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Jean Cocteau e la “difficoltà d’essere”

Jean Cocteau e la “difficoltà d’essere”Jean Cocteau nasce il 5 luglio 1889 a Maisons–Lafitte in una famiglia in cui la musica è forse la cosa più importante. Fin da piccolo Jean vive tra ricevimenti musicali, concerti e spettacoli alla Comédie française. A sedici anni pubblica la sua prima raccolta di poesie, La Lampe d’Aladin. Poco dopo seguiranno Le Prince Frivole e La Danse de Sophocle. Ma presto rinnegherà la troppo facile Lampe d’Aladin ed entrerà nella sua prima fase “reazionaria”.

Durante gli anni d’oro dei balletti russi di Diaghilev, Cocteau farà infatti parte del gruppo insieme a Stravinskij e Nijinskji; seduto in prima fila durante la prima sconvolgente rappresentazione de Le Sacre du printemps, Cocteau capirà che quello che un artista deve fare è disprezzare «tutto quello che continua a girare nell’aria.» Bisogna bruciare vivi, come le fenici, per rinascere. Bisogna essere abbastanza coraggiosi da votarsi a un culto ancora sospetto, quando tutti gli altri ormai offrono solo più pace e riposo.

Da riflessioni come questa, nate e rielaborate nel corso degli anni, prende vita La Difficulté d'être, pubblicato nel 1947.

 

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Si tratta di una raccolta di confidenze, ricordi, pensieri e ritratti di una ricchezza incredibile, la cui varietà di temi conserva la passione e la vitalità del suo autore. Scritto in maniera informale ma non colloquiale, quasi si trattasse di un diario, La Difficulté d'être è un libro sottile ma intenso, erede della tradizione letteraria del XVIII secolo e allo stesso tempo innovatore. Il titolo è infatti preso in prestito da una frase di Fontanelle che, ormai ultracentenario e prossimo alla morte, al suo medico che gli chiedeva come si sentisse rispose: «Bene, sento solo una certa difficoltà di essere.» Allo stesso tempo la novità è in tutto: nella materia trattata, nel modo di trattarla, nello sguardo e nella morale.

Jean Cocteau e la “difficoltà d’essere”

Cocteau scrivendo di sé, uomo e artista, si guarda in uno specchio che non è né compiacente né crudele, si analizza, crea un repertorio delle sue amicizie, della sua attività creatrice e delle sue ossessioni. Le riflessioni morali si sviluppano sul tema della morte, del dolore, e della capacità che ha l’anima di indirizzare e comandare sia la vita sia l’opera di un autore.

È senza dubbio con Jean Cocteau che i termini “poeta” e “poesia” hanno preso la definizione più precisa. Dotato di tutti i mezzi espressivi, ha realizzato il sogno di Nietzsche di essere «danzatori nella battaglia». Cocteau è riuscito a condurre con successo l’eterna lotta della chiarezza e della luce contro le false tenebre. Come Orfeo anche lui è sceso negli inferi dell’inconscio, riportando in superficie una creatura bellissima, nuda, “fastidiosa”, che dice di chiamarsi Euridice, e che in realtà non è altro che la Verità.

«Sono un bugiardo che dice sempre la verità» scrive Cocteau. Le bugie del poeta sono le favole con il quale crea la “sua” verità, non per renderla più piacevole, ma al contrario per proteggerne gli spigoli, i punti vitali e l’azione intrinseca.

Gli innumerevoli mezzi d’espressione che Cocteau padroneggia gli permettono di fuggire la monotonia; la vera missione del poeta lo obbliga a disturbare, a impicciarsi di tutto, a occuparsi di ciò che non lo riguarda. Per renderci sensibili a una certa dimensione del mondo, a una realtà che soggiace al reale quotidiano, più profonda, più terribile, ma anche più consolatrice e tenera, perché fatta di Bellezza allo stato puro. Ed è proprio questa Bellezza che il poeta riesce a riesumare, a portare davanti ai nostri occhi nelle sue opere.

Jean Cocteau e la “difficoltà d’essere”

Ma come giustificare l’eccellenza di Cocteau in tutti i campi? Jean disegna tanto bene quanto scrive. Parla come un libro. Ha recitato e messo in scena decine di pièces teatrali. Si è avvicinato al cinema e ha girato film che sono diventati dei veri e propri archetipi che i cineasti di oggi continuano a riprendere, rielaborare e riadattare. Dipinge come un pittore, incide come un incisore. Dov’è quindi il vero Cocteau in tutto questo?

Secondo Cocteau il lavoro dell’artista è simile a quello dell’archeologo:

«Tout homme est une nuit, le travail de l’artiste est de mettre cette nuit en plein jour.»

(«Ogni uomo è una notte, il compito dell’artista è di mettere questa notte in piena luce.»)

Jean Cocteau e la “difficoltà d’essere”

Questa volontà di portare la chiarezza e la luce nel cuore delle tenebre interiori mostra quanto, sia per istinto, sia per decisione, Cocteau sia apollineo e classico. L’attitudine romantica e l’ebbrezza dionisiaca gli sono estranei. Collaborare alla confusione notturna, desiderare temporali, aggiungere oscurità, come volevano Chateaubriand e Mallarmè, non è nelle sue corde. È questo il motivo per cui le opere di Cocteau che, pur definendo la poesia come una religione senza speranza, sono una perpetua incitazione all’energia e alla vitalità.

 

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La Difficulté d'être è un vero e proprio manuale del saper-vivere, del saper scrivere e del saper pensare. E non è assolutamente un libro pessimista.

Come diceva Cocteau: «je suis un pessimiste optimiste» («sono un pessimista ottimista»).

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