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John W. Polidori e Il Vampiro prima di Dracula

John W. Polidori e Il Vampiro prima di DraculaQuando si pensa a un racconto di vampiri, non si può che tornare con la mente a Dracula, il vampiro per eccellenza. Ma prima che Bram Stoker scrivesse il suo capolavoro, nel 1897, nell’immaginario comune era un’altra figura a essere identificata con il vampiro, ossia il protagonista del racconto di Polidori.

John W. Polidori fu medico, scrittore e poeta, nacque a Londra nel 1795, figlio di Gaetano Polidori, che era stato segretario di Vittorio Alfieri; divenne medico e segretario personale di un altro grande poeta, George Byron. Il suo racconto Il Vampiro è il primo della letteratura moderna dedicato a questo personaggio leggendario, e viene pubblicato nell’aprile del 1819 sul «New Monthly Magazine». Curiosamente, il direttore del giornale sbagliò a riportare il nome in calce al racconto indicando quello di Byron, e Goethe giudicò detto racconto il miglior lavoro dell’autore. In realtà, l’autore autentico era meno illustre di Lord Byron, ma a lui molto legato.

L’idea di questo racconto era nata un’estate di quasi tre anni prima, quando Polidori trascorse alcune celebri serate a villa Diodati presso Ginevra. Nel giugno 1816, infatti, si trovarono insieme Polidori, Byron, Mary Shelley e quello che sarebbe divenuto suo marito, Percy Shelley, e, a causa del tempo avverso che li costrinse a stare chiusi in casa, decisero di svagarsi scrivendo ciascuno un racconto dell’orrore. Mary scrisse Frankenstein, Polidori diede vita al modello del vampiro.

 

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Probabilmente, Polidori s’ispirò a Byron per descrivere fisicamente e caratterialmente il suo personaggio, e le connotazioni che gli attribuì lo resero il prototipo dei vampiri futuri: pallido, con un’aura maledetta che lo circonda e lo rende ancor più affascinante, aristocratico, altero e impenetrabile, dotato di una bellezza ambigua, Lord Ruthven presenta tutte le caratteristiche del vampiro romantico. Con i suoi modi raffinati e signorili, è un seduttore fatale, inevitabilmente connesso alla sfera erotica e sessuale, domina le sue vittime e richiede una totale sottomissione.

Il racconto di Polidori è piuttosto breve, ma più che sufficiente a lasciare il segno.

John W. Polidori e Il Vampiro prima di Dracula

Lord Ruthven è un aristocratico che frequenta la bella società di Londra, le sue origini e la sua provenienza restano misteriose: «avvenne che comparisse a vari ricevimenti degli esponenti del bel mondo un nobiluomo, degno di attenzione più per le sue stranezze che per il rango». Nello stesso momento, a Londra giunge Aubrey, giovane gentiluomo in possesso di una grande fortuna.

I due si incontrano, e Ruthven invita Aubrey a unirsi a lui per un viaggio a Roma, nonostante i tutori gli facciano pressione affinché abbandoni quel pericoloso amico. E, infatti, Aubrey lo abbandona dopo che il vampiro seduce la figlia di una signora di cui frequenta la casa. Prima di partire, il giovane fa in modo che la signora sappia cosa sta accadendo alla figlia e per mano di chi.

 

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Aubrey arriva in Grecia, raggiunge Atene e si dedica alle antichità. Nella casa dell’uomo in cui ha trovato alloggio, vive anche Iante, una bellissima ragazza greca che lo accompagna nelle sue escursioni e, soprattutto, gli narra le storie soprannaturali che le raccontava la sua nutrice. Aubrey viene colto dall’orrore quando Iante gli narra la leggenda del vampiro, descrivendo il mostro esattamente con le stesse caratteristiche di Lord Ruthven. Nel frattempo, Aubrey si innamora della ragazza, e Lord Ruthven giunge ad Atene. Iante sarà uccisa da quello che sembra essere un vampiro, ma Aubrey non collega Ruthven all’omicidio, e, anzi, si riunisce a lui per proseguire il viaggio.

In uno dei tanti viaggi vengono attaccati da una banda di briganti; Ruthven viene ferito a morte, e prima di morire fa giurare a Aubrey che non farà parola con alcuno per un anno e un giorno né della sua morte né di ciò che il ragazzo sa di lui: «giura che per un anno e per un giorno non rivelerai in alcun modo ad alcun essere ciò che sai dei miei misfatti o della mia sorte, qualunque cosa accada o qualunque cosa tu possa vedere». Aubrey giura e osserva Lord Ruthven morire.

In seguito, il giovane decide di tornare a Londra, alla magione dei suoi antenati, riunendosi alla sorella diciottenne. Una sera, i due si recano a un ricevimento a corte, e Aubrey resta esterrefatto riconoscendo tra la folla Lord Ruthven, questa volta nei panni di Conte di Marsden. Questi gli ricorda il giuramento fatto. Aubrey cade preda di un esaurimento nervoso, proprio mentre il Conte conosce sua sorella e le fa la corte, a cui segue il fidanzamento ufficiale e la decisione di stabilire la data del matrimonio proprio il giorno in cui scadrà il giuramento. Aubrey, confinato in casa dai medici, scrive una lettera alla sorella nella quale rivela il passato di Lord Ruthven, ma la lettera non arriverà in tempo. Il Conte e la giovane si sposano, Aubrey muore di rabbia e dolore. La prima notte di nozze, la sorella di Aubrey viene trovata a letto prosciugata del suo sangue, del Conte non c’è più traccia.

Nel racconto, i discorsi diretti sono limitatissimi, e solo in tre occasioni a parlare non è Lord Ruthven, quasi si volesse, in questo modo, dare ancora più forza al personaggio. Si hanno infatti due sole volte in cui a parlare è Aubrey, e sono due momenti chiave: la prima volta che parla, Aubrey dice «Lo giuro!» in risposta alla richiesta di Ruthven morente, sancendo così quel giuramento-maledizione che sarà fatale; la seconda volta udiamo la voce del giovane redarguire la sorella pregandola di star lontana dal Conte. Aubrey segna con la sua voce i due snodi della vicenda.

L’unica altra voce presente, ma che rinforza sempre la figura del mostro, è quella degli uomini greci terrorizzati, che, quando vedono Iante distesa a terra col petto macchiato di sangue, gridano «Il vampiro! Il vampiro!»: Ruthven non potrebbe essere più presente di così, sebbene non sia lui a parlare.

Ma un altro aspetto del racconto è bene sia sottolineato: per quanto il tema orbiti attorno alla figura del vampiro come figura orrorifica, è impossibile non avvertire la presenza pregnante dell’aspetto sessuale. Il vampiro opera principalmente per mezzo della seduzione, esercita un’attrazione perfino affascinante nella sua perversione, e le vittime, sebbene sempre descritte come innocenti e ingenue, sono in realtà destinate di per sé a essere vittime in quanto fragili, intrinsecamente deboli.

 

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Quasi causasse il danno senza esserne direttamente responsabile, Ruthven trova in realtà collaborazione proprio nelle sue vittime, esercitando sulla loro debolezza il magnetismo di cui è dotato, facendo, però, emergere anche tutto ciò che era represso nei loro animi.

Non saranno molto diversi Carmilla e Dracula, che giungeranno quasi un secolo dopo, modellati sulla figura creata da Polidori.

Se Dracula è un aristocratico che ormai può solo narrare i tempi lontani della sua stirpe, Ruthven vive in pieno il cambiamento della società, è un’aristocrazia che si avvia al declino ma che ancora resiste, un misto tra sogno e mito come lo è il vampiro. Infine, è significativa la conclusione della vicenda: Ruthven compie il suo delitto e fugge, le sue tracce si perdono, egli è ancora libero, può tornare a rivivere altrove, a essere una Carmilla o un Dracula. Dracula al termine del romanzo viene ucciso, il positivismo e il razionalismo del suo secolo non gli lasciano scampo. Il tempo del mito e del sogno è terminato.


Riferimenti bibliografici

I grandi romanzi gotici, a cura di Riccardo Reim, Edizioni integrali, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, 1993.

Vampiri. Dracula. Carmilla. Il vampiro, di B. Stoker, J. Sheridan Le Fanu, J.W. Polidori, traduzione di A. Brilli, R. Fedi, A. Montemagni, Skira, 2018.


Per la prima foto, copyright: Clément Falize su Unsplash.

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