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Jonathan Littell o la vita siriana

Jonathan Littell o la vita sirianaHa detto bene Anna Baldini in un suo bel saggio su «Allegoria»:

Le benevole è un romanzo di lavoro. Immerge il lettore nel vissuto quotidiano di una grande burocrazia, mostra come vi si generino efficienze e inefficienze, quali impulsi, radicati nelle ambizioni private e nel gioco di compromessi tra discrasie istituzionali, contribuiscano o intralcino la messa in opera di un progetto politico[1].

 

Littell nel 2012 è riuscito ad andare oltre. Nel passato della seconda guerra mondiale ha indagato le cause più terribili, nel trauma decisivo del nostro secolo ha verificato gli effetti umani di un tabù indicibile come la guerra civile siriana. Con grandissimi meriti letterari.

Jonathan Littell è evidentemente un uomo di grande cultura, tuttavia è difficile assegnargli una definizione adeguata: è romanziere, ingombrante voce critica, lettore attento, ma nessuna di queste etichette si può appiccicare sul dorso di Taccuino siriano, edito da Einaudi (nella traduzione di Margherita Botto) ormai quattro anni fa, ma già allora proiettato nel nostro presente. Piuttosto Littell è un documentarista dalla penna educata e curiosa che solo la fretta rende irruenta e affannosa, ma in guerra è cosi: ci si precipita a raccogliere le parole giuste, in “presa diretta”: «Questo è un documento, non un testo rielaborato. […] A causa di una certa frenesia che tende a voler trasformare subito il vissuto in scrittura»[2]. Già Ungaretti in primis lo aveva colto, a forza: «La guerra improvvisamente mi rivela il linguaggio […] poche parole piene di significato che dessero la mia situazione di quel momento», per cui

avvalorano inoltre la sostanza diaristica e documentaria del libro non solo il sistema luogo-data [...], onnipresente ad ogni testo […], ma anche certi toponimi esatti […] o le precise denominazioni delle specie animali e vegetali[3].

 

La copertina stessa del volume ci dice che a Homs ci si salva con poco, con l'indispensabile. Rispetto allo «spesso mattone […] dentro ad un'attraente fodera di lucido rosso. Rosso non uniforme, ma perforato da tagli, da due file di squarci verticali e paralleli»[4] de Le benevole, Taccuino siriano è racchiuso da una copertina bianca, semplice, non infiammata. Tutto il male è ancora più compresso nelle pagine, senza richiami e reclami esterni.

Prima della scrittura di Littell il desiderio, mai censurato né sconfitto, di raccontare, «il rendiconto di un momento breve e già scomparso, quasi senza testimoni esterni». Leggendo ci si accorge però della coralità tragica del taccuino di Littell, uno “scrittore-voce”, voci taciute dal regime, dall'opinione pubblica, dalla letteratura. Littell non è un superstite, ma la voce stessa dei superstiti, amplificata. Come per Primo Levi, con cui non condivide evidentemente un trascorso tragico (ma una certa contingenza letteraria sì), Littell ci racconta un grande grido collettivo nel quale «si avverte una forte volontà non solo di esorcizzare una realtà soffocante, ma anche di rispondere al caos, alla desolazione e alla solitudine, ricordando, ripetendo, spiegando»[5]. Allora, «non appena arriviamo in un posto, tutti vogliono subito raccontare» o «capannello intorno a noi. Ognuno ha una storia da raccontare». É il “dialogo a più voci” di Littell in una società divisa in due: Taccuino siriano è pertanto un libro di incontri, artificio fondamentale della trama; incontri fruttuosi e rischiosi, incontri di sogni e delusioni, ma anche incontri mancati e tardivi. Littell sa che l'incontro è anche casualità del destino: tra le bombe, i raid, le cliniche improvvisate e i cecchini di Homs un motore capriccioso governa la vita siriana.

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Jonathan Littell o la vita sirianaLittell ha poi sempre con sé un libro, uno solo, le Vite parallele di Plutarco: qui il tocco di Littell diventa magnificamente civile e impegnato. Tutti i frangenti della vita e dell'agire umano sono davanti ai suoi occhi e la scrittura sa di quella ruvida e frettolosa ansia che una granata improvvisa, un colpo deviato a un centimetro dal cuore, possono accrescere o sciogliere in sospiro attesissimo di sollievo. Diversamente da Plutarco, isolato nella sua piccola Cheronea, dalla quale narrava la storia o Kant, arroccato a Königsberg,Littell sta al centro della devastazione: per percorrere i sentieri dello spirito e della storia è necessario seguire quelli della Terra. Le “Cause siriane” di Littell sono il banco di prova della centralità della questione siriana, storica e simbolica. Taccuino siriano è il rovesciamento de Le benevole perché portato all'estremo e verificato concretamente, la realtà che insegue la finzione romanzesca:

L’ammonimento di Max è terribile perché urgente nel mondo attuale, accecato dalle ideologie massmediatiche, tecnocratiche e consumistiche, altrettanto “totalitarie”, seppur meno crudeli, di quelle politiche del secolo scorso. […] «In verità, viviamo nel peggiore dei mondi possibili. Certo la guerra è finita. E poi abbiamo imparato la lezione, non accadrà più. Ma siete proprio sicuri che abbiamo imparato la lezione? Siete sicuri, addirittura, che la guerra sia finita?»[6].

 

L'attenzione attorno alla traduzione inglese del Taccuino, pubblicata poco più di sei mesi fa, ha in realtà posto in secondo piano un colpevole ritardo editoriale. Provvidenziale nel suo indugiare. Nel divario temporale tra la pubblicazione, tra le altre, italiana e quella inglese vi sono l'inasprimento del fronte curdo, l'ascesa del fondamentalismo islamico, il mancato intervento internazionale. Il libro di Littell, antidoto alla superficialità mediatica occidentale, si conferma atto di accusa irrefutabile al regime baathista. Il tempo siriano e quello di Littell sono misurati con il medesimo orologio; ancora oggi perfettamente funzionante.


[1]    A. Baldini, Jonathan Littell, Le Benevole, «Allegoria», 58, n. 2 (2008), p. 215.

[2]    J. Littell, Taccuino siriano, Torino, Einaudi, 2012, p. VII.

[3]    A. Afribo, A. Soldani, La poesia moderna. Dal secondo Ottocento a oggi, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 82.

[4]    M. A. Mariani, Jonathan Littell, Le Benevole, «Allegoria, 58», n. 2 (2008), p. 226.

[5]    S. Nezri-Dufour, Primo Levi, poeta ebreo della memoria, in Voci dal mondo per Primo Levi: in memoria, per la memoria, a cura di L. Dei, Firenze, University Press, 2007, p. 150.

[6]    C. Sclarandis, Jonathan Littell, Le Benevole, «Allegoria», 58, n. 2 (2008), p. 247.

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