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Jonas Hassen Khemiri e il lato oscuro della memoria

Jonas Hassen Khemiri e il lato oscuro della memoriaQuando ho letto la trama di Tutto quello che non ricordo di Jonas Hassen Khemiri, (edito da Iperborea e tradotto da Alessandro Bassini) mi è venuto subito in mente uno dei libri più complessi e sperimentali della letteratura del Novecento: Congetture su Jakob di Uwe Johnson.

Entrambi i romanzi sono la registrazione delle voci, delle testimonianze di chi ha conosciuto i protagonisti, morti entrambi in circostanze misteriose. La domanda principale su cui si fondano i due testi è infatti: è stato un incidente oppure un suicidio? Jakob era un impiegato delle ferrovie della Germania Orientale che aveva la “missione” di far viaggiare in orario i treni del paese socialista. Un giorno, attraversando i binari della stazione, lui, che aveva memoria di tutti gli orari ferroviari, fu investito da uno di questi treni. Il protagonista del libro di Khemiri, Samuel, si schianta invece con la macchina contro un albero. Il romanzo dell’autore svedese, di chiare origini arabe, sebbene non tocchi i vertici sperimentali del libro di Johnson, mette in scena con buona resa stilistica il “puzzle sonoro” di chi ha conosciuto Samuel.

Ma chi è Samuel? È un incrocio di razze, come Khemiri: metà svedese e metà qualcos’altro (di origine sempre araba comunque). Lavora all’Agenzia nazionale per l’immigrazione e si confronta ogni giorno con le difficoltà che incontrano gli stranieri alle prese con un paese algido e indifferente come la Svezia, indifferenza ben rappresentata dalla sua capitale, Stoccolma («una città completamente priva di significato, che ha così tanta paura della propria ombra che la gente non si parla neppure quando la metro rimane ferma in un tunnel per un quarto d’ora. L’unico posto al mondo dove persino i neonati imparano a evitare lo sguardo degli altri»).

 

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Le voci che si rincorrono nel romanzo sono fondamentalmente tre: Laide, l’ex fidanzata di Samuel, più grande di lui, si occupa per lavoro delle donne immigrate in Svezia ed è una persona molto impegnata nel politico e nel sociale; la Pantera è un’artista underground che ha eletto Berlino come suo quartier generale; Vandad è il miglior amico di Samuel, un uomo grosso (una specie di lottatore di sumo) che faceva il traslocatore prima di finire in un giro di brutte amicizie. Sono tutti immigrati di seconda o terza generazione.

Jonas Hassen Khemiri e il lato oscuro della memoria

La maggior parte delle opere di Khemiri (autore e drammaturgo molto conosciuto nel paese scandinavo) ruota proprio attorno al tema dell’identità e dell’integrazione, mettendo in evidenza le difficoltà presenti in Svezia, per troppo tempo scambiata nell’immaginario popolare con la socialdemocrazia di Olaf Palme; e l’assassinio del leader socialdemocratico negli anni Ottanta ci fece aprire gli occhi sul marcio che poteva annidarsi in quelle terre (poi sono arrivati i thriller made in Scandinavia, con in testa la trilogia Millenium di Stieg Larsson). Lo stesso marcio che ha ben in mente Khemiri il quale non fa sconti nemmeno alla sua gente, i “meticci”.

Le testimonianze molto spesso peccano di coerenza (soprattutto quella di Vandad) e mettono in evidenza uno dei problemi maggiormente sentiti in questo periodo storico: qual è la nostra identità? Chi siamo? Possiamo ancora leggere la realtà con gli occhi stanchi del Novecento? E se non lo possiamo fare, perché le rotte della storia hanno preso direzioni inimmaginabili fino a qualche decennio fa, con quale bussola dobbiamo muoverci?

I protagonisti sembrano smarrirsi di fronte alle vicissitudini della vita reale, finendo così col farsene travolgere. Samuel, con la sua testa immensa su un corpo gracile (sembra un personaggio dedito alla kafkiana “arte del digiuno”), ha l’aspetto di un puro: si occupa della nonna malata; non tiene in nessun conto il denaro, passando comunque per uno spilorcio (a differenza di Vandad, sempre a caccia di soldi, perfino nel momento dell’intervista da parte dello scrittore, l’alter ego di Khemiri): va in giro a chiedere alla gente come definirebbe l’amore (facendo vergognare Laide che lo ritiene troppo immaturo per proseguire con lui una relazione); è assetato di nuove esperienze (quelle che lui chiama la “Banca delle Esperienze”), ha i taccuini pieni zeppi di appunti sulle cose da non dimenticare (perché Samuel non ha una buona memoria).

 

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Samuel e Laide cercano di venire incontro alle esigenze delle immigrate, aprendo loro la casa della nonna (nel frattempo ricoverata in un centro per anziani), ma la situazione sfugge di mano. La struttura che doveva accogliere soltanto donne e bambini, alla fine diventa una specie di porto di mare, arrivando inoltre a ospitare uomini di cui non si conoscono le generalità. Samuel chiede allora a Vandad di controllarne le presenze, ma il suo amico non può far altro che spillare quattrini ai “residenti”. L’appartamento sarà poi colpito da un incendio, diventando quindi inagibile. Può essere questo uno dei motivi alla base “forse” del suicidio di Samuel? Oppure è la delusione feroce per il tradimento di Vandad a cui aveva chiesto aiuto e che si era rivelato il solito “traffichino” senza scrupoli («Soldi, soldi, soldi. È l’unica cosa a cui tutti pensano», dice ad un certo punto Samuel)? O ha ancora addosso le ferite per l’abbandono di Laide (anche se la mamma di lui dice che la fine del rapporto è stato un sollievo per entrambi)? O la causa è il lento allontanarsi della nonna verso le terre nebbiose della demenza? Oppure è stato solo un banale incidente, come ne capitano tante volte? E perché a un certo punto s’intromette l’autore, confondendo ancora di più le carte con brandelli della propria biografia?

Jonas Hassen Khemiri e il lato oscuro della memoria

Lo spunto del libro nasce in effetti da un lutto vero patito da Khemiri: «Un mio caro amico è morto e sono rimasto colpito dal modo in cui, tutti noi che ne portavamo il lutto, ci impegnavamo a difendere la nostra versione dell’accaduto. Continuavamo a ricordare a noi stessi le cose che potevano liberarci dal senso di colpa, un’interpretazione della verità che potesse convincerci che non avremmo potuto fare altrimenti. Questo aspetto viene richiamato nel romanzo, quando le diverse voci forniscono la propria versione attorno al protagonista Samuel».

Il tema centrale del libro è proprio l’impossibilità di conoscere l’altro, di capirne fino in fondo l’essenza, la natura. Siamo tutto e il contrario di tutto, ambigui e sconosciuti persino a noi stessi. E la scrittura non può far altro che “fallire” nell’accostarsi alla verità, perché come afferma la mamma di Samuel: «tutto quello che so è che più dettagli le racconto, più mi sembra di trascurarne altri». Ma come dice Beckett: «Ho provato. Ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio».

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