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“Io sono la bestia”, Andrea Donaera racconta la Sacra Corona Unita

“Io sono la bestia”, Andrea Donaera racconta la Sacra Corona UnitaIo sono la bestia (NN Editore, 2019), in libreria dal 23 settembre, è il primo romanzo di Andrea Donaera, giovane scrittore pugliese che finora si è occupato prevalentemente di poesia, sia come autore che come curatore di collane poetiche per alcune case editrici.

La storia, raccontata a più voci da diversi personaggi, è ambientata nel 1994 in un borgo senza nome nel Salento, dove Donaera è nato e ha vissuto prima di trasferirsi a Bologna: Mimì è un piccolo boss della Sacra Corona Unita, l’organizzazione criminale che da decenni spadroneggia in Puglia con modalità simili a quelle della mafia siciliana e spesso anche più feroci. Suo figlio Michele, un sedicenne grasso e goffo, si è appena suicidato buttandosi dal settimo piano. Quasi impazzito dal dolore, Mimì crede di aver individuato una possibile colpevole di quella morte in Nicole, una compagna di scuola che aveva ignorato l’amore che Michele provava per lei, testimoniato da messaggi e poesie, perciò stabilisce che la ragazza dovrà in qualche modo pagare per quanto è accaduto.

Tutti i personaggi che compaiono nel romanzo, prendendo voce da un capitolo all’altro, devono affrontare il dolore suscitato dalla scomparsa di Michele, a partire dalla madre e dalla sorella, tuttavia sarà solo nella mente e nel cuore di Mimì, boss senza alcun vincolo morale, che questo dolore susciterà una catena di eventi sempre più tragici e feroci.

 

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Della Sacra Corona Unita si parla molto meno rispetto ad altri fenomeni criminali dello stesso genere, per cui abbiamo fatto qualche domanda a questo proposito ad Andrea Donaera.

 

Come mai, dopo svariate esperienze poetiche, è passato al campo della narrativa?

Proprio pochi giorni fa uno un mio amico fraterno mi ha detto: «Ma tu, in realtà, pure quando scrivi poesia, stai raccontando qualcosa». Ho annuito. È così. La poesia è stata per tanto tempo un espediente agevole per realizzare una complessa autofiction, una narrazione (s)composta in tanti piccoli capitoli e scritta attraversando trasversalmente i linguaggi della poesia e della prosa. La mia prima vera “raccolta” (uscita quest’anno nel XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos) consiste in un’alternanza di prose e poesie che, a ben vedere, anticipano molto di quello che poi ci sarà in Io sono la bestia. Insomma, la tensione verso la prosa “pura” cova in me da sempre, e credo sia parecchio evidente nelle mie poesie.

“Io sono la bestia”, Andrea Donaera racconta la Sacra Corona Unita

La Sacra Corona Unita è un fenomeno più recente della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta, ma in pochi decenni si è estesa e ramificata ben oltre i confini della Puglia. Cosa l’ha spinta a scegliere proprio questo tema per il suo esordio narrativo?

Non sono un esperto di criminalità organizzata. Sono soltanto cresciuto in un pezzo di Italia dove la Sacra corona unita è una realtà talmente radicata che non sorprende e non “fa strano”. Senza lasciare alcuna prova si occupa alla luce del sole di gestire ogni componente di ogni processo sociale e, salvo poche realtà lucide e virtuose, il tutto è accolto con silenzioso consenso. Per raccontare una storia estrema d’amore e morte, sebbene si trattasse di pura fiction, mi è sembrato assolutamente naturale collocare gli eventi in questo tipo di cornice. Non ci ho riflettuto molto, mi sembrava scontato.

Per un lettore medio salentino credo che Io sono la bestia potrebbe tranquillamente risultare un romanzo eccessivo, se non addirittura offensivo, perché moltissime persone non riescono a rendersi conto davvero di quanto sia presente attorno a loro una realtà criminale violentemente organizzata. La Sacra non appare mai in superficie: la Sacra è la superficie. E se vuoi parlare di quei posti – o quantomeno ambientarci una storia – quella superficie la devi tenere in considerazione.

 

Nel romanzo lei dà voce a diversi personaggi, e verso quasi tutti è difficile provare empatia. Qual è stato il più complesso da raccontare?

Il personaggio più problematico da scrivere è stato sicuramente Veli – che poi, in ultima analisi, forse è il meno “sgradevole”. In principio (durante la mia prima sera di scrittura) doveva essere lui il protagonista assoluto del romanzo, come era stato per il breve testo teatrale che abbozzai diversi anni fa e che intitolai proprio Io sono la bestia. Ma continuava a sembrarmi un personaggio destinato a non avere un passato e un futuro. Questo era snervante, mi sembrava di provare a colorare l’acqua con una matita. Fino a quando non ho capito che era proprio quella la sua natura: non avere passato e non avere futuro, essere imbrigliato senza scampo nelle sue contingenze, nel suo appannato paesaggio mentale e nel suo presente terribile. Soltanto così, durante un’avanzata fase di editing, sono riuscito a lasciarlo andare verso il baratro di una non-vita e a farlo emergere come un vero personaggio. Soltanto così ho potuto garantirgli, quantomeno, un barlume di futuro.

“Io sono la bestia”, Andrea Donaera racconta la Sacra Corona Unita

Le donne, nel mondo che lei descrive, appaiono del tutto secondarie e passive rispetto alla ferocia degli uomini, forse ancora di più che in altri contesti criminali che ci sono stati raccontati. Non esiste un desiderio di ribellione a questo stato di cose?

Mi permetto di dissentire, perché questo è un punto a me particolarmente caro. In Io sono la bestia ci sono processi relazionali governati dallo spazio e dal tempo in cui è ambientata la storia, cioè il profondo Salento degli anni Novanta. E più che di passività parlerei di paura. Tutti i personaggi, donne e uomini, hanno paura: della Sacra corona o del proprio destino, della propria famiglia o della morte.

Donne e uomini sono indistintamente immersi nella paura. Carmine, lo scagnozzo di Mimì, ha paura del suo boss; la giovane Nicole ha paura della morte; Veli ha paura di vivere la vita in cui è stato costretto; Mimì stesso ha paura, specialmente di se stesso. E così via. La moglie del boss Mimì non è passiva nei confronti del marito per sudditanza, ma per arcaiche regolamentazioni morali tipiche in molti posti del Sud Italia ancora oggi. Nicole viene rapita e non resta per nulla passiva, fa di tutto per scappare. Arianna, figlia maggiore del boss, non accetta le imposizioni del padre per passività, ma per amore: un amore che non riesce ad ammettere, ma che nel finale del romanzo (senza fare spoiler) credo risulti piuttosto vivido.

Il concetto di “ribellione”, poi, nella famiglia di un boss della Sacra corona, non credo possa avere senso: si nasce e si cresce in un tenore di vita altissimo e moltissimi figli di boss sanno veramente poco del “lavoro” del padre – oppure finiscono per prenderne l’eredità. Non è una questione di donne o uomini, no. La storia che ho provato a raccontare vuole tracciare le estreme conseguenze di rapporti umani torbidi e, infatti, paralizzanti per chiunque li viva.

 

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In Io sono la bestia i protagonisti si muovono in un mondo rurale dominato da regole arcaiche, ma siamo pur sempre a poca distanza dalle spiagge sempre più frequentate da turisti provenienti da mezzo mondo. Come vede il futuro del Salento, che oggi appare una terra di fortissimi contrasti?

Le vicende del romanzo si svolgono nel 1994, quando il Salento non era ancora stato “scoperto” dai turisti. Ed è per questo che in Io sono la bestia ha senso raccontare quel tipo di Sacra corona unita, quella “rurale”, quella delle pistole e delle efferatezze, mentre oggi è tutto molto cambiato.

La Sacra degli ultimi anni agisce in modi del tutto diversi ed è principalmente dedita a occuparsi del fenomeno turistico per ottenerne quanto più guadagno e potere possibile. Come dicevo in una risposta precedente: la Sacra non ha mai agito in superficie, perché è la superficie. Anche oggi, anche se nel Salento, dagli anni Novanta a oggi, sembrano essere passati secoli. Adesso è tutto un continuo provare a rendere le città e i paesi enormi trappole acchiappa turisti, barocche macchine mangia soldi, per poi superare l’estate, lamentarsi per mesi dei politici che «non sanno destagionalizzare», poi arriva un’altra estate, altri baracchini di souvenir, centinaia di nuove navette con conducente, nuovi ristorantini che aprono e chiudono in tre mesi, altri localini che fanno drink a 15 €, ancora le spiagge che affittano ombrelloni a 70 € al giorno, le ennesime  sagre di pseudo prodotti locali, la solita compagnia teatrale locale amica dell’assessore mette in scena in piazza il solito spettacolo comico dialettale, lo spaccio nelle spiagge libere procede a gonfie vele e comprende un ventaglio di scelte che va dalle birre al lime ai tampax imbevuti di vodka.

Non lo so proprio che futuro vedere per una terra del genere. Una terra che contiene alcuni tra i posti più belli che una persona possa vedere, città che sono bomboniere, il miglior mare d’Europa, campagne uniche al mondo... ma una popolazione di anziani che vota in base ai verdetti televisivi e una popolazione di giovani che si disperde fuggendo alla spicciolata verso il resto d’Italia. Una terra con bassissima scolarizzazione, con un’Università che sembra aver voluto scientemente dare lavoro alle peggiori menti di ogni generazione. Non lo so, non lo so che futuro vedere. Vorrei tanto saperlo, però. Davvero.


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Per la prima foto, copyright: lucas clarysse su Unsplash.

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