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Josephine Johnson e la magia della scrittura

Josephine Johnson e la magia della scritturaJosephine Johnson, all’età di 25 anni, vinse il premio Pulitzer; era il 1935 e il suo romanzo di esordio, Ora che è novembre, strappò il premio a Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald.

In Italia, Johnson è una scrittrice sconosciuta ai più. Nel nostro paese sono stati pubblicati solamente due dei suoi romanzi: Ora che è novembre (Bompiani, traduzione di Beatrice Masini) e Il viaggiatore oscuro (Del Vecchio Editore, traduzione di Stella Sacchini).

Storia singolare, quella di questa donna del Midwest (Missouri), che non ha mai conseguito nemmeno un diploma, ma che già in giovanissima età si dedica alla stesura di alcuni racconti che sono subito apprezzati e pubblicati su svariate riviste letterarie dell’epoca.

Nonostante il precoce successo e il suo continuare a scrivere in maniera decisa, la critica non le riconobbe più i meriti che aveva ottenuto con il suo romanzo di esordio. Si arrivò poi, quattro anni dopo aver vinto il premio Pulitzer, a un momento in cui il suo editore, Simon & Schuster, si rifiutò di continuare a pubblicare le sue opere. Quando morì, all’età di 79 anni, sul suo necrologio, apparso sul «New York Times», si parlò soprattutto delle sue battaglie nel campo ambientalista; la sua storia di scrittrice sembrava essere quasi del tutto scomparsa.

 

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Sgombriamo subito il campo da qualsiasi tipo di equivoco, Josephine Johnson è una scrittrice maestosa, dotata di una scrittura magnifica, di uno stile impeccabile, e soprattutto, possiede un uso del linguaggio funambolico, che rende ogni sua pagina un manifesto di letteratura.

«Ora che è novembre riesco a vedere gli anni come una cosa sola. Questo autunno è come la fine e insieme l’inizio della nostra vita, e i giorni che sembravano confusi nella macchia di tutte le cose troppo vicine e troppo familiari ora sono nitidi e strani. È stato un anno lungo, più lungo e più importante di tutti i dieci anni prima. Certe notti mi sembrava che andassimo verso un’ora orribile e disperata, ma quando quell’ora è giunta era frammentata e confusa perché eravamo troppo vicini, e non mi sono resa conto che era giunta. Ora riesco a guardare indietro e a vedere i giorni come chi osserva dall’alto le cose passate, e hanno più forma e significato di prima. Ma niente è mai davvero concluso o congedando per sempre.»

Josephine Johnson e la magia della scrittura

Questo è il favoloso incipit di Ora che è novembre, e tutto il romanzo mantiene lo stesso tono, la stessa gravità, lo stesso dramma che pare distillato in ogni singola frase.

Le parole che, di volta in vola, Johnson sceglie sembrano sempre sporche di polvere, intrecciate con fili fuligginosi, parole piene di terra e sudore, parole fatte di carne, parole che a tratti sembrano sanguinare per quanto forte s’imprimono sulla pagina.

Alla base della storia c’è una trama semplice: gli Haldmarne hanno lasciato la città per tornare alla terra di famiglia. Kerrin, Merle e Marget sono cresciute in campagna, mentre per Marget e Merle la natura riesce a placare le loro ansie di crescita, Kerrin è selvaggia e strana, inquieta e feroce. La terra è gravata da un'ipoteca che pesa continuamente su tutti loro e sparge insicurezza in famiglia. Una grande siccità distrugge i raccolti, ad aiutare gli Haldmarne arriva un giovane uomo: Grant. Ha studiato, è stato in città; e proprio lui dividerà le ragazze.

Dopo aver letto il romanzo che le è valso il Pulitzer, sono andato alla ricerca dell’altra opera che le è stata pubblicata in Italia, questa volta da Del Vecchio Editore.

Mi aspettavo qualcosa di disuguale, mi aspettavo che i toni, che la trama, che la scrittura di Josephine Johnson fossero diversi, e invece mi sono trovato davanti a un altro romanzo folgorante.

«Gli ho letto negli occhi il desiderio che qualcosa di disperato e definitivo prendesse forma, una cosa che gli fornisse una scusa buona per morire o per nascere. Io non gliel’ho detto, anche se lo sapevo. L’uomo che vuole un miracolo si limiterà a rifiutare il racconto sincero delle cose future […] e i pensieri semplici, grandi e nitidi, nati nel sonno, dovevano morire nel sonno, senza essere mai condotti nel fastidioso mondo della luce e della legge, a spaventare la gente con i loro occhi grandi e mostruosi […] perché possiamo rimanere interi, anche nel momento in cui conosciamo la povertà e il male, anche quando veniamo a contatto con il rumore assordante del mondo, anche di fronte alle visioni e alle prospettive che si aprono e si riversano su una mente dotata di intelligenza, ma non siamo più interi, mai più gli stesi, dopo il primo amore.»

Josephine Johnson e la magia della scrittura

Queste frasi sparse vengo via dalle pagine intense, dolorose e bellissime di Il viaggiatore oscuro.

La tragedia che s’infila in ogni frase, che corre intorno alla figura di ogni personaggio, non cambia, resta il suo marchio di fabbrica. La scrittura di Josephine Johnson dona l’impressione di camminare sempre di fianco a un precipizio, e ogni spostamento, ogni passo, ogni movimento potrebbe essere quello fatale per cadere giù, per morire, o forse per venire nuovamente al mondo.

NelViaggiatore oscuro, ci viene raccontata la storia di Paul, un ragazzo cresciuto male, con alcuni problemi comportamentali, che quando si agita e prova emozioni diventa cieco, perde la memoria ed è ossessionato da un alter ego di cui scrive nel suo diario. Nelle vicende del giovane ragazzo ci sono un padre anaffettivo, una madre amorevole e debole, e un fratello morto in guerra. E poi lo zio, che decide di prendersi cura di lui e i suoi figli, e la sua moglie, Lisa.

Josephine Johnson e la magia della scrittura

Johnson diceva che «il vantaggio dello scrittore su coloro che trovano la propria espressione in altri campi è il privilegio di una doppia, talvolta tripla, vita. Piacere che si moltiplica negli specchi delle parole, e sofferenza che si trasforma in parole».

 

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Resta, per me, inspiegabile la mancata traduzione degli altri romanzi, e ancor più la decisione dell’allora editore americano di non pubblicare più i romanzi di Josephine Johnson. Aspetto con impazienza e forse a vuoto che l’intera opera della scrittrice del Missouri possa essere portata in Italia, e nel frattempo continuo a chiedermi quale stato di grazia possa rendere la scrittura di una scrittrice così tanto densa, scivolosa, bagnata, così tanto dolorosa e piena di ferite.


Per la prima foto, copyright: Aaron Burden su Unsplash.

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