente il bisogno di confessarsi. Molto spesso parla di torture e abusi a opera di qualcun altro, altre volte partecipa a tali misfatti ma, in linea generale, è come se la mente contorta di tutto quanto non fosse lui.

Khaled, come trafficare essere umani attraverso le parole

Il quadro che si delinea è quello di una persona quasi costretta a compiere tutto dalla sua stessa volontà: un po’ per guadagnare soldi, un po’ per farsi un nome e un po’, in qualche astruso modo, per “aiutare” i migranti a raggiungere il loro scopo, pur sacrificando qualcosa, fosse anche la vita.

Il merito di Mannocchi nello scrivere questo suo primo testo – da brava giornalista e documentarista esperta di tematiche nordafricane e mediorientali – è stato di sicuro quello di aver dato voce a un trafficante. Diversi sono infatti i racconti delle vittime, di coloro che per fortuna riescono a sottrarsi ai supplizi e alle angherie e a sbarcare nel Paese desiderato con la mente carica di cicatrici, ma pochissime quelle dei torturatori. Criminali, che anche nella realtà, non parlano né sono propensi a rilasciare interviste, forse per proteggere le loro famiglie in Libia o per una sorta di codice d’onore. Khaled è stato uno dei pochi, se non il primo, ad averlo infranto, immergendo il lettore in una storia che fa a cazzotti con le emozioni.

Khaled, come trafficare essere umani attraverso le parole

Io Khaled vendo uomini e sono innocente è un libro struggente che forse farà addirittura piangere i più sensibili. Il lettore danzerà tra le parole taglienti del criminale e si ritroverà a fare i conti con quella maledetta empatia che si prova immedesimandosi in un personaggio, anche se cattivo.

Dal punto di vista della scrittura, è un libro che non presenta sbavature narrative, anche se i troppi salti temporali fanno perdere la bussola più volte al lettore. Si fa fatica a comprendere la trama, almeno nella prima parte: ci si trova davanti un miscuglio di aneddoti, emozioni e pensieri del protagonista. Uno dopo l’altro. Ed è solo continuando nella lettura e arrivando alla seconda metà del libro che si giunge a una visione più chiara e lineare della trama e dei personaggi che popolano il romanzo.

 

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L’autrice ha forse tentato di dare al suo protagonista, Khaled, una voce credibile. Un “Io” da criminale, che non si rammarica per ciò che ha commesso e che, anzi, racconta le sue avventure con normalità, con una semplicità atroce e disarmante, tipica di chi vede un mondo anomalo e surreale, un mondo tutto suo: ambiguo, sporco e carico di odio, dove qualunque cosa può accadere e le atrocità sembrano trovare una motivazione valida:

«Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della mia mercanzia».


Per la prima foto, copyright: Mitch Lensink su Unsplash.

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