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"Invito a Capri con delitto", il ritorno del commissario Gigi Berté

"Invito a Capri con delitto", il ritorno del commissario Gigi BertéCon Invito a Capri con delitto (Corbaccio, 2017) arriva nelle librerie la sesta indagine del commissario Berté, firmata da Emilio Martini, pseudonimo scelto dalle sorelle milanesi Elena e Michela Martignoni il giorno in cui, dopo aver firmato alcuni romanzi storici di ambientazione rinascimentale, hanno deciso di dare vita a questa serie di thriller.

Berté è, nella migliore tradizione del genere, un poliziotto atipico, calabrese d'origine, milanese d'adozione ma trasferito d'ufficio a Lungariva, paesino ligure sovraffollato d'estate e deserto nei mesi invernali, per cause mai chiarite.

Questa volta, però, il luogo in cui si svolge la vicenda narrata non è più la Liguria ma l'isola di Capri, dove Berté decide di recarsi dopo aver ricevuto una richiesta d'aiuto da parte del professor Alberto Sorrentino, un vecchio amico di famiglia. L'uomo è rimasto sconvolto da una lettera, risalente a quarant'anni prima, che qualcuno gli ha recapitato dopo averla trovata durante i lavori di sgombero di una villa messa in vendita. Le poche righe del messaggio, rimasto interrotto, hanno riportato l'anziano professore all'estate del 1976, quando nella villa abitava la bella austriaca Diana Meyer, con cui Sorrentino aveva avuto una breve ma ardente relazione, troncata dalla brusca partenza di lei che aveva lasciato l'isola con Caio, il marito tedesco, senza farvi mai più ritorno.

Per quarant'anni, nonostante abbia poi condotto una vita serena sposandosi e mettendo al mondo un figlio, il professore si è tormentato nel ricordo di quell'amore giovanile, ma ora il ritrovamento della lettera gli pone nuovi interrogativi: forse Diana non voleva lasciarlo, ma è stata costretta a farlo? E perché lei e il marito sembrano essere scomparsi dalla faccia della terra? Perché proprio ora la villa dove abitavano è stata messa in vendita?

Berté si ritrova costretto ad aiutare l'amico a ricostruire quella lontana estate del 1976, ma questa ricerca gli svelerà tutto un mondo segreto, e soprattutto una Capri molto diversa da quella conosciuta dai turisti.

Le sorelle Martignoni, che pur avendo utilizzato uno pseudonimo non sono interessate a nascondere la loro identità, hanno incontrato un gruppo di blogger nella sede della casa editrice Corbaccio per festeggiare la sesta puntata della loro saga thriller.

"Invito a Capri con delitto", il ritorno del commissario Gigi Berté

Perché questo cambio di scenario?

Secondo noi questo progetto può anche migrare, e ogni tanto ha anche bisogno di cambiare aria. Onestamente, quanta gente può morire nel paese di Lungariva? Ci è piaciuta l'dea di mandare il commissario un po' in vacanza.

 

Però la descrizione che fate di Capri non è del tutto rassicurante.

La bellezza dell'isola è innegabile, però ci piaceva questo mix di bellezza e mistero. Abbiamo cercato di sottolineare che Capri non è solo quello che vedono i turisti, c'è anche un substrato storico e culturale che esiste da secoli, ma è pochissimo valorizzato. Le rovine della villa di Tiberio, ad esempio, sono eccezionali, ma a vederle ti viene la depressione per lo stato d'abbandono in cui versano. Gli stranieri che ci arrivano restano sempre perplessi. C'è anche l'importante elemento mitologico che si mescola con quello storico, anche se abbiamo cercato di non stancare il lettore con troppe descrizioni.

Il personaggio della regista Lilly Keller è costruito sul modello di tanti artisti e appassionati, soprattutto tedeschi, che nel corso del tempo si sono interessati alla storia e alle leggende dell'isola.

 

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È interessante l'inserimento del dialetto napoletano in cui si esprimono alcuni personaggi…

Ci siamo fatte aiutare, non essendo napoletane, da persone esperte, come si legge anche nei ringraziamenti finali, ma ci sembrava credibile che alcuni personaggi, per la loro collocazione nella storia e nel luogo, si esprimessero in dialetto e non in italiano.

"Invito a Capri con delitto", il ritorno del commissario Gigi Berté

Non è più difficile creare una storia plausibile ambientandola quarant'anni fa anziché nel presente?

Le difficoltà ci sono sempre. Per noi che veniamo dal romanzo storico però non è un problema parlare del passato, l'importante è fare delle ricerche serie. Come nasca una storia non ne abbiamo la più pallida idea: a un certo punto, durante le nostre conversazioni, prende forma questa specie di "mostro" che, a poco a poco, segue la sua traiettoria. Il passato comunque non ci spaventa, vorremmo anzi tornare prima o poi al romanzo storico.

 

Come riuscite a unire i vostri due caratteri in una sola scrittura?

Litigando! Facciamo tremende litigate, da buttarci giù il telefono in faccia, ma poi arriviamo al compromesso. In una storia thriller è difficile far quadrare tutto, rendere la storia plausibile, ma soprattutto far capire al lettore come si arriva alle intuizioni che permettono di svelare la trama. Dopo tanti anni di lavoro in comune non saremmo più capaci di scrivere da sole, ma scrivere insieme è anche una lezione reciproca di umiltà.

 

E materialmente come vi comportate?

Siamo due confusionarie, quindi scordatevi schemi e scalette. La nostra mancanza di metodo è totale, anche se ogni volta ci ripromettiamo di organizzarci. La cosa più importante è la revisione, non tanto per il linguaggio, perché risulta ormai abbastanza omogeneo e diventa difficile distinguere chi ha scritto cosa, ma per cogliere errori, incongruenze, ripetizioni. Abbiamo qualche lettore in anteprima, amici crudelissimi che non devono perdonarci nulla, e naturalmente la nostra editor in Corbaccio. C'è proprio bisogno di uno sguardo esterno per cogliere gli errori.

Altra cosa importante sono i consulenti, perché senza di loro non potresti scrivere un romanzo di questo tipo: poliziotti, psichiatri, medici. Berté, del resto, ci è stato ispirato da un vero commissario che conosciamo di persona.

Non ci piace comunque il genere splatter, per cui seguiamo una linea morbida, che deve comunque essere coerente e plausibile. Capri l'abbiamo scelta anche perché, soprattutto quarant'anni fa, mancando tutti i sistemi di controllo attuali, come ad esempio le videocamere di sorveglianza, era un luogo dove si poteva sparire facilmente nel nulla.

"Invito a Capri con delitto", il ritorno del commissario Gigi Berté

Questo a me è sembrato anche un romanzo d'amore, oltre che un giallo, perché andate ad analizzare le dinamiche di diverse coppie, compresa quella della storia scritta dal commissiario, che si diletta a fare lo scrittore. È difficile per voi seguire due storie in contemporanea?

No, perché la novella attribuita a Berté viene scritta in tempi diversi, poi spezzata nei modi giusti per essere inserita nel romanzo. Ci interessa magari sapere se la doppia lettura può confondere o disturbare il lettore, perché alcuni ci hanno fatto delle critiche a questo proposito, e incontrare delle lettrici particolari come voi blogger per noi è importantissimo. Una lezione che abbiamo appreso scrivendo romanzi storici è che in passato il rapporto autori-lettori era quasi inesistente. Ci sono storici importantissimi, da cui ancora oggi non si può prescindere se ci si accosta a personaggi come i Borgia, ad esempio, della cui vita non sappiamo assolutamente nulla. Questi studiosi hanno lasciato opere meravigliose, ma noi non abbiamo la più pallida idea di chi fossero.

Adesso, invece, abbiamo scrittori che non sono nessuno, ma di cui sappiamo tutto... Non è più tanto l'opera a interessare, quanto l'autore, e questo in fondo è molto triste, perché il libro dovrebbe restare sempre al centro dell'interesse, ben più di chi lo ha scritto. Noi abbiamo voluto che Berté fosse un poliziotto scrittore, perché ci piaceva l'idea di caratterizzarlo in modo un po' diverso dal solito, anche se non abbiamo rinunciato a parodiare molti cliché del genere: adesso tutti i poliziotti amano la buona tavola, hanno storie d'amore tormentate, il che poi sarebbe anche naturale in persone che vivono in un modo poco propizio alla vita familiare. Del resto, i poliziotti devono scrivere molto, come vediamo quando andiamo a trovare il vero Berté: sono sempre impegnati a redigere verbali, perché quello che non scrivono non è considerato "vero" finché non viene registrato su carta.

 

Perché vi siete ispirati a una persona vera?

Perché quando abbiamo conosciuto questo poliziotto ci è piaciuto moltissimo: è uno che ti dà l'impressione di partecipare direttamente ai problemi delle persone di cui si deve occupare. Una volta ci ha detto "Io soffro per le sofferenze degli altri" e ci siamo rese conto che non era una battuta. L'incontro è nato perché una di noi si è fatta fregare la borsa all'uscita dal supermercato ed è dovuta andare a fare la denuncia nel suo commissariato.

 

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Come mai avete scelto di scrivere questa serie sul commissario sotto pseudonimo, oltretutto maschile?

Emilio è un nome di famiglia, si chiamava così nostro nonno, ma soprattutto abbiamo pensato al grande Emilio Salgari che per noi è l'emblema della fantasia: non ha mai fatto grandi viaggi, eppure ha inventato un mondo unico. Ogni libro è un viaggio, il più riuscito è quello che ti fa dimenticare tutto ciò che sei per trasportarti altrove. Martini è stato scelto perché suonava bene ed era semplice.

Abbiamo deciso di usare uno pseudonimo perché consideravamo i nostri veri nomi già troppo legati al mondo del romanzo storico, e al maschile perché sappiamo che nel mondo degli uomini lettori di gialli è diffuso un certo pregiudizio nei confronti delle scrittrici. Sembra assurdo, ma abbiamo conosciuto lettori che dichiarano addirittura di non leggere libri scritti da "donne", che spesso vengono considerate solo possibili autrici di romanzi d'amore. E questo anche se il mondo del giallo è pieno di grandissime autrici.

"Invito a Capri con delitto", il ritorno del commissario Gigi Berté

Perché allora vi siete poi rivelate?

Diventava difficile promuovere i libri. All'inizio è molto divertente restare nel mistero, ma è complesso reggerlo a lungo. Anche se ci conoscono, comunque, continuiamo a usare lo pseudonimo perché ormai è legato a questa saga.

Abbiamo ancora tante cose da raccontare su Berté, ogni romanzo svela un pezzetto del personaggio e della sua vita passata: non abbiamo ancora spiegato, ad esempio, il motivo del suo iniziale trasferimento punitivo da Milano al paesino di Lungariva, ma arriverà anche quello.

 

Quando avete iniziato pensavate già di farne un personaggio seriale, oppure il primo era stato solo un tentativo?

Il primo in assoluto era stato un racconto lungo mandato a Cecilia (Cecilia Perucci, direttore editoriale Corbaccio) perché lo leggesse nel tempo libero, ma allora non avevamo proprio idea di possibili sviluppi.

 

Ma voi avete già le idee chiare riguardo a tutto quello che ci dovete ancora raccontare su Berté, oppure anche per voi il personaggio è ancora in divenire?

Tutte le volte che iniziamo a scrivere un nuovo romanzo di Berté pensiamo che debba essere l'ultimo, anche perché siamo tormentate da almeno dieci anni da un nuovo romanzo storico di ambientazione milanese, di cui continuiamo a scrivere sinossi senza andare oltre quelle, perché arriva sempre qualche nuovo progetto che ce lo fa lasciare da parte. Ogni volta, dopo aver giurato e spergiurato di fermarci, troviamo subito le idee per scrivere un altro capitolo della saga. Possiamo perfino dirvi che abbiamo già iniziato a scrivere il settimo romanzo... Abbiamo qualche idea su come dare a Berté una sistemazione, ma è sempre possibile cambiare rotta lungo il percorso.


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Per la prima foto, copyright: Ciprian Lipenschi.

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