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Intervista su Mario Rigoni Stern a Luciano Zampese, docente universitario

Intervista su Mario Rigoni Stern a Luciano ZampeseL’Altopiano di Mario Rigoni Stern, raccontato anche da scrittori come Gadda, Lussu e Meneghello può essere metafora della vita?

Per Rigoni Stern l’Altopiano è la vita, e la sua vita è così sincera da essere comunicabile con (più o meno apparente) facilità e felicità di scrittura. Mi viene però da dire che l’elenco di autori proposto (Rigoni Stern, Gadda, Lussu, Meneghello), autori così diversi per geografie d’origine e poetiche, è già di per sé affascinante: due guerre li hanno legati intensamente ad un luogo, che ha fatto da sfondo ma anche da principio ispiratore (se crediamo almeno un po’ alla ‘dottrina dei luoghi’ di Meneghello) alla loro scrittura. Certo, Rigoni Stern ha un privilegio di nascita, è figlio dell’altopiano: ma la bellezza di questo nostro paesaggio si riverbera con altrettanta commozione anche nelle pagine dei foresti. Alcune descrizioni del Giornale di guerra e prigionia rappresentano per me uno dei vertici della sensibilità al nostro paesaggio, sensibilità umana e culturale assieme, dove ciò che gli occhi vedono si potenzia nella grande tradizione pittorica veneta: «[…] L’Astico, un filo azzurro, era sotto a Rocchette con lo scheletro delle cartiere bruciate, de’ lanifici arsi, nel fondo. E da Schio e da Thiene pensava la dolce collina fino al castello merlato della Marostica, e dietro brume lontane, dal solco profondo di sua giovinezza, irrompere il fiume a sfociar nella piana e tutta la brentana del Brenta gorgogliare contro il castello e ingolfarsi sotto il ponte a Bassano. Ed oltre la terra dei Daponte e di Jacopo nel greto chiaro dentro i veli meridiani smarrirsi, per sinuosità vagabonde: e verso le ville che fece il Tiepolo magnificenti agli ozî delle sue genti patrone. E a destra nei sogni del sole le torri, e il colle delle tre giornate, e la lontana rotonda, dove il Palladio rivisse antiche armonie nello splendore della sua nuova saggezza»: perché l’Altopiano è anche e per certi versi soprattutto un luogo da cui guardare.

 

Il dialetto, in ambito letterario, è spesso legato all'espressione di concetti, emozioni e ricordi attraverso la fonetica degli oggetti. I "pateron di carta colorata" di Luigi Meneghello, i fiocchi della prima neve d'inverno di Mario Rigoni Stern, i "bruskalan", o i "grane de fen" di Andrea Zanzotto… Suoni antichi, gergo in estinzione, parole fossili in ampolle sigillate, poesie sottili…

Ci sono delle espressioni o dei termini che ha incontrato nei libri di Mario e le piacerebbe ricordare?

Qui mi blocco un attimo, perché i "pateron di carta colorata" di Luigi Meneghello mi hanno spiazzato. Mi verrebbe da dire che è un refuso, e che siamo al paretone del capitolo finale di LNM. Ma per andare a qualche cifra lessicale di Rigoni Stern: non saprei. Quello che ricordo sono piuttosto le atmosfere emotive, la solidità degli eventi, e banalmente la potenza di una scrittura autobiografica di assoluta onestà. Potrei dire che mi colpisce in qualche modo proprio questa ‘assenza’, come se la parola fosse al servizio della frase, e la frase del testo, e il testo della memoria vissuta: non aver paura di usare parole comuni e esatte al tempo stesso, come nel folgorante incipit del suo capolavoro: «Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato».

E se proprio devo fare un esempio dialettale lo prendo da un’intervista, riportata in un bellissimo libretto Il Veneto che amiamo. Si parla di inquinamento, e Rigoni Stern sceglie a paradigma la neve dei nostri giorni, in primavera, oltre i duemila metri, che «quando si scioglie resta zaleta»; e di fronte a questa mutazione, a questa traccia colorata dei tempi: «io sono rimasto… smonà».

 

Mario Rigoni Stern paragona l’artista all’artigiano. Dice che lo scrittore è come il boscaiolo. Tutti e due trasformano creando qualcosa con le loro mani…

Sulla trasformazione, vorrei dire qualcosa che forse non c’entra molto con Rigoni Stern scrittore. Dico forse perché in Rigoni Stern la dimensione umana, lo stile di vita mi pare indissolubilmente legato al suo stile di scrittura. All’inizio di Arboreto salvatico, Rigoni Stern racconta l’opera di trasformazione di un luogo divenuto «selvaggio e incolto», segnato in un modo che appare inesorabile dalla Grande Guerra, dai gas che hanno avvelenato i boschi e il terreno, dai «segni di infinite esplosioni di bombe d’ogni calibro». Ecco, in questo angolo di Altopiano inquinato dalla violenza Rigoni si costruisce la sua casa, e soprattutto pianta alberi. Il risultato è stupefacente, sia dal punto di vista naturalistico che politico: «Così, questo luogo che era selvaggio e incolto dopo essere stato pure ben coltivato, tanto da essere chiamato Valgiardini e dove la guerra aveva lasciato i suoi segni, ritornò ad essere «bello e civile». Bello e civile.

 

Mario Rigoni Stern rimpiange l’autenticità di un mondo ormai scomparso e rivela spesso il prevalere dell’essere sull’apparire. La solidarietà, il saper apprezzare le piccole cose di tutti i giorni, in contrapposizione alla cronica insoddisfazione odierna.

Quanto può essere dirompente oggi la forza della sua semplicità?

Sì. Moltissimo. Potrebbe, ovviamente. Cioè la forza della semplicità mi pare sia inversamente proporzionale al grado di artificio e di alienazione (termine ormai fuori moda, forse potevo dire vuoto): è però l’innesco che manca, le occasioni e la volontà/capacità d’incontro; uno studente liceale può fare una ‘brillante’ carriera di studi, anche qui ai piedi dell’Altopiano, senza incontrare questo nostro autore e la sua poeticissima semplicità.

Per essere dirompente insomma la letteratura deve incontrare dei lettori attenti, pazienti, e dotati di una vita interiore sufficientemente profonda: non so se la letteratura ci renda migliori, ma temo che per gustare della buona letteratura bisogna essere persone non banali. Più che la volontà di apparire, è la banalità dell’essere che (si fa per dire) mi preoccupa. La pigrizia diffusa e la continua proiezione di sé rendono piuttosto improbabile l’esercizio della lettura attenta, la cura e l’amore per la ‘parola d’altri’. Insomma siamo poco solidali anche con il testo letterario, figuriamoci col nostro ‘prossimo’! Questo in generale, certo: c’è in giro un fervore lodevolissimo di attività culturali, di ‘incontri con l’autore’. La sensazione però è che i giovani siano altrove e che altre siano le forme e i ritmi della comunicazione. E qui sto (ancora) dicendo delle banalità intuitive, e quindi mi taccio.

 

LETTERATURA VIVENTE

Mario Rigoni Stern tra storia, natura e affetti

16 giugno 2013 - Asiago (VI)

 

Sono trascorsi cinque anni dalla morte di Mario Rigoni Stern, Letteratura Vivente rappresenta un evento per conservare la memoria di uno dei più importanti scrittori del nostro Paese, che tanto ha dato alla cultura e al dibattito pubblico.

Domenica 16 giugno 2013, alle ore 17.00, presso la chiesa di San Rocco ad Asiago, Corso IV Novembre, avrà luogo Letteratura Vivente: letture di alcuni suoi brani. Nello stile che egli amava, regneranno la quiete e la semplicità.

Intermezzi musicali di arpa celtica: Paola Magosso.

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Intervista su Mario Rigoni Stern a Luciano Zampese

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