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Isis, l’ideologia che assomiglia a un virus. Intervista a Maurizio Molinari

Isis, l’ideologia che assomiglia a un virus. Intervista a Maurizio MolinariÈ innegabile che sia in corso ormai una guerra tra il terrorismo di matrice islamica e l’Occidente; così come è innegabile che a ricoprire un ruolo di primo piano in questa guerra sia proprio l’Isis, che sempre più spazio sta acquistando proprio in Medio Oriente e per il quale gli attacchi terroristici in Europa sono funzionali a una strategia di affermazione ai danni di altri gruppi islamici, non solo di ispirazione sciita, ma anche tra gli stessi sunniti.

Questi sembrano essere i contorni di una guerra, così come delineati da Maurizio Molinari, corrispondente dal Medio Oriente e prossimo Direttore de «La Stampa», già autore di Il califfato del terrore e da poco tornato in libreria con Jihad. Guerra all’Occidente, edito in questi giorni da Rizzoli.

E proprio di questi aspetti abbiamo discusso con Maurizio Molinari, nell’intervista qui di seguito, cercando di porre l’accento sulla situazione in Medio Oriente e su come l’Isis tragga vantaggio dalla confusione in atto e sulle azioni funzionali alla sua sconfitta da parte dell’Europa.

 

Nel libro lei parla di una vera e propria guerra all’Occidente. Quanto è reale la minaccia di un’islamizzazione dell’Europa?

La guerra all’Occidente è uno strumento con cui i jihadisti perseguono il dominio dell’Islam. Il libro spiega, teatro di battaglia per teatro di battaglia, tribù per tribù, come la dinamica del conflitto è interna all’Islam. I gruppi jihadisti, l’Isis ma non solo, adoperano l’Europa come palcoscenico per fare sfoggio di potenza, reclamare potere, imporsi sui propri vicini nel proprio mondo. È un nemico diverso da quelli del Novecento. E ci combatte con intenzioni differenti: non abbiamo contro un Impero come nella prima guerra mondiale, una nazione totalitaria come nella seconda guerra mondiale o una coalizione di Stati come nella Guerra Fredda, bensì una galassia di tribù alimentata da un’ideologia violenta che per imporsi sull’intero Islam porta la guerra in Occidente, uccide nelle nostre strade e città. È il primo nemico totalitario del XXI secolo. Bisogna conoscerlo, esplorarlo, comprenderlo, per trovare la migliore ricetta per combatterlo.

Isis, l’ideologia che assomiglia a un virus. Intervista a Maurizio Molinari

Possiamo provare a tracciare le caratteristiche generali di questa nuova jihad anche in funzione del contrasto interno ai sunniti e di quello tra sunniti e sciiti, contrasto che, nel libro, lei considera centrale?

Il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi è l’epicentro di due conflitti: fra la rivoluzione islamica sunnita, che rappresenta, e la rivoluzione islamica sciita frutto della vittoria khomeinista in Iran nel 1979; fra i movimenti risoluzionari sunniti di stampo islamico e i governi dei vari Paesi arabi. Sono due conflitti che si nutrono di opposte interpretazioni dell’Islam e si moltiplicano a causa dell’implosione degli Stati che fa riemergere le identità tribali d’origine di queste popolazioni.

 

Nel libro, lei descrive il Medio Oriente come un focolaio di lotte intestine (una vera e propria anarchia), e la contrapposizione tra sunniti e sciiti contribuisce, in parte, a spiegare la situazione. A questo, infatti, si aggiunge il conflitto tra le cinque potenze regionali, Arabia Saudita, Iran, Turchia, Egitto ed Emirati Arabi, e quelli tra clan e tribù all’interno di singoli Stati. Fino a che punto tutto questo può rappresentare una minaccia per l’Isis? Oppure possiamo parlare di un supporto più o meno involontario alla sua ascesa?

Le cinque potenze regionali tendono a sfruttare l’attuale fase di anarchia per creare proprie sfere di influenza nel mondo arabo-musulmano. Si tratta di progetti rivali, perseguiti con l’impiego di ingenti risorse, anche militari. È tale dinamica che rischia di trasformare le guerre civili in atto – in Siria, Iraq, Libia o Yemen – in conflitti fra Stati. In tale cornice ognuna delle potenze regionali rivali sfrutta l’Isis come strumento per perseguire il proprio fine di prevalere sulle potenze concorrenti. Ciò consente a Isis di avere ampi margini di manovra, per crescere, rafforzarsi e prosperare.

Isis, l’ideologia che assomiglia a un virus. Intervista a Maurizio Molinari

A questo proposito, lei scrive «al-Baghdadi non si cura troppo di fedelissimi eliminati e villaggi perduti, ciò che conta per lui è restare protagonista di una guerra permanente». Quale funzione assume la guerra nell’ideologia dell’Isis, così come disegnata da al-Baghdadi?

Lo Stato Islamico si basa su un’ideologia che assomiglia a un virus: promuove l’identificazione con la violenza e cresce grazie all’adesione volontaria da parte di una moltitudine di individui che la fanno propria. È un virus che si sviluppa lungo due tracciati: il richiamo alle origini dell’Islam da parte dei gruppi salafiti jihadisti e un’idea romantica della violenza che fa proseliti anche in Europa, Nordamerica e Australia fra chi si converte all’Islam. È un’ideologia basata sull’amore per la morte, che snatura il messaggio originario dell’Islam per trovare in una fede monoteista la sua legittimazione. Quanto avvenuto dal 1928 in poi, quando in Egitto nacquero i Fratelli Musulmani che con Hassan el Banna furono i primi a promuovere la rinascita del Califfato abolito da Ataturk in Turchia, dimostra che tale ideologia si trasforma, rinnova, evolve, a prescindere da chi la guida: Hassan el Banna, Abdullah Azzam, Osama Bin Laden e Abu Bakr al-Baghdadi hanno vissuto in epoche diverse, generando forme di violenza sempre più aggressive.

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In questo scenario, come si colloca l’Iran sciita, anch’esso guidato dall’aspirazione a una vittoria totale? È plausibile che ci troveremo dinanzi a uno scontro tra due diversi disegni apocalittici animanti da due interpretazioni dell’Islam, oppure la minaccia atomica iraniana porterà l’Isis verso una possibile alleanza?

Le due rivoluzioni islamiche, sciita e sunnita, tendono per definizione al dominio globale sull’Islam. Quella sciita, rappresentata dall’Iran, in questo momento è prevalente in Medio Oriente: controlla un’area di territori contigui da Teheran e Beirut, è sostenuta da una grande potenza economica, possiede un programma nucleare legittimato dalla comunità internazionale e ha nella Russia di Putin un alleato strategico. È tale preponderanza sciita che spinge i sunniti nelle braccia di Al-Baghdadi. I sunniti che vivono in Medio Oriente si sentono vulnerabili, minacciati dall’egemonia sciita e ritengono di non avere leader in grado di arginarla. Da qui il successo di Al-Baghdadi. È una dinamica che spiega l’aperta ostilità all’Iran da parte di Arabia Saudita, Egitto, Turchia e per alcuni versi anche gli Emirati Arabi Uniti: duellano con Teheran, dalla Siria allo Yemen, per strappare ad Al-Baghdadi la guida del fronte anti-sciita.

Isis, l’ideologia che assomiglia a un virus. Intervista a Maurizio Molinari

Restando in tema di oppositori all’Isis, lei menziona anche Ahmed el-Tayyeb, il grande imam dell’Università di al-Azhar, che si è espresso contro i jihadisti e i loro sostenitori, e Abdesselam Lazaar, direttore dell’Istituto per la formazione degli imam a Rabat, che ha definito l’Isis, una malattia, un virus. In concreto, la parole di el-Tayyeb e Lazaar quanta eco hanno avuto in Medio Oriente?

Molta. Sono queste voci all’interno della galassia sunnita a poter generare gli anticorpi capaci di contrastare e, forse, sconfiggere nel lungo termine il virus jihadista. Bisogna seguire con attenzione la dinamica interna al mondo religioso sunnita. Quando il presidente egiziano al-Sisi afferma che gli ulema – i saggi dell’Islam – devono andare dentro le moschee a spiegare perché non si può uccidere il prossimo disegna l’unica vera strada per demolire, dall’interno, il virus della violenza più estrema.

 

Nelle varie posizioni nei confronti dell’Isis, non possiamo non menzionare l’ambiguità del Qatar, sui cui si sofferma nel libro. Questa rappresenta una strategia per la risoluzione della crisi mediorientale o è un modo per lasciare aperto un varco indipendentemente da chi avrà successo?

Il Qatar è una nazione di confine fra i due modelli di Islam sunnita: quello rivoluzionario, che si richiama ai Fratelli Musulmani, e quello pragmatico, espressione di governi e regimi esistenti. La dinastia al potere oscilla fra questi due schieramenti. Quanto avviene a Doha diventa così la cartina tornasole del conflitto di civiltà in corso dentro l’Islam sunnita.

Isis, l’ideologia che assomiglia a un virus. Intervista a Maurizio Molinari

Nonostante la guerra continua, l’Isis non dimentica gli affari. Citando Ahmed Mikati, uno dei colonnelli di al-Baghdadi catturato dall’esercito libanese, lei scrive che uno degli obiettivi dell’Isis è «trovare uno sbocco al Mediterraneo al fine di esportare il greggio estratto soprattutto in Iraq ma anche in Siria». Quanto la jihad e gli intenti apocalittici dell’Isis sono rafforzati da questi piani di espansione economica su grande scala?

Lo sbocco al Mediterraneo serve a Isis per due obiettivi: estendere la Jihad all’Europa e moltiplicare i profitti grazie ai traffici illeciti. Guerra e business nella visione di al-Baghdadi procedono assieme perché Isis combatte nel solco delle tribù del deserto: l’intento è anzitutto accumulare ricchezza per distribuirla fra i propri seguaci e corrompere i nemici. In tale ottica i corsi d’acqua moltiplicano le fonti di guadagno e il mare è l’obiettivo strategico più ambito: se facciamo attenzione alle più recenti attività di Isis avvengono tutte dalle coste del Sinai a quelle della Libia. L’intento è impossessarsi dei traffici sottocosta. Che si tratti di armi, droga, greggio, sigarette o clandestini fa poca differenza: ciò che più conta per Isis è la possibilità di moltiplicare le entrate.

 

L’occupazione e il controllo della Libia, da parte del Califfato, rappresenterebbe, secondo lei, un elemento importante sia per ragioni economiche sia per il controllo sull’immigrazione clandestina, come spiega anche Abu Arhim al-Libim, alto ufficiale di Isis a Sirte...

Lo Stato Islamico gestisce ogni traffico per arricchirsi e rafforzarsi. La Libia è utile perché si tratta di una Siria nel bel mezzo del Mediterraneo, a cavallo fra Europa e Africa, accesso al Sahara, al Sahel, al Maghreb ed all’Italia. È una piattaforma strategica di primaria importanza. Senza contare che possiede assai più greggio e gas della Siria. Da qui il posizionamento dei jihadisti a Sirte, al fine di dare vita ad uno Stato Islamico anche nel Maghreb, estensione del Califfato di Raqqa, destinato a ricongiungersi con Boko Haram in Nigeria.

Isis, l’ideologia che assomiglia a un virus. Intervista a Maurizio Molinari

E l’Europa? Nel libro, auspica leggi più efficaci contro il terrorismo e sull’immigrazione in nome di una sicurezza collettiva. Quanto hanno inciso le divisioni interne sulla debolezza dell’Europa? E potrebbe essere sufficiente la definizione di una risposta europea unica per arginare la jihad dell’Isis?

L’Europa ha anzitutto bisogno di creare una coalizione anti-jihadista ovvero di trovare un consenso interno su tre tavoli: più integrazione fra forze di polizie e intelligence; un nuovo equilibrio fra libertà personali e sicurezza collettiva; l’intesa sulla definizione del nemico. In ogni conflitto epocale il primo passo è la creazione di un solido fronte interno. Accelerare lo scontro diretto con i jihadisti sui loro territori serve a poco se prima lì non disponiamo di una solida coalizione interna. Si tratta di un lungo conflitto perché l’avversario è ideologico. Dobbiamo attrezzarci per poterlo sconfiggere nel lungo termine. Rafforzare il fronte interno è il primo, strategico passo da compiere in fretta, con determinazione.


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