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John Steinbeck alle prese con un terribile esaurimento nervoso

John Steinbeck alle prese con un terribile esaurimento nervosoPer molti scrittori, non importa quanto successo abbiano o quanto siano prolifici, una buona dose di difficoltà e dubbi si accompagna a ogni libro che scrivono, anzi potremmo dire a ogni atto di scrittura. È successo anche a John Steinbeck che dovette combattere con forza per portare a termine quello che da molti è considerato il suo capolavoro, Furore.

Stando agli inserti del suo diario rispondenti al periodo della redazione del romanzo, potremmo raccontare la storia di un uomo ansioso e logorato, sopraffatto dall’apparente enormità dell’attività. Ma quest’esempio è anche istruttivo: nonostante il suo fragile stato mentale e la perdita di fiducia in se stesso, continuò a scrivere dicendo a se stesso l’11 giugno del 1938:

«Questo dev’essere un buon libro. Semplicemente deve esserlo».

 

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E ancora: «Per la prima volta sto lavorando a un libro vero» scrisse, anche se spesso si sentiva stremato a fine giornata. «Il mio sistema nervoso è malconcio» scisse il 5 giugno. E pochi giorni dopo si descrisse come «assalito dalla mia stessa ignoranza e incapacità». E continua lungo questo solco: «Che fine ha fatto la mia disciplina?» si chiede ad agosto, «Ho perso il controllo?». E ancora a settembre: «Se solo non prendessi questo libro troppo sul serio. È solo un libro dopo tutto, e un libro è davvero morto in poco tempo. E anch’io sarò morto in poco tempo. Allora vai all’inferno». Il peso delle aspettative va e viene, ma lui continua a scrivere.

John Steinbeck alle prese con un terribile esaurimento nervoso

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Il “frutto privato” dei diari di Steinbeck, commenta Maria Popova, «è in molti modi importante e istruttivo sul piano morale» quanto lo è il romanzo stesso. Almeno per tutti quegli scrittori che si trovano nella stessa terribile situazione. Per Steinbeck, tenere un diario era un modo per costringersi alla disciplina e per difendersi dai dubbi su di sé e sulla sua scrittura. Questo potrebbe sembrare contraddittorio, ma tenere un diario, anche quando il romanzo è a uno stallo, è di per sé una disciplina, e un riconoscimento dell’importanza di essere onesti con se stessi, permettendo ai momenti negativi e alla depressione di diventare una parte consapevole delle nostre esperienze.

 

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John Steinbeck alle prese con un terribile esaurimento nervoso

«Non sono uno scrittore» si lamenta in un’altra pagina del suo diario, «Ho ingannato me stesso e gli altri». Nonostante questo però, senza contare quanto sconvolgente potesse essere questo sforzo, decise di sviluppare «una specie di fervore fino a quando non si è stabilita l’abitudine di scrivere un certo numero di parole».

 

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Un atto rituale, dunque, di un tipo che «dev’essere una forza molto più dura della volontà o dell’ispirazione».

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